L’aggressione a Panebianco è un’aggressione al libero pensiero

Cronaca
Il professor Angelo Panebianco, durante la contestazione subita per un articolo da lui firmato e pubblicato sul Corriere della Sera. Sono stati alcuni appartenenti al collettivo Cua ad 'attaccare' l'editorialista interrompendo con uno striscione e volantini la sua lezione alla facoltà di Scienze politiche, in Strada Maggiore a Bologna, 22 febbraio 2016. ANSA / Collettivo Universitario Autonomo Bologna

I pareri dei docenti sulla violenta contestazione contro il professor Panebianco all’Università di Bologna: “Sono atteggiamenti che riportano a un triste passato. E proprio da parte di chi si richiama alla pace”

È un caso isolato? Molti se lo chiedono cercando di capire cosa si celi dietro questo ripetuto affronto dei collettivi bolognesi contro Angelo Panebianco, docente e commentatore, come si dice, di chiara fama. Andrebbe scandagliato con attenzione ciò che si muove nella galassia dei giovani, in particolare di quelli che abitano i nostri atenei, per capire, ammesso che ve ne possano essere, le ragioni di tanta rabbia. È certo che questo segnale va letto come un qualcosa che supera il disagio su singole questioni e vicende e va probabilmente inserito nel clima di paura generato dai grandi fenomeni che sconquassano la nostra vita quotidiana. Ma al di là delle letture che se ne devono dare, è forte lo sconcerto per questo gesto inaudito e per come si è reiterato. Un docente, specie se noto, ha molti spazi nei quali dire la sua. Lo può fare scrivendo libri o editoriali sui giornali, lo può fare intervenendo nei dibattiti sui mezzi di comunicazione di massa.

Ma se c’è un momento nel quale questa funzione ha il suo più alto significato è proprio quello in cui il docente tiene la sua lezione, il momento in cui il sapere accumulato si misura con le fresche energie degli allievi. L’università ha attraversato tregende e secoli bui proprio per questa sua forza, per questo imprinting: senza libertà di espressione essa perderebbe senso. Quale area, dunque, si respira negli atenei italiani? E quello bolognese è un atto da condannare e però da liquidare come un gesto intollerante ma insignificante? Provo a tastare il polso ai docenti, conversando con alcuni di loro e in particolare con quelli che studiano e si occupano di storia contemporanea, di scienza della politica e di diritti civili. Parto da Siena, da casa mia perché, proprio qui, si è sviluppato, per ora sui social, un confronto fra due docenti dell’ateneo. Luca Verzichelli, docente di scienza politica e direttore della “Rivista italiana di Scienza politica”, era stato, ieri, tra i primi a scendere in campo contro le ripetute intemperanze verso Panebianco, usando parole forti e dando degli “squadristi” agli studenti che avevano impedito la lezione a Bologna. È stato subito rimbeccato e ne è nato un confronto utile: si è trattato solo del gesto di un gruppo di studenti che hanno così voluto manifestare, con violenza, la loro posizione contro la guerra o si tratta di qualcos’altro? Luca Verzichelli riprende in mano la questione, precisando: «Forse ho esagerato in quanto la mia è stata una reazione a caldo contro un gesto che oltre a offendere un collega, offende il concetto che io ho della libertà di insegnamento. Mi è stato chiesto perché un analogo atteggiamento non sia stato tenuto, ad esempio, quando vi sono state le occupazioni studentesche. Semplice: una cosa sono le manifestazioni collettive con le quali si vogliono mettere in discussione temi, leggi e comportamenti, e per di più con metodi democratici; un’altra cosa gli attacchi individuali ai singoli docenti, attacchi diretti a colpire singole persone. Questo atteggiamento richiama alla memoria metodi antidemocratici. Essere democratici vuol dire, per me, rispettare sia i diritti individuali che quelli pubblici».

Un analogo giudizio di preoccupazione e di sconcerto lo esprime Giuliano Volpe, archeologo, ex rettore dell’ateneo di Foggia, attualmente Presidente del Consiglio Superiore per i Beni culturali e paesaggistici del MiBACT. Forse anche perché, in questa sua veste, deve aver affrontato, in questi ultimi tempi, perigliosi confronti: «Sono rimasto molto colpito dal gesto compiuto da quel gruppetto di studenti. L’Università è da sempre una palestra del libero confronto e non può essere un luogo nel quale non si può esprimere liberamente il proprio pensiero. Lo ripeto, è inquietante e riporta alla memoria sgradevoli episodi del passato che hanno segnato svolte dolorose per la democrazia italiana. Rispettarsi vuol dire avere la capacità di ascoltarsi e di opporre con la dialettica le proprie idee. Molte volte può capitare di avere posizioni che non sono condivise anche da altri colleghi o amici con i quali pure avevamo fatto lunghi percorsi culturali e politici. La capacità consiste nel sapersi confrontare senza preconcetti».

Francesco Barbagallo, docente di storia contemporanea alla Federico II di Napoli e direttore della rivista “Studi Storici”, sta lavorando, proprio in questo tempo, ad un’opera che si sviluppa negli anni del nascente e violento fascismo. Liquida seccamente il comportamento dei collettivi bolognesi : «È chiaro- commenta- che sono atti da condannare con risolutezza. Chi si comporta così non ha alibi. Questi gesti mi riportano, proprio grazie alle sudate carte, a tempi lontani. Ho sotto gli occhi il carteggio tra Guido Dorso e Piero Gobetti, nel periodo in cui lo studioso campano collabora a “La Rivoluzione Liberale” scrivendovi un saggio, La rivoluzione meridionale, che rimane un caposaldo in tutte le successive analisi e battaglie sul Mezzogiorno. Era il 1925 e sappiamo bene cosa sia avvenuto in quegli anni: gruppetti e squadre nere prendevano di mira i singoli studiosi e le singole personalità che la pensavano diversamente da loro. Spesso, e la storia si ripete, alcuni credono di compire azioni, diciamo così, di sinistra non rendendosi conto che in realtà gli attacchi alla persona sono parte organica di una cultura fascista».

Tutti i docenti interpellati sono concordi nell’augurarsi che l’atto avvenuto a Bologna sia un fenomeno isolato. Stefano Pivato, docente di storia contemporanea a Urbino, aggiunge: «La solidarietà è naturale e viene espressa da tutti, anche da quelli come me che non sono d’accordo con molte delle posizioni che Panebianco esprime. Non essere d’accordo non può indurre ad impedire l’espressione di opinioni diverse dalla tua. Chissà quanti avranno ricordato, in questo frangente, la massima di Voltaire sulla libertà di espressione. Che tutto ciò avvenga nelle università può rappresentare un segnale di allarme, in quanto era da molto tempo che non assistevamo a simili episodi». Agostino Giovagnoli, docente di storia contemporanea alla Cattolica di Milano è, in linea di massima, dello stesso parere: «È una cosa assurda e spero vivamente che si tratti di un problema legato alle caratteristiche locali e a vicende specifiche. Sarebbe bene capire, e molto presto, se si tratta di un caso isolato, come credo, o di una pratica in atto in più atenei. Da noi, alla Cattolica, episodi del genere non si sono visti ma anche alla Statale, dove abbiamo assistito ad alcuni episodi nei quali i giovani contestatori hanno chiesto il diritto di intervenire, tutto si è risolto civilmente».

Per ultimo registro il parere di Marcello Flores, docente di storia contemporanea e direttore di un Master in diritti civili: «Negli ultimi anni si sono moltiplicati, nelle università italiane, gli insegnamenti, i corsi di laurea, i master relativi ai temi della guerra e della pace, permettendo una conoscenza di tipo storico, giuridico, politico e sociologico largamente superiore al passato. Questa conoscenza non può prescindere dall’esistenza di punti di vista diversi, di interpretazioni differenti, di giudizi contrapposti e di risposte contraddittorie agli stessi interrogativi. Cercare di fermare un giudizio che si reputa sbagliato o un ragionamento che non si condivide con la violenza, come hanno fatto i giovani che hanno interrotto le lezioni del professor Panebianco, significa mettersi automaticamente al di fuori della comunità della conoscenza, che è basata sul confronto, a volte anche aspro, e sul rispetto dell’interlocutore. Ciò che appare paradossale è che chi ha esercitato queste forme di violenza, intollerabili ovunque ma ancor più dentro un’università, l’abbia fatto almeno nominalmente in nome della pace o di un pacifismo non si capisce di quale natura. Sono solo i fautori di regimi totalitari a ritenere utile e legittimo chiudere la bocca a chi la pensa diversamente, una pratica che l’Italia democratica non può accettare e deve combattere con fermezza».

 

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