La Turchia nell’Unione? Il Consiglio frena, l’ipotesi resta remota

Europa
epa05218761 Turkish Prime Minister Ahmet Davutoglu (L) European Council President Donald Tusk (C) and European Commission President, Jean-Claude Juncker during a news conference at the end of a European Union leaders summit in Brussels, Belgium, 18 March 2016. EU leaders discussed a deal with Turkey that is aimed to tackle the migration crisis and curb migration into the bloc.  EPA/OLIVIER HOSLET

Ankara è troppo lontana dagli standard democratici europei, quel che resta del Consiglio è un accordo sui migranti che non risolve il problema sul lungo periodo

Quello che doveva rappresentare uno spartiacque nelle future relazioni tra Unione Europea e Turchia, non ha portato, alla fine, alle temute aspettative. Il Consiglio europeo del 17-18 marzo si è concluso con un accordo tra i 28 stati membri dell’UE e il governo di Ankara sulla crisi dei migranti. Niente accelerazioni, se non di facciata, al processo d’integrazione della Turchia in Europa e una promessa di liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi nell’area Schengen, ma a delle condizioni.

L’accordo, che arriva alla fine del meeting dei capi di stato e di governo UE con il primo ministro turco Ahmet Davutoglu, è un accordo che si limita alla gestione della crisi dei migranti, almeno nel breve-medio periodo, ma non da una svolta politica nelle relazioni tra Bruxelles e Ankara. L’eventuale accelerazione del processo d’allargamento alla Turchia rischiava di dividere maggiormente un’Europa già in crisi d’identità. L’adesione e la liberalizzazione dei visti è stata fortemente osteggiata da Cipro, che ha minacciato di porre il veto alla possibilità di aprire alla Turchia. L’isola è, infatti, occupata dalle truppe turche dal 1974 e divisa in due stati, Cipro e la Repubblica turca di Cipro Nord. Se la prima è l’unica riconosciuta a livello internazionale e stato membro dell’Unione Europea, la seconda è legittimata dal governo di Ankara. Il presidente cipriota Nicos Anastasiades si è dichiarato non favorevole all’ingresso della Turchia nell’Unione fino a quando Ankara non riconoscerà lo stato di Cipro e non consentirà ad esso l’uso dei porti e aeroporti turchi.

L’accordo raggiunto rimanda al nuovo incontro di luglio la questione dell’adesione. L’unica promessa fatta dall’UE è quella di mettere nuova linfa al processo negoziale e di decidere sulla discussione di nuovi capitoli il prima possibile. Parole perlopiù di circostanza, che non dimostrano una volontà concreta di aprire alla Turchia.

Anche la liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi sembra irrealistica al momento. Ankara dovrebbe rispettare le 72 condizioni imposte da Bruxelles per far sì che il processo si apra il 1 giugno. I tempi sono troppo brevi perché il miracolo accada. D’altronde la Turchia è uno stato ancora ben lontano dagli standard democratici europei. Un Paese governato da un presidente, Recep Tayiip Erdoğan, che si atteggia a sultano e che tollera solo posizioni filo-governative, che limita la libertà di stampa, i diritti delle minoranze e delle donne, difficilmente dovrebbe trovare posto in Unione che si dichiara fondata sui valori della democrazia, dell’uguaglianza e del rispetto dei diritti umani.

Quello che resta del Consiglio europeo è un accordo sulla gestione della crisi dei migranti che non risolve, però, il problema nel lungo periodo. Se è vero che Ankara ha accetto, tra gli altri punti, i rimpatri dei migranti senza diritto d’asilo dalla Grecia verso il suo territorio, stabiliti su base individuale, resta da capire fino a quando l’accordo riuscirà a resistere. Se gli stati membri non troveranno una posizione comune sulla crisi, che vada oltre il breve periodo e che non dipenda dalla Turchia, sarà difficile trovare una vera soluzione. In caso contrario, l’Unione sarà sempre in balia degli eventi internazionali. Quello che manca all’Europa è una visione, che le consenta di essere pronta a reagire ai problemi e non a essere schiacciata da essi.

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