Lansdale, l’ultimo samurai di un pulp quasi sentimentale

Dal giornale
Joe Lansdale

Il nuovo romanzo del ciclo di Hap e Leonard comincia a mostrare i segni del tempo, così come i suoi imbolsiti protagonisti. In compenso, dal 2016 i due detective debutteranno in una serie tv

Prima di arrivare davanti al quadro La più bella donna di Parigi, ultima opera della mostra di James Tissot allestita a Roma al Chiostro del Bramante (è aperta fino al 21 febbraio), il visitatore deve passare per una piccola stanza buia, dove si trova una riuscitissima installazione multimediale: gli stessi personaggi raffigurati nel quadro emergono a turno dall’ombra, e parlano, grazie a delle voci preregistrate, proprio come farebbero dei perfetti gentiluomini nel foyer di un teatro (il dipinto che attende nella stanza successiva rappresenta per l’appunto una giovane donna che fa il suo ingresso in teatro, tra due ali di eleganti signori che la fissano ammirati). Anche tralasciando il fatto che Marcel Proust conobbe Tissot o che tra i soggetti dei suoi dipinti si ritrovi quel Charle Haas al quale lo scrittore si ispirò per il personaggio di Swann, la sensazione che si prova è di essere stati catapultati dentro una pagina della Recherche.

Per ricreare allo stesso modo l’atmosfera dei romanzi di Joe Lansdale servirebbe qualcosa di leggermente diverso: al foyer di un teatro di fine ottocento, probabilmente, occorrerebbe sostituire l’interno di una sala giochi anni ottanta; al garbato mormorio di una conversazione brillante intorno alle donne presenti e al concetto di bellezza in Platone, le imprecazioni degli avventori, seguite dal caratteristico rumore di calci e pugni vibrati contro le macchine responsabili di avere “mangiato” la loro ultima preziosa moneta.

Se ci sentisse, immaginiamo che Lansdale sarebbe il primo a correggerci, e parlerebbe semmai di atmosfera da Drive-In, luogo fondamentale della sua narrativa e della sua estetica, al quale ha dedicato un’intera trilogia. Il problema è che al pubblico italiano, più che «film di serie B con sangue e popcorn», come recitava il sottotitolo del primo volume, l’espressione farebbe venire in mente immagini assai meno truculente e assai più spensierate, a cominciare dal generoso sorriso – diciamo così – di Carmen Russo e delle sue simpatiche colleghe. Dunque ci teniamo la sala giochi. L’immagine, peraltro, si attaglia particolarmente al ciclo di Hap e Leonard, uno dei maggiori successi di Lansdale (nel 2016 uscirà negli Stati Uniti anche una serie Tv dedicata a loro), di cui Einaudi ha appena pubblicato la nuova puntata: Honky Tonk Samurai. Il romanzo, come tutti i precedenti, è infatti un giallo che ha qualcosa del genere hard boiled e molto del videogioco, per la precisione di quel genere che in gergo si chiama «picchiaduro» («beat ‘em up»), con i due improbabili investigatori protagonisti, Hap e Leonard, un bianco democratico eterosessuale e un nero gay reazionario, impegnati per la maggior parte del tempo a percuotere un gran numero di improbabilissimi super cattivi. Il tutto condito da un linguaggio tanto scurrile quanto immaginifico, che si mescola ironicamente a una certa tensione edificante, quasi una forma di impegno civile o addirittura di ambizione pedagogica sotto mentite spoglie, il cui prodotto finale è una sorta di volgarissimo politically correct, a metà strada tra Chandler e Bukowski. In poche parole, se fosse un film, sarebbe qualcosa di molto simile a una commedia di Bud Spencer e Terence Hill girata da Quentin Tarantino.

Va detto che questa volta, giunti alla nona puntata, non sono solo i due protagonisti a dover fare i conti con i segni del tempo, imbolsiti e acciaccati come sono rispetto ai tempi gloriosi di Una stagione selvaggia (il primo romanzo della serie) o Mucho Mojo (il secondo). La prosa dell’autore, senso dell’umorismo compreso, appare non meno appesantita. Il che non vuol dire irriconoscibile, sia chiaro, cioè comunque tra le cose migliori reperibili in libreria, almeno per gli amanti del genere. Certo però in Honky Tonk Samurai non troverete nulla di paragonabile all’inventiva narrativa e linguistica del terzo (Il mambo degli orsi) e tanto meno del quarto romanzo del ciclo, Bad Chili. Quello che cominciava mostrandoci i nostri eroi intenti a sparare ai barattoli, passandosi a turno l’unica pistola e conversando del più e del meno, in una tranquilla notte texana, un attimo prima che dal fondo del bosco spuntasse uno scoiattolo impazzito, che saltava come un ossesso («Se non avete mai visto uno scoiattolo arrabbiato, avete visto poco, e udito ancora meno, perché il verso di uno scoiattolo incazzato è qualcosa che non si dimentica»). Dispiace dirlo, ma in Honky Tonk Samurai non troverete nemmeno, tanto per restare nell’ambito animale, la geniale e dolente ironia con cui Hap descriveva i suoi precedenti lavori nel sesto e ancora brillantissimo romanzo della saga, Capitani olotraggiosi, in cui cominciava da sorvegliante in uno stabilimento per la macellazione del pollame. Non un granché, ma sempre meglio dell’ultimo per cui aveva fatto domanda, dove «non volevano assumermi come guardiano, ma come masturbatore». («Avrei dovuto masturbare i galli e prendere loro lo sperma con il quale ingravidare le galline. Non era uno scherzo, mi dissero, ma un lavoro serio. Avevo anche cercato di immaginare se avrei dovuto svolgere il mio compito con guanti di gomma e pinzette, oppure a mani nude, con l’indice e il pollice. Forse ai galli il contatto diretto piaceva di più»).

In quest’ultimo episodio, insomma, non troverete nessuno dei guizzi migliori che forse vi hanno fatto amare i precedenti. Ragion per cui, nel caso i precedenti non li aveste proprio letti, vi consigliamo caldamente di cominciare da lì. Certo, si tratta di un gran numero di libri, per un totale di un sacco di pagine, e ovviamente non stiamo parlando di Proust. Lansdale non è un autore che si possa citare a teatro, o per darsi un tono a cena. Ma lasciatevelo dire come ve lo direbbe Hap: per quanti grandi classici abbiate letto, cominciato a leggere o citato a sproposito, se non avete mai letto un libro di Joe Lansdale, avete letto poco, e capito ancora meno.

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