La verità sulla morte di Pier Paolo Pasolini

Cultura
Pasolini

Pubblichiamo la prefazione e il primo capitolo de “La macchinazione” (Rizzoli), il libro di David Grieco, ex giornalista de l’Unità, regista e collaboratore dell’intellettuale ucciso quarant’anni fa

È il 1974. Da più di un anno Pasolini sta scrivendo un libro, un libro misterioso, di cui non parla volentieri. Il libro è misterioso perché lui stesso sembra non sapere ancora che specie di libro sia. Dice che non è un romanzo, e neppure un saggio. Sa soltanto che sarà lunghissimo, migliaia di pagine, e non ha idea di quando riuscirà a finirlo. «Ma che libro è?» gli chiedo. «Si intitola Petrolio» mi risponde. «Perché Petrolio?» lo incalzo. «Perché il petrolio ormai è più importante dell’acqua. Senza il petrolio, a quanto pare, non possiamo più vivere» dice lui.

«Di cosa parla questo libro?» insisto io. «Parla di Cefis» si limita a dire lui. «Cefis? Eugenio Cefis? Quello dell’Eni, della Montedison?» gli chiedo ancora. «Proprio lui» aggiunge alzandosi e troncando la conversazione.Ho provato a saperne di più, ma è andata male. Ho conosciuto Pier Paolo Pasolini quando ero poco più che un ragazzino, grazie a Lorenza Mazzetti, la compagna di mio padre, che è stata ed è tuttora per me una sorta di «madre elettiva». Lorenza Mazzetti è una donna molto speciale. È stata cresciuta in Toscana insieme alla sorella gemella Paola dalla famiglia di Albert Einstein, famiglia in parte sterminata dai nazisti il 3 agosto del 1944, come lei stessa racconta nel suo primo, fulminante romanzo intitolato Il cielo cade. Dopo la guerra, a Londra, Lorenza Mazzetti è diventata poi, in modo assai rocambolesco, una regista cinematografica importante, è stata tra i fondatori del Free Cinema, cugino inglese del Neorealismo Italiano, e ha vinto anche un premio al Festival di Cannes con il suo film Together. Tornata in Italia nel 1959 per vivere con mio padre, Lorenza Mazzetti ha scelto la letteratura e si è imposta all’attenzione, con i suoi romanzi, anche nel suo Paese d’origine.Nel 1960, a Roma, Pasolini bussa alla porta di Lorenza per chiederle come abbia fatto di preciso a realizzare Together senza il becco di un quattrino. In quei giorni, Pier Paolo Pasolini sta cercando di portare sullo schermo la sceneggiatura di Accattone, ma fatica a trovare un produttore. Molto tempo dopo quell’incontro, io comincio un rapporto tutto mio con Pasolini. Un rapporto che accompagna la mia adolescenza, la mia crescita e la mia formazione. Non è facile definire questo rapporto. Pasolini potrebbe essere per me un padre, un fratello, un maestro di vita, una fonte d’ispirazione, un mastro artigiano, un collega, un interlocutore umano e politico privilegiato. È un rapporto difficilmente etichettabile, ma decisivo a farmi diventare, nelle qualità come nei difetti, la persona che sono. In sostanza, Pier Paolo Pasolini è stato, anche inconsapevolmente, la mia guida etica, una guida rigorosa e anticonformista allo stesso tempo.Facendo riferimento al Romanzo delle stragi («Io so…»), l’editoriale pubblicato il 14 novembre del 1974 dal «Corriere della Sera» che rimane senza dubbio il suo epitaffio, anch’io come Pasolini vorrei dire che so tutto della sua morte, anche se non ho le prove.«Io so perché sono un intellettuale» scriveva Pasolini, «uno scrittore che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo” sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che io so in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il ’68 non è poi così difficile.» Da quarant’anni a questa parte, molti intellettuali e romanzieri hanno detto e scritto ciò che sapevano e ciò che intuivano del Caso Pasolini. Il più delle volte, purtroppo, sono stati poco letti e poco ascoltati.In questo lungo viaggio che sto per iniziare, ho intenzione di portarli tutti con me, sperando che venga finalmente riconosciuto a tutti loro il merito di non essersi mai arresi nell’estenuante ricerca dei mandanti e degli esecutori dell’attentato che ha messo a tacere la voce più alta e più coraggiosa dell’Italia del dopoguerra.Accanto a me, a bordo di questo libro tro-verete una persona che idealmente li rappresenta tutti. È l’avvocato Stefano Maccioni, l’unico che è riuscito nel 2009 (insieme alla criminologa Simona Ruffini) a far riaprire l’indagine sulla morte di Pasolini che tanti, troppi, consideravano, forse desideravano chiusa per sempre.

1 – IL GIORNO DEI MORTI Come sempre, mi sono addormentato verso le quattro. Non riesco mai ad andare a letto prima. Ho appena compiuto ventiquattro anni ma continuo a vivere come un adolescente. Ho scelto il mestiere ideale per prolungare l’adolescenza. Faccio il giornalista. Un giornalista comincia a mettersi in moto in tarda mattinata, legge attentamente un discreto numero di giornali e poi si reca ancora intontito al suo, di giornale, per mettersi al lavoro. A mezzogiorno c’è la riunione di redazione e poi tutti a pedalare. Fino a che ora, impossibile prevederlo. Di conseguenza, a poco a poco gli amici si allontanano, non t’invitano più nemmeno a cena e si rassegnano a vederti solo quando gli capiti all’improvviso tra capo e collo perché in tipografia è andato tutto liscio, non ci sono stati imprevisti e sei riuscito ad andartene dal giornale prima di mezzanotte. Loro non possono capire che la vita di un giornale si basa sugli imprevisti. In assenza d’imprevisti, i giornali non li legge più nessuno, rischiano di chiudere e tu di ritrovarti a spasso. Lavoro a «l’Unità». Da quasi sei anni ormai. Sono il critico cinematografico e il critico musicale (sono riuscito a sfondare il muro di omertà dei quotidiani italiani nei confronti del jazz e della musica rock), ma vengo anche utilizzato come una sorta d’inviato culturale. Grazie al fatto che parlo francese, inglese, un po’ di spagnolo e un po’ di tedesco, viaggio spesso all’estero, sempre con mezzi di fortuna perché i soldi per le trasferte scarseggiano.Anche al di fuori de «l’Unità», sto diventando quella che si dice «una firma». Scrivo senza prendere ordini, cerco sempre di essere onesto e sincero, e nonostante le rimostranze di alcuni lettori che protestano quotidianamente chiedendo la mia testa, «l’Unità» non mi ha mai censurato neppure una volta. (…). Se i miei compagni e colleghi non fossero così, molti di loro sarebbero seduti nelle redazioni dei giornali che chiamiamo «borghesi» anziché a «l’Unità». Percepirebbero stipendi più che dignitosi, andrebbero in ferie tutti gli anni, si potrebbero comprare una macchina di lusso, una bella casa, e forse metterebbero al mondo anche dei figli senza stare a pensarci troppo.Guadagno poco, veramente poco, e non mi basta per vivere con la mia compagna Bruna Durante che dal canto suo si arrangia con lavoretti precari. Per fortuna suo padre ha comprato una casa per noi in un palazzo di recente costruzione in via Mascagni, davanti al Prato della Signora. Mio «suocero» è il professor Faustino Durante. Il medico legale, anzi il coroner – come dicono nei film americani – più famoso d’Italia. Ha legato il suo nome alle delicate perizie sui corpi dell’anarchico Pinelli e del dissidente greco Panagulis, riceve quasi ogni giorno minacce di morte da anonimi fascisti, non possiede una scorta ma va in giro munito di revolver. Nell’Italia del 1975 si parla ancora di fascisti. Ma il nostro è un Paese oggettivamente all’avanguardia in Europa. Abbiamo vinto il referendum e abbiamo ottenuto il divorzio, abbiamo riempito il pianeta di utilitarie, i nostri prodotti sono i migliori del mondo in svariati campi, dal cibo all’abbigliamento, e il Pci, il partito comunista più forte dell’Occidente, si appresta a conquistare il potere mandando final-mente all’opposizione la Democrazia cristiana nonostante il Vaticano, la Nato e la Cia. Alle elezioni regionali, lo scorso giugno, è stato quasi sorpasso. Alle prossime votazioni, quelle politiche, nessuno ci potrà fermare. Sono pronto a scommetterci lo stipendio. Sto sognando, evidentemente. Del resto, sono pur sempre le 7 del mattino del 2 novembre 1975 e a quest’ora io, senza ombra di dubbio, non posso che trovarmi nel mio letto, sprofondato nel sonno.Eppure sento qualcuno, sopra di me, che singhiozza e mi scuote le spalle. A differenza di me, Bruna si sveglia sempre all’alba, anche nei giorni di festa. Lei e io viviamo secondo fusi orari completamente diversi. «Che vuoi, Bruna? Che ora è? E perché piangi?» Lei continua a piangere. «Non so come dirtelo…» farfuglia. «Non sai come dirmi cosa? A quest’ora poi… cazzo sono le sette! Si può sapere che succede?!» «Hanno ammazzato Pasolini» riesce finalmente a mormorare prima di scoppiare di nuovo a piangere. «Cosa dici? Ti sei appena svegliata? Che cos’è, un incubo?» «No, l’ho sentito alla radio, mentre facevo la doccia. Dicono che l’hanno trovato morto in uno sterrato a Ostia, all’Idroscalo» mi fa lei.

2 – IL DISSENSO CON MORAVIA Mentre Bruna balbetta notizie approssimative, io mi sono già infilato i pantaloni e sto cercando le scarpe.«Ma dove vai? Aspetta!… Fra poco c’è un altro giornale radio…» mi dice rincorrendomi sul pianerottolo. Sono già fuori. Ho preso il motorino, che al momento è il nostro unico mezzo di locomozione, e lo sto spingendo verso una discesa perché da fermo non parte più da un pezzo.Una volta in sella, attraverso Roma ancora deserta e comincio a piangere anch’io mentre il vento mi asciuga scrupolosamente le lacrime. Ripenso all’ultima volta che ho visto Pasolini, un paio di settimane fa, in via della Croce. Ci siamo incontrati per caso, abbiamo preso un caffè da D’Angelo e Paolo mi ha chiesto se mi andava di accompagnarlo a vedere una macchina nuova perché voleva cambiare l’Alfa Gt. Mi sarebbe piaciuto andarci, ma non potevo. Dovevo tornare al giornale. Mentre attraverso il piazzale del Verano, davanti al cimitero noto montagne di fiori. È il giorno dei Morti. Mi accorgo solo ora che Pasolini è morto il giorno dei Morti. Circostanza surreale. Sono anni che tutti i governi cercano di togliere questa ricorrenza dall’elenco dei giorni festivi. Forse vorrebbero abolire il concetto stesso di morte. Sarà che non vogliamo più festeggiare i morti perché viviamo sempre meglio e sempre più a lungo?Mi accorgo che questo pensiero potrebbe vagamente somigliare a una tipica osservazione pasoliniana. Mi sono sforzato spesso di ipotizzare cosa avrebbe pensato Paolo davanti a qualunque argomento. Ormai non mi sforzo più. Mi viene naturale. Deve essere successo quel giorno che Pasolini mi prese da parte per rimproverarmi quando leggevo ad alta voce e sguaiatamente deridevo, davanti ad amici comuni, una recensione cinematografica di Alberto Moravia apparsa su «L’Espresso». Il film che Moravia recensiva era il più famoso film porno di tutti i tempi, Gola profonda, e lo scrittore ne tesseva le lodi paragonando l’interminabile fellatio praticata da Linda Lovelace all’ossessiva spirale musicale del Boléro di Ravel. Insomma, Moravia era riuscito nell’impre-sa di trattare Gola profonda alla stregua di un capolavoro dell’arte cinematografica. Di fronte a tanta audacia, io dissentivo usando tutto il sarcasmo di cui ero capace. «Ti senti un critico già affermato e ti permetti di prendere in giro Moravia, senza renderti conto di quanto puoi essere ottuso e conformista, come del resto buona parte dei tuoi colleghi. Voi scrivete sempre, tutti in coro, le stesse cose. Moravia invece pensa sempre con la sua testa e parla sempre con la sua voce. Il giorno in cui riuscirai a farlo anche tu ne riparleremo e forse ti ascolterò con un briciolo di rispetto.»

3- L’INCONTRO CON FELLINI Mezz’ora dopo arrivo in via Eufrate 9, all’Eur, sotto casa di Pasolini. Mi attacco al citofono, ma la risposta tarda ad arrivare. Improvvisamente, alle mie spalle, odo una voce flautata: «E tu che ci fai qui a quest’ora?…».Mi volto e vedo Fellini. Federico Fellini. Affacciato al finestrino di un taxi, Fellini mi fissa sorpreso e sorridente. Incontrare Fellini proprio in questo momento è sicuramente la cosa più surreale che mi possa capitare. Lo conosco da anni, credo sia stato proprio Pasolini a farmelo conoscere. Pasolini deve indubbiamente molto a Fellini delle Notti di Cabiria e a quello della Dolce vita, ma soprat-tutto a fargli conoscere altri registi, come Mauro Bolognini, e a procurargli non poche sceneggiature da scrivere (…). Poi Fellini divenne produttore quando il vecchio Rizzoli, che aveva paura di perderlo, creò la Federiz prendendolo come socio e sposando i loro nomi nell’intestazione della ditta. Pasolini colse la palla al balzo e propose subito a Fellini la sceneggiatura di Accattone, dicendogli che il film questa volta voleva dirigerlo lui. L’aspirante regista fu sottoposto a un vero e proprio provino, e girò due sequenze del film. Fellini, inaspettatamente, rinunciò a produrlo, lasciandosi convincere da Rizzoli (…). Fortunatamente, Accattone fu poi realizzato a forza di cambiali da Alfredo Bini, un produttore audace e squattrinato che fece così la sua fortuna e la fortuna di Pasolini. Nonostante questo spiacevole episodio, tuttavia, i rapporti fraterni tra Pasolini e Fellini non vacillarono mai, neppure per un istante.Io guardo Fellini e non riesco a sorridergli. Gli rispondo come un automa: «Hanno ammazzato Pier Paolo, Federico…».Il suo faccione sornione collassa in una maschera di panico: «Ma cosa dici?! Oddio santo! Io… io sto andando all’aeroporto, non posso fermarmi!».Ora sono io che gli sorrido, e gli faccio cenno di ripartire. Mi hanno appena aperto il cancello. In casa di Pasolini c’è Graziella Chiarcossi, la cugina di Paolo. La madre, Susanna Colussi, è chiusa nella sua stanza, trincerata dietro un mutismo che l’accompagnerà per il resto della sua esistenza. Graziella è sconvolta e smarrita. Mi parla di una telefonata ricevuta nel cuore della notte. Una telefonata di poliziotti o carabinieri che dicevano di aver ritrovato al Tiburtino l’Alfa Gt di Paolo, e sostenevano che probabilmente era stata rubata. Graziella aggiunge che durante la telefonata non c’è stato nessun accenno, da parte loro, alla morte di Pasolini. (…)

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