Lampedusa chiama Berlino: l’Orso d’oro a “Fuocoammare”

Cinema
epa05172801 Winner of the Golden Bear for Best Film, Gianfranco Rosi for 'Fuocoammare' (Fire at Sea) poses in the press room during the Closing and Awards Ceremony of the 66th annual Berlin International Film Festival, in Berlin, Germany, 20 February 2016. The 'Berlinale' runs from 11 to 21 February.  EPA/BERND VON JUTRCZENKA/POOL

Dopo il Leone d’oro per Sacro GRA, arriva l’Orso d’oro a Gianfranco Rosi, con il bellissimo film su Lampedusa ( che, per inciso, è nei cinema: tutti a vederlo, è un ordine!)

Da oggi in poi, i registi invitati in concorso ai grandi festival internazionali cominceranno a chiedere in anticipo se in gara con loro c’è anche l’italiano Gianfranco Rosi: perché se c’è lui, si corre per il secondo posto.

Dopo il Leone d’oro a Sacro GRA, il documentario sul Grande Raccordo Anulare presentato a Venezia nel 2013, arriva l’Orso d’oro berlinese per Fuocoammare, il bellissimo film su Lampedusa che abbiamo lungamente elogiato giorni fa (e che, per inciso, è nei cinema: tutti a vederlo, è un ordine!).

Diciamolo a gran voce: il premio giusto è questo. Sacro GRA era ovviamente un film bello e insolito, uno sguardo spiazzante su una realtà umana e geografica – l’autostrada che circonda Roma – che è sempre sotto i nostri occhi e che non guardiamo mai, se non per bestemmiare contro il traffico; ma la verità è che il film aveva goduto di un paio di fortune, un concorso veneziano fra i peggiori di sempre e un presidente di giuria (Bernardo Bertolucci) italiano e favorevole.

Stavolta Fuocoammare giocava fuori casa, portando nel cuore dell’Europa il dramma dei migranti che periodicamente trasforma il Mediterraneo in una tomba. Certo, abbiamo scritto e detto che – visti i tempi, e vista la politica tedesca sul tema – Fuocoammare poteva essere il film giusto al posto giusto nel momento giusto. Ma da qui a vincere, ce ne correva. La vittoria è straordinaria e il film non è solo più urgente e più attuale di Sacro GRA, è anche più bello, più intenso, più compatto. L’Orso colloca definitivamente Rosi nel ristretto club dei registi che contano.

La 66esima Berlinale ha tenuto fede, anche in sede di premiazione, alla propria natura fortemente politica. Di fatto il festival è stato un ininterrotto appello alla “inclusione”, la parola magica usata dalla presidente di giuria Meryl Streep nella sua conferenza stampa d’apertura. Il Gran Premio della giuria è stato assegnato a Morte a Sarajevo, del bosniaco Danis Tanovic. Migliori attori il tunisino Majd Mastoura per Hedi e la danese Trine Dyrholm per La comune, miglior regia a una cineasta giovane ma già affermata, la 35enne francese Mia Hansen-Love autrice di L’avenir.

L’importante premio Alfred Bauer è andato al fluviale Una ninna-nanna per il doloroso mistero, saga intimista sull’indipendenza filippina che ha impegnato critici e spettatori per otto ore! Ma il regista, il filippino Lav Diaz, è abituato alla maratone: la parola “corto” non è nel suo vocabolario. Il film di Tanovic, metà reportage metà riflessione filosofica a partire dal testo di Bernard-Henri Lévy Hotel Europa, è un beffardo atto d’accusa all’assenza politica e culturale di ciò che definiamo “unità europea”, senza sapere nemmeno bene cosa significa.

Le parole di Thomas Vinterberg – «mi vergogno di essere danese», dopo la tremenda legge anti-immigrati approvata da Copenhagen – rimbalzano ancora sui media di tutto il mondo, e hanno guadagnato a La comune le stroncature della stampa di casa. Forse in Danimarca un film “comunitario” – non arriviamo a dire “comunista” – e dichiaratamente positivo nei confronti dei valori hippy degli anni ’60 e ’70 è politicamente fuori moda, e si attira addosso un “fuoco amico” davvero crudele.

Per una volta noi italiani facciamo una figura migliore: Gianfranco Rosi ha parlato di “olocausto” a proposito delle morti in mare al largo di Lampedusa, e questo non ha impedito a quasi tutta la critica italiana di apprezzare e lodare il suo film. È stato un festival in cui un attore tedesco come Daniel Bruhl, uno dei protagonisti di Alone in Berlin, brutto film su un tema bellissimo (la resistenza al nazismo), ha parlato della necessità di fermare la «deriva fascista e razzista» che sta invadendo l’Europa; in cui Spike Lee (afroamericano) e John Cusack (americano bianco) hanno presentato fuori concorso Chi-raq spendendo parole di fuoco sulla violenza made in Usa, e non si capiva – a sentirli – quale fosse il più nero dei due.

Anche il film polacco Gli stati uniti dell’amore (miglior sceneggiatura) e quello tunisino Hedi, premiato come migliore opera prima e con il riconoscimento al miglior attore Majd Mastoura, hanno una valenza politica sommersa ma tutt’altro che invisibile. Il primo descrive una società sconvolta nel bene e nel male dalla caduta del Muro e dall’implosione del socialismo reale, dicendo a chiare lettere che l’arrivo della libertà e del capitalismo prende e dà, regala opportunità sociali importanti ma devasta al contempo il panorama psicologico ed emotivo di una nazione. Il secondo conferma, indirettamente, che il rapporto con le tradizioni è sempre ambiguo: la religione e il matriarcato sono veicoli di identità, ma sono anche lacciuoli molto difficili da troncare. La prova del giovanissimo attore (premiato, parola di Clive Owen, all’unanimità) è per certi versi il simbolo di come il miglior cinema affronta questi temi: è tutta sotto traccia, mai urlata, denuncia i problemi di un’intera società – quella araba moderata – semplicemente mostrandone la dolorosa quotidianità. La stessa cosa si potrebbe dire della magnifica Trine Dyrholm, la musa del cinema danese contemporaneo che ha ricevuto il premio come miglior attrice da Meryl Streep in persona (una “medaglia” indimenticabile): nel film lei è quella che inizialmente vuole far partire l’esperienza di vita in comune, poi viene tradita dal marito e soffre più di chiunque altro, sperimentando sulla propria pelle quanto le utopie possano essere, al tempo stesso, entusiasmanti e feroci.

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