Le cinque forme di finanziamento dell’Isis

Terrorismo
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Dall’oro nero ai saccheggi, dalle tasse a bitcoin. Ecco come si finanzia l’Isis

Armi, presenza sul territorio, un apparato comunicativo che sfrutta la tecnologia, ma soprattutto una gestione della rete terroristica. L’Isis controlla oggi un’area con una popolazione tra sei e otto milioni di abitanti in Siria e Iraq. A Raqqa, la loro roccaforte, l’organizzazione paga gli stipendi e i servizi di trasporto che collegano la città con Damasco. Insomma le milizie di Al-Baghdadi hanno dimostrato grandi capacità organizzative, riuscendo a pagare dipendenti e manager che si sono dimostrati capaci ed esperti, in campi come l’ingegneria e l’addestramento, nonché la gestione delle operazioni. Ma come fa l’Isis a finanziare tutte le sue attività?

Ecco allora le principali forme di finanziamento.

  1. Il petrolio. In effetti l’Isis rappresenta un’eccezione rispetto alle altre realtà terroristiche. La sua ricchezza dipende dalla presenza sul territorio: lo Stato Islamico controlla il 35% del territorio siriano dove si trovano giacimenti petroliferi importanti. Difficile stimare quanto guadagni. Secondo alcuni calcoli fatti dal Finacial Times si tratterebbe di 1 milione e mezzo di dollari (forse anche due, calcolano alcuni esperti). Insomma è l’oro nero a rappresentare il fulcro commerciale del califfato. La vendita avviene attraverso i contrabbandieri. Il petrolio è acquistato a circa 30 dollari al barile e viene rivenduto soprattutto in Turchia, Kurdistan e Iran. Insomma per contrastare un gruppo che ormai ha un giro d’affari paragonabile a quello delle multinazionali più potenti del settore energetico, bisognerà trovare un modo di colpire e distruggere le sue fonti di finanziamento.
  2. I dazi. A sostenere le finanze dello Stato islamico c’è l’imposizione di dazi sui camion di merci in transito.  I camion che attraversano le frontiere controllate dall’Isis pagano 700 euro cadauno e 175 euro chi transita per le autostrade. Le compagnie che trasportano merci devono dare il 20% del loro fatturato ai drappi neri.
  3. Le tasse. Un’altra “imposta tributaria” dell’Isis è la “zakat”, che è anche uno dei cinque precetti dell’Islam. L’Osservatorio siriano dei diritti umani ha denunciato il fatto che, nelle zone controllate dagli uomini di Al-Baghdadi, chi possiede oro deve cedere il 25% di ogni 100 grammi ai poveri. Inoltre ad ogni movimento bancario è imposta una tassa, così come grava una specie di Iva sulle compagnie di telecomunicazioni e un’imposta del 5% sugli stipendi dei lavoratori. Ai non musulmani viene tolto un decimo delle entrate mensili, mentre ai funzionari pubblici iracheni il 50% delle mensilità.
  4. Il mercato dei reperti archeologici e i saccheggi. E’ evidente che dove è passato l’Isis, i beni sia dei privati che quelli delle istituzioni e delle aziende sono stati saccheggiati. In particolar modo, sono i reperti archeologici a rappresentare il maggior interesse dei miliziani essendo molto richiesti sul mercato nero dell’arte. Insomma più che distruggere le statue (ma solo se ripresi in video), i terroristi preferiscono vendere i reperti saccheggiati.
  5. I finanziamenti privati e sul web. L’Isis riceve finanziamenti e donazioni private, anche considerevoli, da famiglie ricche e singoli che condividono la jihad, ma i soldi arrivano anche dal web. Infatti sono state lanciate nel tempo campagne web per raccogliere denaro da utilizzare nel rafforzamento del Califfato. La novità è che una cellula collegata ai guerrieri fondamentalisti islamici sta richiedendo fondi persino in Bitcoin, la moneta digitale.

 

 

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