L’anima blues di mister Keith

Dal giornale
epa04458942 Member of the British band The Rolling Stones, Keith Richards poses for photographs at Adelaide Oval, in Adelaide, Australia, 23 October 2014. The Rolling Stones will perform their first Australian concert of their 'On Fire' Tour at Adelaide Oval on 25 October.  EPA/BEN MACMAHON  AUSTRALIA AND NEW ZEALAND OUT  EDITORIAL USE ONLY

Richards, che oggi compie 72 anni, e la sua seconda giovinezza celebrata in un documentario fantastico su Netflix

“Non sto invecchiando, mi sto evolvendo” ridacchia quasi tra sé l’uomo asciutto e ancora scattante, ripreso di spalle mentre passeggia a piedi nudi nel parco della sua splendida casa nel Connecticut, dove vive con sua moglie Patti Hansen. Solo la testa, coronata da una nuvola di capelli bianchi arruffati e appena diradati (trattenuti dall’immancabile fascia, quasi sempre coi colori del reggae), ci fa capire che oggi, per l’esattezza, l’eterno ragazzo Keith Richards compirà ben 72 anni.«La vita – dice ancora – è una cosa strana, ma ho sempre pensato che a 30 anni sarebbe finita, che dopo sarebbe stato orribile sopravvivere. Finché non ho compiuto 31 anni. Mi sono detto: ’non è poi cosi’ orribile, mi trattengo ancora un po’!”».

Con un ricercato effetto “circolare”, scorrono le ricorrenti considerazioni sul tempo e sull’età che chiudono, aprono e attraversano Under the Influence, il bellissimo documentario prodotto da Netflix e da poco in streaming anche per i neo-abbonati italiani. Diretto da Morgan Neville (già premio Oscar per 20 Feet From Stardom, nel 2014) e presentato in anteprima a settembre al Toronto Film Festival, il documentario era nato come long form per raccontare il nuovo disco, Crosseyed Heart, il terzo da solista di Keith Richards. Ma inevitabilmente, è diventato una meravigliosa introspezione intrisa di blues, di soul, di reggae, di jazz e, per questo, capace di raccontare lo spirito più vero e originario del rock che il chitarrista (e autore) dei Rolling Stones incarna in pensieri, parole e opere.

Si cresce fino alla tomba

«Con l’andare del tempo – torna a dire – ti rendi conto che non smetti di crescere fino al giorno in cui ti mettono nella tomba. Non diventi mai grande» conclude, risolvendo così l’infinito dilemma di ogni vera rockstar, ovvero il dramma del diventare adulti, dello smarrire nei meandri degli anni che passano tutta l’energia post adolescenziale che fa la sostanza più vera e ribellista del rock. Quello stesso dramma fissato nel 1965 e per l’eternità dagli Who in My Generation, con il lapidario verso che recitava: «I hope I’ll die before I get old» (“spero di morire prima di diventare vecchio”).

Ma il ragazzo Keith ha trovato la sua soluzione, assieme a tutti coloro che, come lui, sono passati indenni per cinquant’anni da un eccesso all’altro, primo fra tutte la droga. Una lunga, sconsiderata cavalcata nell’incoscienza giovanile con la quale lui e i Rolling Sto nes attraversano la seconda metà degli anni Sessanta e assorbono l’esplosione delle controculture, il maggio francese e i cenacoli romani del cinema e dell’arte incontrati attraverso le frequentazioni all’avanguardia grazie alla splendida Anita Pallemberg, attrice, modella e musa di Mario Schifano prima, poi compagna del defunto Brian Jones e alla fine – tra mille sensi di colpa di entrambi – innamorata (e poi madre di tre dei cinque figli) di Keith.

Lsd con John Lennon

È una storia, quella con le droghe, che sarà anche il motivo vero della fine della relazione con la splendida Anita («eravamo molto innamorati, ma nocivi l’uno per l’altra», una delle mille avventure che lui stesso racconta nella densa autobiografia Life uscita nel 2010. E che lo induce anche a proclamare, con quella sottile ironia che attraversa ogni sua considerazione: «Io non ho mai avuto problemi con la droga. Ho avuto problemi con la polizia». O a ricordare un viaggio in auto a base di Lsd con l’amico John Lennon: «Io e Johnny – racconta – eravamo talmente fusi che perfino anni dopo, a New York, alle volte lui mi chiedeva: ‘Cosa è successo in quel viaggio?”».

Oggi sembra storia passata e il massimo, sembra volerci dire, è quell’eterna sigaretta accesa all’angolo delle labbra.«Ho capito – dice ancora di sé, cercando di allontanare una sorta fantasma – che il 99% della gente crede ancora che Keith Richards sia uno che gira con lo spinello e la bottiglia di Jack Daniels in mano, imprecando perché il negozio degli alcolici è chiuso!».

Ma se la droga è stata spesso il rischio di perdersi definitivamente, il blues, che è poi la sostanza iniziale ed eterna dei Rolling Stones, è sempre stato, per il ragazzo Keith, il modo per ritrovarsi. Ed è la sua mano, ancora sufficientemente ferma, a guidare la puntina, il braccio del vecchio giradischi verso il solco giusto del vinile a 33 giri, cercando gli echi di Robert Johnson e Jim Hall. Una mano incredibilmente deformata nelle articolazioni, eppure capace di trarre ancora il meglio dalle corde delle sue amate chitarre. La stessa mano (su cui spicca da sempre il celeberrimo anello col piccolo teschio, disegnato per lui dal caro amico David Courts) capace di evocare la sensazione magica del blues (una forza che «mi ha sconvolto”):«Nessuno – dice – potrà mai spiegarla, ma esplorarla è un gran divertimento!».

«Musicalmente – riflette l’amico Tom Waits – quello che ho notato di Keith è che è molto attento ai dettagli. E devi esserlo, se sei un archeologo e lavori su dei dati localizzati. Lui è come i tassisti di Londra, che sanno lo stradario a memoria!». E lo stradario di Richards è fatto di tante cose (perfino il country e il reggae), ma soprattutto della musica che gli faceva ascoltare sua madre, “maga delle frequenze” nel trovare le giuste emittenti radiofoniche, grazie alla quale è cresciuto con usignoli come Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan, Billie Holyday… E poi ancora con Buddy Guy, Howlin’ Wolf, Bo Diddley… «Jazz, blues: è ciò che l’America ha dato al resto del mondo, roba più grossa dell’atomica», sorride ancora il ragazzo Keith, che rende omaggio ai suoi grandi ispiratori, a partire da Muddy Waters (a un pezzo del quale gli Stones debbono il loro nome).

E proprio a Waters, che Richards definisce “un padre”, è dedicato uno dei ricordi più belli di Under the Influence quando, nel 1964, gli Stones volano a Chicago per registrare al 2120 di South Michigan, nella sede di una delle più importanti etichette di black music, la Chess Records, «una sala con un’acustica magica».

«Entriamo e lungo il corridoio – ricorda ancora, mentre il sorriso si nasconde appena tra le rughe del viso con gli occhi segnati dal kajal – c’era un nero su una scala che imbiancava il soffitto. Mentre passiamo, il fonico ci dice: ‘a proposito, vi presento il signor Muddy Waters’. Quello è stato il nostro primo incontro! Ho stretto la mano a Muddy Waters che colava vernice dappertutto. Lui ha solo detto: ‘grazie per quello che state facendo’»” Muddy Waters e il blues elettrico E grato, Muddy Waters lo era davvero, perché poi in America, all’epoca, il blues elettrico di Chicago (e non solo) era semplicemente chiuso nei recinti delle cosiddette Race List (delle produzioni discografiche di carattere “razziale”, destinate a un pubblico nero); ma gruppi come i Rolling Stones e con loro tutto il cosiddetto British Blues Revival degli anni Sessanta di Londra e dintorni, avevano rotto le barriere e reso accettabile e noto a tutti quel che altrimenti sarebbe stato relegato in un mercato importante, ma separato: “Non si capacitavano del fatto che avessimo sentito parlare di loro e noi del fatto di poterli incontrare!”.

Dopo Jimi Hendrix, Eric Clapton e Jimmy Page, Richards è – stando alle celebri classifiche della rivista Rolling Stone – il quarto miglior chitarrista rock della storia. Per quanto opinabili possano apparire certe liste, un posto nell’Olimpo, comunque, al nostro eterno ragazzo spetta di diritto. Il suo è uno stile inconfondibile, molto del quale si deve ad un suo modo di accordare spesso la chitarra su cinque corde invece che sei, eliminando in pratica il Mi basso e abbassando di un tono la quinta corda, da La a Sol.

Un tema molto tecnico ma fondamentale in tutta la sonorità più caratteristica e distintiva dei Rolling Stones, al quale Richards dedica quasi un intero capitolo della sua autobiografia: «La grande scoperta che feci alla fine del ’68 o nei primi mesi del ’69 fu l’accordatura aperta a cinque corde. È così che suono i riff e le canzoni per cui gli Stones sono più conosciuti: ‘Honky Tonk Women’, ‘Brown Sugar’, ‘Tumbling Dice”, ‘Happy’, “All Down The Line”, ‘Start Me Up’ e ‘Satisfaction’. E anche ‘Flash’».

Un’ispirazione che gli viene dall’America degli anni Venti, quando ai tradizionali banjo a cinque corde cominciano a sostituirsi le prime chitarre Gibson vendute per corrispondenza a prezzi stracciati dal celeberrimo catalogo Sears & Roeback: «Di solito l’accordatura del banjo veniva impiegata, sulla chitarra, per eseguire la tecnica slide o utilizzare il bottleneck», ricorda il nostro. Fondamentale, in quell’occasione per Keith, fu l’ennesimo bagno nel blues e l’incontro con Ry Cooder che, come tanti bluesman, si avvaleva delle “accordature aperte”: «Fu lui a mostrarmi l’accordatura aperta in sol ancora con il Mi basso. Ma io decisi che era troppo limitante, che il mi basso non stava mai accordato così lo tolsi e la quinta corda, il La, divenne la nota più bassa. Se per sbaglio colpivo quella corda non dovevo preoccuparmi, né dovevo regolare gli armonici e tutte quelle cose che neppure mi servivano».

Rock’n’roll, che figata

Un progresso fatto da Richards che lui racconta come una rivelazione dopo tanti tentativi andati a vuoto. Un salto in avanti e, insieme, un ritorno a dimensioni originarie, primordiali: «Le cinque corde mi riportarono alle popolazioni tribali dell’Africa Occidentale. Possedevano uno strumento molto simile, sempre a cinque corde, tipo il banjo, che sfruttavano per creare un accompagnamento ripetuto sul quale innestare voci e tamburi, mentre sotto ininterrotta scorreva quella nota fondamentale che attraversava tutta l’esecuzione. Ascoltate le minuziose composizioni di Mozart e Vivaldi e vi accorgerete che anche loro lo sapevano».

Eccolo dunque, il cuore del magico ‘segreto’ degli Stones, quel languore quasi sognante che, all’improvviso, sembra voler diventare tagliente, scattante, e poi, di nuovo soffice ma, insieme, trascinante. Istinto e ragione, logica ed emozione. Da cinquant’anni, la premiata ditta Jagger&Richards (e con questa tutti gli Stones) fa la differenza, con un suono difficile da confondere e che è a traccia costante di una generazione e dei suoi stessi figli. Anche se poi, dopo tanto cercare e indagare e guardarsi attorno e dentro.«È solo rock’n’roll – sentenzia Keith – ma ti fa volare. È questa la figata!».

Vedi anche

Altri articoli