La verità insabbiata da Bush torna a galla con “Truth”

Cinema
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Ottima, e migliore di “Spotlight”, questa storia giornalistica con Cate Blanchett e Robert Redford ricostruisce il caso delle carte false su George W. che travolse la produttrice della Cbs Mary Mapes

Per chi vive dentro questo giornale da quasi quarant’anni – e quindi, per chi lo legge da un tempo altrettanto lungo – Truth evoca ricordi dolorosi e rabbie non sopite. Evoca il “caso Maresca”, una storia in cui un giornalista scrive la verità – o qualcosa che si avvicina molto alla verità – ma i documenti con cui crede di poterla provare sono falsi. Ricapitoliamo: il 16 marzo 1982 l’Unità pubblicò un articolo della cronista Marina Maresca basato su un documento secondo il quale Ciro Cirillo, esponente della Dc campana rapito nel 1981 dalle Br, era stato liberato dietro pagamento di un riscatto concordato fra terroristi e politici, con la decisiva mediazione del camorrista Raffaele Cutolo. Purtroppo il documento era falso: l’aveva dato alla nostra collega Luigi Rotondi, equivoco personaggio legato al Ministero degli Interni.

Il caso si ritorse contro il giornale, e solo nel 1989 Marina Maresca fu assolta dall’accusa di falso. Quello che era successo fra Cutolo e gli esponenti dc fu sapientemente insabbiato. La mancanza di prove autentiche provocò quel che Giuseppe D’Avanzo, in un’intervista con Cirillo pubblicata su Repubblica il 12 aprile 2011, definì «la verità sostanziale affondata dalla falsità del documento che la raccoglie». Truth racconta una storia quasi identica, avvenuta nel 2004. George W. Bush è alla Casa Bianca dal 2000 e si sta preparando alla campagna per il secondo mandato, quando la rete tv Cbs fa esplodere una “bomba” che potrebbe costargli la rielezione. Durante il famoso programma giornalistico 60 minutes, il conduttore Dan Rather – una delle icone del giornalismo americano – presenta al pubblico i cosiddetti “Killian documents”, sei documenti che proverebbero un comportamento fraudolento del futuro presidente durante il suo servizio “militare” nella Air National Guard, tra il 1972 e il 1973. Già la National Guard – come sapete – non è un vero esercito, e il fatto che Bush vi si fosse imboscato non è una bella cosa, soprattutto nel momento in cui il suo avversario per la corsa alla Casa Bianca, John Kerry, è un eroe di guerra. In più, i documenti raccontano che il giovane George W. ne ha fatte di tutti i colori pur di non andare in Vietnam (cosa che, in piena escalation del conflitto, era possibile anche per i membri della National Guard).

Insomma, è una brutta storia. Con un piccolo dettaglio: a un esame più attento, i “Killian documents” si rivelano falsi: ben che vada copie di documenti veri, piuttosto malfatte. Mary Mapes, la produttrice della Cbs che li ha ottenuti da un veterano in pensione che aveva servito con Bush, non li ha controllati bene. E ha dato a Rather, l’uomo che li ha raccontati in onda, una polpetta avvelenata. Rather è però convinto della verità della storia, e tiene il punto: sostiene la collega, anche quando la Cbs la licenzia e tutti i media la trasformano nel “cattivo”. Nella vita vera, la storia raccontata in Truth non ha un lieto fine: Bush ha stravinto quelle elezioni, Mary Mapes è stata cacciata dalla Cbs nel 2005 (lo stesso anno nel quale ha vinto importanti premi per un altro reportage, quello sul carcere di Abu Ghraib), Dan Rather ha lasciato sua sponte la rete tv nel 2006 all’età di 75 anni. Nemmeno la storia del film ha un lieto fine: uscito negli Usa alla fine di ottobre 2015, ha incassato una cifra ridicola, circa 2 milioni e mezzo di dollari. Un flop al quale ha dato il suo contributo… la Cbs, che non ha fatto causa né ha impedito l’uso nel film di nomi e loghi veri (non sono mica scemi) ma l’ha definito «inverosimile» e ha fatto di tutto per boicottarlo. L’Academy che assegna gli Oscar si è gioiosamente adeguata: con tutta la simpatia per DiCaprio, premiato per Revenant, è semplicemente vergognoso che Robert Redford non sia stato almeno candidato, e che il film – migliore, a nostro parere, del vincitore Spotlight – sia stato totalmente ignorato. Ma evidentemente molti, dentro l’Academy, la pensano come la Cbs e come Bush. E in democrazia, sia chiaro, non è un reato. È solo un errore.

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