L’autogol del Movimento 5 stelle sul salvataggio della banca portoghese

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di maio 3

Anche in Portogallo sono stati toccati azionisti e bond subordinati, i cittadini 5 Stelle se ne facciano una ragione.

L’ossessione di smontare a prescindere qualsiasi attività del governo può giocare brutti scherzi. Lo sa bene il Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio in testa, protagonista di accuse false e demagogiche sul decreto salva-banche, critiche che sfociano nel pressappochismo politico. A testimoniare l’ennesimo abbaglio è un post dello stesso Di Maio, secondo cui a Lisbona qualche giorno fa è stata salvata una banca con il fondo interbancario (e quindi con i soldi pubblici), proprio come chiedevano loro.

“L’Europa – scrive il vicepresidente della Camera – non ha battuto ciglio e questa è la dimostrazione che un’altra strada c’era per salvare i risparmi di centinaia di migliaia di italiani”. Gli fa eco un intervento in Aula del deputato grillino Giorgio Sorial: “C’è stata disparità di trattamento – afferma con superficialità – tra i nostri risparmiatori rispetto a quelli portoghesi”.

Ora, perché far credere che in Portogallo sono stati usati aiuti di stato per salvare tutti i risparmiatori. Tutto ciò, molto semplicemente, non corrisponde a verità. Secondo le regole europee, infatti, uno Stato può intervenire solo a seguito dell’azzeramento delle obbligazioni subordinate e delle azioni. In altre parole, dopo l’intervento dei privati. Questo è accaduto in Portogallo.

Se dunque l’accusa è: avremmo salvato tutti facendo come il Portogallo? La risposta è no. Lo dimostra un comunicato ufficiale di Bruxelles: “Gli azionisti di Banif e i possessori delle obbligazioni subordinate hanno pienamente contribuito ai costi di risoluzione riducendo la necessità di aiuti di Stato, in linea con i principi di ripartizione degli oneri”.

Anche a Lisbona, quindi, i primi a pagare sono stati coloro che hanno creduto nella banca. Queste sono le norme, le stesse che Di Maio continua a fingere di non capire mentre cavalca l’onda della demagogia. O forse avrebbe voluto usare le risorse pubbliche anche dopo l’azzeramento del valore di azioni e obbligazioni subordinate? Perché è di questo che stiamo parlando. Stamattina a manifestare davanti a Bankitalia c’erano persone che avrebbero comunque perso i loro investimenti, anche se li avessero fatti nella banca portoghese del caso tanto caro al Movimento 5 Stelle.

Tuttavia, se davvero volessimo accostare le due vicende, dovremmo specificare almeno tre punti. Primo: il Banco Internacional do Funchal ha una grossa partecipazione pubblica e quindi il fallimento avrebbe pesato in ogni caso sui conti dello Stato. Secondo: c’è già stata una tranche di veri e propri aiuti (1,1 miliardi) a gennaio 2013, ma allora le regole erano diverse e questo si poteva fare. Terzo punto (repetita iuvant): le risorse pubbliche di questi giorni (2,25 miliardi) sono arrivate perché non è stato sufficiente il sacrificio di azionisti e obbligazionisti subordinati.

Insomma, l’accostamento con il caso italiano è del tutto fuori luogo. Per di più, le autorità portoghesi non potevano agire diversamente – come si legge nel comunicato di Bruxelles  dato che “i precedenti tentativi di vendere Banif senza ulteriori aiuti di Stato non hanno avuto alcun successo”. Eccole, allora, le differenze vere: nel caso lusitano una parte delle perdite è stata stata coperta con fondi pubblici, quindi mettendo le mani nelle tasche dei contribuenti; in quello italiano è intervenuto soltanto il Fondo di risoluzione alimentato dalle risorse private di altre banche. I cittadini 5 stelle se ne facciano una ragione.

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