L’attesa, l’abbraccio della folla e la stoccata a D’Alema

Festa de l'Unità
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I passaggi principali del discorso del segretario del Pd alla manifestazione di chiusura della Festa nazionale de l’Unità sono tutti sul referendum

INVIATO A CATANIA – Arriva con qualche minuto di ritardo rispetto all’orario inizialmente previsto e dice “forza forza, dai che cominciamo”.

È un Matteo Renzi super carico, dà l’idea di voler parlare subito. Non per l’orario, certo, quanto piuttosto per la voglia di abbracciare con le sue parole i tantissimi che lo attendendo a Catania sotto il palco della Festa nazionale de l’Unità. La pioggia per fortuna ha appena smesso di cadere e non rovinerà la giornata. E nemmeno i contestatori – che in un primo momento erano previsti – ci riusciranno.

Prima di salire sul palco, però, Matteo Renzi deve attendere dietro le quinte: ci sono gli interventi introduttivi che lo precedono. Li ascolta, ma si vede che con la mente è già sul palco. È concentrato, vuole iniziare. Quello di oggi è un appuntamento importante per tutto il popolo dem e non a caso, nel suo discorso, riuscirà a scaldare maggiormente i cuori dei presenti proprio sulle questioni legate al Pd, Congresso e minoranza interna.

Per alleggerire la tensione scherza con i suoi. In mano ha un libro, che poi mostrerà alla platea per mettere in luce un messaggio forte legato al referendum: abbiamo rispetto per i leader del passato, ma siamo l’Italia che guarda avanti. Ma questo lo vedremo dopo. Ascolta dal palco pronunciare il suo nome dalle parole del segretario regionale dem, Fausto Raciti. Si allerta e scatta, ma si rende subito conto che è solo un passaggio intermedio del discorso introduttivo del giovane deputato siciliano. Poi arriva il suo momento. Ingresso, saluti, bandiere. E finalmente si trova a suo agio.

Si parte dal Sud (“abbiamo una forza inespressa, quella del Mezzogiorno, diamole valore”) e dalla difficile gestione del post-terremoto (“per Casa Italia il governo si impegna a scegliere i migliori per rendere sicure case e periferie”). Poi un ringraziamento ai vigili del fuoco e un invito a non strumentalizzare le forze dell’ordine, perché “chi lo fa è lo stesso che per anni ha bloccato i contratti dei servitori dello Stato”.

Alla Lega di Matteo Salvini riserva una stoccata diretta: “Tenetevi le vostre camice verdi e lasciate le magliette della polizia a chi è degno di portarle”.

Ne ha una per tutti, anche per il M5S: “Avevano detto che avrebbero trasmesso tutto in streaming, devono avere finito i giga. Si sono chiusi nelle loro stanze e se le stanno dando di santa ragione”. Sulla sindaca Raggi chiede però un impegno, il “piccolo” sacrificio di non attaccarla: “Facciamo vedere che noi siamo diversi da chi pensa che la politica sia guerra nel fango”.

Non manca un passaggio sul lavoro, che è in miglioramento ma ancora non basta, e sulle tasse (“le stiamo abbassando, però devono pagarle tutti”).

Nella seconda parte ecco il cuore del discorso, cioè il referendum costituzionale. Cita Aldo Moro, Giorgio la Pira. Addirittura Charles Peguy. Ma il momento clou è quando mostra il libro che si è portato dietro, quello che aveva in mano al suo arrivo. L’autore, a sorpresa, è proprio Massimo D’Alema. “Recentemente – spiega Renzi – è venuto qui il presidente emerito del Consiglio che ha accusato la segreteria del Pd di impedire la lettura dei libri. Questa è una cosa un po’ antipatica. Penso che lui volesse essere simpatico ma non gli è riuscito, a volte gli capita”.
“Io però – prosegue nel suo racconto – alcuni libri li ho letti. Mi stavo laureando, D’Alema era al governo quando pubblicava Un paese normale per Mondadori. È un libro che vi consiglio scritto da Velardi e Cuperlo. Loro scrivono bene, D’Alema ci ha solo messo la firma”. Scherza imitando l’ex premier.

Al di là delle battute, ciò che conta sono i contenuti di quel libro in cui si auspica il superamento del bicameralismo perfetto, la riduzione del numero dei parlamentari, la creazione di una Camera delle regioni. “A me questo sembra un modello di governo più forte, più efficace. Ecco, io la penso come Massimo D’Alema. Perché questa è la riforma della nostra storia, del nostro passato. È esattamente la stessa che proponiamo da anni. Era nel programma del Pds nel ’94 e dell’Ulivo nel ’96. Chi vota no, non vota un’altra riforma”.

Riferendosi poi alla minoranza interna del suo partito, oggetto di un altro passaggio forte in cui ha scaldato gli animi della platea, ha detto: “Non consentiremo che questo referendum si trasformi in una tappa del congresso. Io prendo un impegno: parlerò della riforma solo orientandola al futuro. Al congresso, chi ha i voti lo vinca nelle sedi del Pd. Io ci sarò e aspetto anche loro”.

Nella parte finale c’è spazio per parlare di scuola e soprattutto d’Europa.

Infine le conclusioni, col ricordo di grandi personaggi siciliani per guardare avanti e sottolineare le prossime sfide. L’obiettivo, non solo della riforma, è ambizioso: liberare l’Italia dai freni e guardare soprattutto al futuro.

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