L’acqua è su Marte ma non a Messina (e non è vittimismo)

Ambiente
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L’incredibile è che di questo problema non parlava nessuno, poi il web…

Per fare la barba uso il pennello e ancora oggi, che abito a Roma, raccolgo poca acqua nel lavandino per non sprecarla. E’ un’abitudine che ho mantenuto dagli anni vissuti a Messina, dove sono nato e cresciuto, e poi a Palermo dove ho lavorato per quindici anni.

Appartengo alla generazione di siciliani che sino a trent’anni fa vedeva scorrere l’acqua dai rubinetti di casa per poche ore ogni due-tre giorni. Anni in cui l’acqua si conservava in bidoni e cisterne sulle terrazze (quasi sempre di eternit) e la si apprezzava come se fosse vino in barrique.

Immagino con tristezza che l’emergenza acqua di questi giorni abbia fatto ripiombare Messina in quegli anni, anzi peggio perché credo che nessuna casa sia ormai attrezzata come allora per raccoglierla e conservarla.

So bene che il problema è stato causato da una frana che ha travolto la condotta principale e che, quindi, poco avrebbero potuto fare le autorità locali per evitarla. Eppure c’è un “prima” e un “dopo” che mi indignano.

La città è senz’acqua da cinque giorni e dalla lettura delle cronache locali mi sembra di capire che molti altri ne passeranno prima di poter realizzare una soluzione tampone. Mentre si trova l’acqua su Marte a Messina, invece, da anni non riescono a trovare un’alternativa di approvvigionamento idrico in grado di affrontare le emergenze in caso di guasti o disservizi dell’acquedotto principale. Anche il “dopo” è sotto gli occhi di tutti: una situazione colpevolmente sottovalutata e probabilmente “condizionata” da quella forte dose di fatalismo (“cu ‘u putia mai pinsare”, chi lo poteva pensare) che ha sempre connotato noi siciliani e la Sicilia.

Ma c’è un altro aspetto di questa vicenda che mi fa ancor più arrabbiare e dovrebbe però indignare tutti, messinesi e non. Il Paese (cioè il governo, la grande stampa, le tv nazionali) si accorge che una comunità di 250.000 persone è privata da cinque giorni di quel “bene comune”, per la cui difesa si è svolto quattro anni fa anche un referendum, solo dopo cinque giorni e grazie all’allarme lanciato sul web dai cittadini esasperati.

Ecco perché la questione meridionale continua ad essere un’emergenza (e il vittimismo, altra connotazione di noi siciliani, questa volta non c’entra).

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