Laboratorio Milano, dove il Pd vince e la sinistra anche

Milano
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Gruppo dirigente 30-40enne, contaminazione tra le anime dem e oltre, dialogo con la città, spinta dei volontari. Una ricetta unica oppure replicabile?

Le magliette, da giallo vivo, sono tornate arancione acceso; le facce, invece sono rimaste (quasi tutte) le stesse. A partire da quella, ventenne con accenno di barba, di Lorenzo che saltella sul palco: «Se lasci il volantino senza spiegare, il destinatario lo getterà svoltato l’angolo. Se il panettiere sotto casa voterà No, sarà colpa tua che hai dato il suo voto per scontato». Milano, comune dove il Pd governa in una regione in cui amministra 12 province su 12. Milano, dove il Pd a gestione unitaria, e non per finta, è primo partito.

Milano, capoluogo operoso del Nord produttivo, dove anche il Pd è giocoforza operoso e produttivo: dopo le agguerrite primarie a tre, dopo la competizione che ha portato Beppe Sala a Palazzo Marino, dopo la Festa dell’Unità settembrina allo Scalo di Porta Romana, ecco la campagna referendaria, madre di tutte le battaglie per il governo e trincea per l’unità del partito. Dirigenti e militanti, comprensibilmente, sono esausti.

Stato d’animo che non turba il suo principale responsabile: Pietro Bussolati, 34 anni, fan del subcomandante Marcos (incontrato in Chiapas), economista distaccato dall’Eni, dal 2013 segretario metropolitano del Pd che gestisce con piglio manageriale e iwatch al polso: «Abbiamo quasi 10mila tesserati, sui 30mila lombardi, il trend è in calo come ovunque anche se teniamo. Ma c’è un bacino potenziale ben più ampio: abbiamo digitalizzato gli elenchi delle primarie, 100mila nomi nell’ultimo quinquennio, 50mila mail, 30mila indirizzi. Una base fluida da valorizzare e fidelizzare».

Erano primarie di coalizione, i partiti possono attingere agli elenchi? «Il regolamento lo consente, solo il 10% si disiscrive». È la teoria (non nuova) del doppio livello tra iscritti e militanti, del Pd come “hub”, della differenza tra chi versa 50 euro per la tessera e chi attiva «bonifici a progetto» o versa il 2 x mille. Eppure, a Milano funziona: quella che appare come la storia di un giovane gruppo dirigente turborenziano declinata nel partito liquido, ha prodotto un’efficiente modello unitario, un allargamento oltre le identità, un’osmosi con la società civile, e soprattutto una spinta propulsiva del volontariato che durante le amministrative ha toccato le 2mila persone e che tende a stabilizzarsi.

Tutto questo Bussolati, oltre a saperlo, lo ha voluto: «Ho vinto al secondo turno un congresso molto competitivo. E a Milano, nel 2012, Renzi ha vinto le primarie ma sugli iscritti ha prevalso Cuperlo. Bisognava riunire le anime e fare rete con la città. Anche a sinistra, l’esperienza straordinaria di Pisapia andava preservata: Sel ha riconosciuto la nostra lealtà e il rifiuto di alleanze con Ncd, che qui ha il volto di Cielle».

Una tela tessuta in sinergia con Alessandro Alfieri, 44enne segretario regionale Dem che ha lasciato la carriera diplomatica per la politica: «In Lombardia l’idea di comunità nelle 12 federazioni è ancora forte. C’è chi fa vita di sezione e chi viene solo d’estate alle Feste. Servono nuove modalità di coinvolgimento, anche tematiche. Tra le primarie, i questionari online, i due call center messi in piedi per Sala sono state coinvolte 300mila persone. Nuove forme di partecipazione esistono e l’esperimento delle Magliette Gialle è stato un successo ». Per capirlo, bisogna riavvolgere il filo ben più indietro delle amministrative. Buona parte del “laboratorio Milano” si coagula intorno al Circolo 02 (numero corrispondente al prefisso telefonico urbano), in Porta Venezia, che nasce nel 2006 in vista della fusione Ds-Margherita, con l’incontro dal titolo propedeutico: «La sezione che verrà». In questo circolo – fondato da due allora ventenni, Lia Quartapelle (oggi deputata) e Pier Maran (oggi assessore all’Urbanistica) e dove poi confluiscono Bussolati, l’attuale assessore Filippo Del Corno, e altri – si salderà quasi dieci anni dopo l’impasto tra «nativi Pd» e classe dirigente renziana.

«È stato un passaggio insieme politico e generazionale – dice Quartapelle –Con l’idea di un partito che non sia tabula rasa ma sintesi del passato, la nostra storia reinterpretata da nativi Dem. E la chiave di volta è stata la scommessa di Pietro al congresso ». Milano conta 150 circoli, più alcuni, circa una ventina, volatili come Open Bocconi o i ricercatori della Bicocca. Alcuni molto attivi: quello in viale Padova sul fronte immigrazione, la Pallacorda dove è cresciuta la manager Arabella Caporello oggi direttore generale del Comune, o i ragazzi di Porta Genova. Lo 02, però (già autore del video I’m Pd sulle note dei Village People) si è guadagnato i galloni (e le invidie) di primo della classe con il progetto “Bella Ciao”per i 70 anni dalla Liberazione, culminato nella sfilata in tshirt color canarino al corteo del 25 aprile, e prestato alla città dopo le devastazioni dei black bloc, quando in 20mila hanno gridato a fianco del sindaco Pisapia “nessuno tocchi Milano”.

Un gruppo diventato l’embrione della nuova classe politica emergente, guidato dall’avvocato 33enne Mario Vanni, da pochi giorni capo di gabinetto di Sala, e da Silvia Roggiani, responsabile organizzazione Dem. Nella contaminazione milanese, si aggiunge l’area cattolica soprattutto franceschiniana. Lele Fiano, deputato fassiniano e poi renziano, è stato nove anni in consiglio comunale: «Oggi c’è un gruppo coeso di 30-40enni renziani della prima ora, più giovani di me, in sinergia con i coetanei professionisti, pubblicitari e designer, ma anche con l’altra parte del Pd, come i civatiani, più di sinistra e movimentista, che affonda le radici nel sociale e non solo nella produttività».

Come Pier Francesco Maiorino, 43enne assessore alla Politiche Sociali, ma soprattutto ex sfidante di Sala ai gazebo più competitivi di questa tornata. Majorino è un pezzo di rilievo nel mosaico che qui conduce il Pd a governare e a non lacerarsi. È chiaro che, dato il primo elemento, il secondo viene più facile: Bussolati ha appena rifatto la segreteria, visto che metà dei componenti ha assunto incarichi comunali. Ma nella tipicità milanese contano e hanno contato anche ciò che Fiano definisce il «socialismo pisapiano e la sua capacità di tenere l’arancione nella prospettiva di governo», la duttilità di Sala nell’interpretare le stesse istanze unendo alla concretezza manageriale l’attenzione alle periferie, alle unioni civili, alla povertà che cresce. Sul palco dell’Istituto dei Ciechi in via Vivaio, Lorenzo ha finito di arringare i volontari sui segreti del porta a porta: «Molti vi offriranno il caffè, se siete affaticati anche il pranzo, si fideranno di voi, non deludeteli».

Ha 22 anni, studia giurisprudenza, ha la maglietta arancio del Basta un Sì, è il capo della falange dei volontari che ha appena ridipinto i banchetti usati per le amministrative. Dall’arancione dei sindaci a quello referendario, passando per il giallo, senza strappi. Come regista, Bussolati non ha dubbi: «Siamo in un momento di transizione, dobbiamo decidere se spiccare il volo. La struttura in circoli non funziona, bisogna fare il balzo e adottare i primaristi come base». Per l’invidia di Calderoli, c’è persino l’algoritmo, complicatissimo: «Calcola i circoli che hanno più votanti alle primarie. È una cartina tornasole per capire se un segretario lavora davvero per allargare la partecipazione o vuole mantenere i rapporti di forza inalterati». Lorenzo annuisce. Sul suo braccio, un tatuaggio fatto per amicizia ma esportabile in politica: if we can’t live together, we will die alone. Se non riusciamo a stare insieme, moriremo da soli.

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