L’avvocato del No ancora non ha capito come funziona l’elezione del Presidente

Referendum
camera-seduta-comune

Numeri alla mano, la riforma Boschi non consente a un partito di eleggere da solo il capo dello Stato

Oggi all’associazione della Stampa estera è andato in scena il Comitato del No. Durante la conferenza stampa Alessandro Pace, presidente del Comitato, ha dichiarato che nel caso in cui “il referendum venisse vinto dal Sì e il voto dei cittadini italiani all’estero dovesse rivelarsi determinante, allora impugneremo questa consultazione davanti all’ufficio centrale del referendum, che è un organo giurisdizionale, e si andrebbe davanti alla Corte costituzionale”.

Oltre al presidente Pace a rispondere alle domande dei giornalisti esteri c’era anche il costituzionalista avvocato Felice Besostri, che ha spiegato perché la riforma costituzionale è strettamente legata alla legge elettorale, e in particolare all’Italicum. Secondo il professore, “bastano 26 voti e hai in mano il Paese. Il conto è presto fatto e spiega perché si sono scelti quei numeri, di senatori ad esempio, 100, e non altri ed esattamente quel premio maggioritario. Vediamo cosa succede in caso di Parlamento in seduta comune, come accade per l’elezione del Presidente della Repubblica: ora i parlamentari in seduta comune sono complessivamente 950 e la maggioranza assoluta (la metà più uno) si raggiunge a quota 476. Con il nuovo Parlamento post-riforma il totale dei parlamentari è di 730, che fissa la maggioranza assoluta del Parlamento a quota 366. Poiché il premio di maggioranza dell’Italicum assicura 340 parlamentari al partito vincente – ha proseguito Besostri – ne consegue che 366 meno 340, restano 26 parlamentari. Ossia bastano 26 voti, basta trovare 26 parlamentari che votano come te per decidere quello che vuoi. A cominciare dall’elezione del capo dello Stato. Ed ecco perché c’è uno stretto legame tra riforma e legge elettorale”.

Ma stanno veramente così le cose? Il professor Besostri dovrebbe sapere che secondo la Costituzione attuale “dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta”, ovvero la metà più uno. La quota della maggioranza assoluta non è 476, ma 504 (se contiamo i delegati regionali e i senatori a vita). La riforma prevede invece che dal quarto al sesto scrutinio il quorum necessario sia i 3/5 dei voti degli aventi diritto – 438 voti -, dal settimo scrutinio in poi i 3/5 dei votanti effettivi e non dei componenti. 

In parlamento la maggioranza assoluta come dice il professore è 476. Nell’ultima tornata elettorale, unica nella seconda Repubblica che non ha dato un vincitore, la coalizione Italia Bene Comune ha conquistato 453 seggi. Quindi facendo due conti per “avere in mano il Paese” come sostiene l’avvocato Besostri sarebbero bastati soli 23 voti per avere in mano il Paese. Se poi prendiamo come esempio il 2008 allora si può notare come il Paese fosse saldamente in mano all’allora vincitore delle elezioni Silvio Berlusconi.

A questo punto potremmo ricevere due appunti: il primo che si trattava di coalizioni e non di partiti (ma il Porcellum non impediva ad un partito di candidarsi da solo) e il secondo che il Porcellum aveva un premio di maggioranza che la stessa Consulta ha dichiarato incostituzionale.

Bene prendiamo come esempio il Parlamento del 2001 eletto con il Mattarellum. In quell’occasione la coalizione vincente (la Casa delle libertà) tra Camera e Senato poteva contare su 544 tra deputati e senatori, un numero decisamente superiore a quota 476.

Quindi anche se non si volesse credere all’impegno del Presidente del Consiglio di cambiare l’Italicum è facilmente dimostrabile come la teoria del Comitato del No non sia veritiera.

Vedi anche

Altri articoli