“L’armadio della vergogna”, l’ombra del passato che non voleva passare

Storia
Le tombe del sacrario delle Fosse Ardeatine in occasione della Festa della Liberazione, Roma 25 Aprile 2015. ANSA / LUIGI MISTRULLI

L’apertura dell’”armadio della vergogna” ripropone l’antico dilemma tra diritto e ragion di stato

A circa settanta anni dai fatti (accaduti tra il settembre 1943 e l’aprile 1945), a poco più di venti dal ritrovamento della documentazione (avvenuto nel 1994) e a dieci dalla conclusione dei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta istituita per gettare luce sull’intera vicenda (altri dieci anni dopo: 2006), la Camera dei deputati ha reso pubblici, da un paio di giorni, i documenti relativi ai 695 fascicoli del cosiddetto «armadio della vergogna», contenente denunce provvisoriamente archiviate e poi occultate sui crimini compiuti in Italia dai nazifascisti nella fase finale della Seconda guerra mondiale. Dalla strage di Sant’Anna di Stazzema all’eccidio delle Fosse Ardeatine, per fare solo due esempi, quei documenti riguardano alcune delle pagine più tragiche della storia d’Italia.

Giustamente, trattandosi comunque di materiale giudiziario, per quanto datato, le carte non sono state semplicemente rovesciate in rete: tutti possono consultarne l’indice, ma per leggere i singoli documenti occorre inviare specifica richiesta, come ogni cittadino può fare agevolmente dalla apposita pagina del sito web della Camera (http://archivio.camera.it). Dal punto di vista storico, tuttavia, quel che è forse più significativo, più dello stesso contenuto dei fascicoli, è il fatto che ci sia voluto tanto tempo perché venissero alla luce. Forse l’associazione con altre stragi e un’altra stagione della storia italiana induce a un falso parallelismo, ma nel caso dei fatti accaduti in Italia tra il 1943 e il 1945 non c’è mistero alcuno, giacché non si è trattato di operazioni compiute di nascosto, col favore delle tenebre, ma di massacri compiuti da eserciti regolari, alla luce del sole.

Quanto alla ragione per cui molti dei procedimenti che riguardavano i diretti responsabili di tali atrocità siano stati insabbiati, in verità, come osserva Ernesto Galli della Loggia, storico dell’età contemporanea e editorialista del Corriere della sera, non è un gran miste ro neanche questo. «Una prima ragione consisteva nella volontà di non aprire la questione dei crimini di guerra compiuti da noi in altri paesi, come in Abissinia o nei Balcani, in cui erano implicati centinaia di ufficiali italiani, a cominciare da Badoglio». Anche per questo, dunque, le autorità politiche italiane, all’inizio degli anni cinquanta, giudicarono opportuno non aprire la questione, del resto già posta esplicitamente da quei paesi. Un’altra ragione per cui tutte le maggiori forze politiche decisero di lasciar cadere quelle richieste, tanto che di fatto nessun italiano fu consegnato, era che altrimenti sarebbe stato inevitabile aprire anche «il terribile capitolo delle atrocità commesse dagli alleati, ad esempio le violenze compiute, in particolare contro le donne, dai soldati marocchini e algerini sotto bandiera francese nella zona di Cassino, le cosiddette “marocchinate”, o anche quelli commessi dalla polizia titina durante l’occupazione di Trieste».

In breve, conclude, possiamo dire che la politica vinse sul diritto. «È un bene o un male? Difficile dire. A volte, forse, è necessario che sia così». D’altronde, l’Italia appena uscita dalla guerra avrebbe avuto la forza, e la concreta possibilità, di riaprire quelle pagine e di portare alla sbarra i responsabili? Secondo Gian Enrico Rusconi, professore emerito di Scienza politica a Torino e editorialista della Stampa, probabilmente no. Il che però non giustifica la scelta di «mettere la polvere sotto il tappeto», come decisero di fare le classi dirigenti italiane. Rusconi ritiene che «avrebbero dovuto cercare un’altra strada, invece di risolvere la questione esclusivamente per vie diplomatiche e riservate». E sebbene quello del Sudafrica e della sua famosa «commissione per la verità e la riconciliazione» promossa dopo l’apartheid sia evidentemente un caso molto diverso – anzitutto perché le responsabilità da accertare non coinvolgevano altri stati – Rusconi ritiene che qualcosa di quell’esempio ci dica, con il senno di poi, che forse un’altra strada avrebbe potuto essere tentata. Certo è che non sarebbe stata una strada facile.

Vedi anche

Altri articoli