L’alternativa fra futuro e passato

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Matteo Renzi a Piazza del Popolo: “Il vero partito della Nazione è quello del No. L’Europa ritrovi l’anima, contrari al Fiscal Compact nei Trattati. Il Pd vada nel territorio, lasci i social”

Arriva sul palco in maniche di camicia, sulle note de «O Sole mio» e canta. Canta lui e canta la piazza, che urla «Matteo, Matteo». Festa di piazza, schema nuovo rispetto al marchio renziano, musica popolare, Bella Ciao, l’orchestra di piazza Vittorio, le bandiere del Pd, un po’ Leopolda, un po’ ditta, la taranta, la Nuova Compagnia di canto popolare. Tenere insieme, dare la carica.

Matteo Renzi segretario e premier saluta, parla a braccio e molla gli appunti, solo uno sguardo ogni tanto, si accende, accende i dem ma spara parole di fuoco contro l’opposizione, la minoranza del suo partito, il premier ungherese Viktor Orban e l’Europa della burocrazia.

Se è vero come è vero che si sta giocando la partita della vita con questo referendum, è altrettanto vero che è deciso a vendersi cara la pelle e dunque ci mette la faccia come premier e come segretario e da questa piazza, «che è la piazza del popolo e non dei populismi» chiama al risveglio dell’orgoglio di appartenenza ad un partito, ad una comunità, ad una nazione, per dare gas all’ultimo mese di campagna elettorale e all’azione di governo.

Le potenzialità dell’Italia, un «Paese che può diventare leader», i limiti del Pd se non smette «di guardarsi l’ombelico», perché «il nostro destino non è litigare al nostro interno ma cambiare l’Italia, lo dobbiamo ai nostri figli, ai nostri nipoti»; l’avvertimento all’Europa, «oggi diciamo con forza che siccome nel 2017 arriva a scadenza il tema del fiscal compact noi non accetteremo mai di inserire il fiscal compact nei Trattati, se ne facciano una ragione».

E l’affondo alle opposizioni interne, silenti davanti agli attacchi di Orban, «non una voce, non una parola», come se non fosse un’urgenza comune quella di rimettere i puntini sulle «i» rispetto al nostro Paese e la sua storia. Questa cosa lo fa impazzire, come le polemiche sullo State dinner di Obama che ha voluto come ospite d’onore «non me, non il governo, ma l’Italia, un Paese che gli altri amano più di quanto possiamo immaginare».

«Quando Orban dice che il problema è l’Italia ricordo a Orban che l’Italia è tra i paesi non solo contributori ma si è messa in gioco per garantire la libertà. Prima di parlare dell’Italia si sciacquino bocca», urla tra gli applausi della piazza.

Una piazza piena ma con vuoti che si fanno sentire: manca la minoranza Pd, da Pier Luigi Bersani a Roberto Speranza. Non hanno costituito i comitati per il No ma lavorano per il No. Di fatto insieme al grande blocco che Renzi definisce «il vero partito della Nazione che raccoglie da Brunetta a Travaglio, che sull’Europa mette insieme Monti e Salvini, che tiene insieme Gasparri e De Mita, che da Berlusconi a Grillo a D’Alema dice solo no, questo è il partito che vuole bloccare l’Italia». L’affondo è diretto: «Se l’avessero scritta loro, quando toccava a loro, sarebbe stato un bene per il Paese. Il punto è che non l’hanno scritta. Se voi avete fallito non potete impedire a noi di provarci».

Gianni Cuperlo dopo molti tentennamenti è arrivato, è qui, accolto dagli applausi. Un buon segno per il destino della riforma elettorale? L’ex presidente del partito va cauto, aspetta un segnale politico dal segretario spiega chiedendo una proposta di legge da portare in Commissione Affari costituzionali prima del 4 dicembre. Renzi dal palco avverte, non si usi la come un alibi per votare No al referendum, perché sull’Italicum «non solo abbiamo aperto una porta, ma l’ab – biamo spalancata».

La minoranza che farà? Entrerà o la sbatterà quella porta? La piazza manda un messaggio chiaro: smettetela di litigare e trovate un accordo. «Bernie Sanders non è che si mette a fare il tifo per Donald Trump pur di sconfiggere la propria compagna che non sopporta», porta ad esempio Renzi parlando della campagna elettorale di Hillary Clinton. Mette da parte i social, invita a superarli, ad uscire dal web, come già sta avvenendo oggi con questa piazza, per segnare il passo di questi ultimi 35 giorni che ci separano dalla urne: «Vi propongo una esperienza straordinaria: in questo tempo di odio verbale e intolleranza e insulti vi propongo di mettervi con l’elenco, scegliete 20 persone a settimana e facciamo vedere a tutti il Pd che prova a portare le sue idee».

Una cena o un caffé «per incontravi con chi è incerto, chi è per il No, non solo per convincerli» a votare Sì al referendum, «ma perché io penso che ci sia bisogno di tornare a incrociare i nostri sguardi e tornare ad essere delle persone e non solo degli utenti». C’è bisogno di una comunità, di rimettere insieme i pezzi di una storia per provare a tracciare la storia futura, questo il senso della proposta del premier-segretario che tocca con mano quanto possa diventare violento quel popolo senza volto che si parla sul web.

In gioco c’è il futuro del Paese, per Renzi questa è la partita perché «il referendum non è il punto di arrivo ma è il punto di partenza, senza la quale si riparte dal via dopo trentacinque anni. Vi rendete conto del rischio che stiamo correndo?». Il rischio, avverte, è anche quello di passare i prossimi venti anni nel Pd a domandarsi «chi ha ucciso l’esperienza riformista italiana semplicemente perché voleva riprendersi il posto che gli era stato tolto». Quando fa il nome di Massimo D’Alema dalla piazza si alzano i fischi, non solo degli anziani, quelli che votano sì perché «fanno fatica a capire la riforma». Anche i giovani fischiano, si alza un “buhh”.

«D’Alema ha detto delle parole sugli anziani che vorrei fossero state dette per sbaglio. Il punto è un altro, come mi ha detto un sindacalista dei pensionati che è qui: “noi votiamo sì, perché quelli li abbiamo visti all’opera».

Eppure, tante delle persone che oggi sono qui, hanno votato in passato «quelli lì» e oggi si sentono traditi due volte. Ne ha anche per il M5s, troppo ghiotta l’occasione per non tornare sul complotto dei frigoriferi denunciato dalla sindaca di Roma Virginia Raggi: «Quando andate via non abbandonate i frigoriferi per strada». Poi, l’attacco politico: «Se parli di onestà ma non risolvi i problemi della tua città e del tuo paese non sei credibile, l’onestà è il minimo, è l’obiettivo base, ma bisogna riuscire a realizzare gli obiettivi e i progetti che ci si è prefissati». Un comizio che dura poco meno di u n’ora per una scaletta studiata passo passo dal segretario che l’altera notte è venuto qui e ha fatto un sopralluogo. Saluta sulle note di «People have the power» e poi con un tweet dice che oggi è andata bene. La piazza era piena e non era scontato. Quando è stato Beppe Grillo a chiamare la sua gente piazza Montecitorio era vuota.

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