La trattativa per liberare Gramsci, spunta una nuova lettera

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Recuperata dagli archivi dell’Istituto Gramsci, la missiva che rappresenta il tassello mancante per ricostruire alcuni fatti poco comprensibili. Sul tema anche l’ultimo libro di Fabre

La vicenda Gramsci, quella del suo tentato e fallito scambio diventa sempre più una sorta di scrigno delle meraviglie capace di offrire ulteriori nuovi documenti e nuovi spunti. E’ uscito da poco il libro di Giorgio Fabre Lo scambio. Come Gramsci non fu liberato (Sellerio) in cui si riportava per intero l’informativa di un carabiniere circa una lettera spedita da Mosca al prigioniero, di cui però non c’era finora traccia. La lettera non solo esiste, ma è stata ritrovata negli archivi dell’Istituto Gramsci e a questa novità Fabre dedica un breve saggio che uscirà sul prossimo numero, l’83, della rivista “Quaderni di storia” diretta da Luciano Canfora.

Quale è la novità e cosa ci dice di nuovo questa lettera: in maniera criptica, fatta di soli incomprensibili (per i carcerieri) accenni ma che a Gramsci apparvero invece i segnali della riapertura di una trattativa.

Cominciamo con l’autore: si tratta di Aaron Vizner, il “compagno polacco” amico di Rosa Luxemburg  che aveva aiutato Gramsci prima ancora della nascita del Pci a Torino per i suoi giornali e che fino al 1924 era rimasto in Italia costituendo una sorta di trait d’union tra il leader torinese del Pci e Mosca. Vizner, quando scrive questa lettera nel 1932, era il collaboratore più fidato di Molotov che era in quel momento il presidente del consiglio dei ministri dell’Urss. Il problema è che qualche anno dopo Vizner fu una delle vittime eccellenti delle purghe staliniane che sfiorarono anche Molotov. Forse per questo la lettera (che era tornata al Pci nel 1946 insieme a tutto il materiale di Gramsci) è rimasta tanto ai margini degli archivi da apparire per decenni irrintracciabile.

Vizner scrive la sua missiva cercandola di farla apparire la più “neutra possibile”, la dissemina di ricordi personali, attribuisce al figlio (che in Italia aveva passato i suoi primi anni di vita) l’intenzione o meglio il desiderio di tornare nella terra che gli era così cara. Vizner non dice a Gramsci quale sia il suo ruolo politico, ma gli scrive che lavora moltissimo a fargli intendere che il suo posto nella nomenclatura lo impegna moltissimo, si informa della sua salute anche se gli scrive che è tenuto costantemente informato da Giulia, la compagna di Gramsci che era a Mosca ed era amica della compagna di Vizner.

Sappiamo ora per certo che la lettera era stata consegnata a Gramsci (fa parte del materiale carcerario che apparteneva alla famiglia) mentre nella testimonianza del capitano dei carabinieri Schiavoni, che Fabre riportava nel suo libro, si diceva che la lettera, benché non avesse sollevato sospetti,  non fosse stata consegnata al prigioniero ma al direttore del carcere di Turi.

E’ stato lui a decidere di dargliela? Quasi certamente. Perché la missiva che a una lettura superficiale non dice nulla, è così rilevante? Perché – sostiene Fabre – è il tassello mancante di molti altri fatti documentati ma poco comprensibili: Gramsci infatti nell’ottobre del 1932 incontra il fratello Carlo e si lamenta aspramente con lui per il fatto che Tania da tempo mancasse da Turi proprio mentre si riapriva uno spiraglio di trattativa. E da altre carte sappiamo che Carlo incontrò a Roma Tania che appare al corrente di quello che stava avvenendo grazie ai suoi rapporti con l’ambasciata sovietica dove stavano giungendo un nuovo ambasciatore e nuovo personale diplomatico, proprio quelli che – senza alcun successo – cercarono di riaprire una strada allo scambio, ad una misura soprattutto umanitaria.

Ma torniamo per un attimo a Vizner e Togliatti. Nel 1938-39 ci fu una sorta di inchiesta a Mosca per accertare il ruolo del Pci e dello stesso Togliatti in relazione a Gramsci. Togliatti venne “sentito” (ma l’inchiesta aveva un tono serio se non drammatico e lo scambio di informazioni tra i comunisti italiani e la Blagoeva che la conduceva non era certo amichevole). E Togliatti fece cenno al fatto che vi fossero stati da parte sovietica dei veri traditori a occuparsi della cosa. Vizner era un nome che scottava e accostarlo a Gramsci e al Pci si poteva fare solo se si attribuiva a lui non spirito di amicizia ma trame e imboscate. Mentre Vizner era davvero un amico di Gramsci, ma in quegli anni a Mosca avere simili amici portava in Siberia.

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