La testa di Marra nello scontro interno al M5S. E Grillo sceglie di starne fuori

Roma
La candidata sindaco di Roma del Movimento 5 Stelle, Virginia Raggi, ospite del programma Rai "Porta a porta", condotto da Bruno Vespa, Roma, 01 marzo 2016. 
ANSA/GIORGIO ONORATI

Il peso del vicecapo di gabinetto, traghettatore di vecchi interessi politici

Al dunque, la “ciccia” come al solito è il potere reale. Nel caso della giunta Raggi, il peso di Raffaele Marra,  vice-capo di gabinetto, che in passato ha lavorato per Gianni Alemanno al ministero dell’Agricoltura e per Renata Polverini alla regione Lazio (e con lui Salvatore Romeo, capo della segreteria di Raggi, ex funzionario del Comune con competenza sulle aziende partecipate). La nomina di Marra, fortemente voluta dalla sindaca, non è mai andata giù al M5S di rito lombardian-taverniano (che poi la Lombardi e la Taverna non vadano d’accordo tra di loro è un altro paio di maniche), cioè all’anima più “movimentista” e se vogliamo più genuina del Movimento.

Marra sarebbe in sostanza il traghettatore di interessi di vario tipo legati alla gestione di Alemanno, interessi peraltro non scalfiti dalla esperienza del centrosinistra, ed è diventato il simbolo della gestione del potere della giunta Raggi. Anche se non tutti i militanti conoscono nel dettaglio la situazione, è facile leggere in alcuni commenti una critica a questo modo “marriano” di fare politica.

Proprio sul peso politico del vicecapo di gabinetto (soprattutto ora che il capo, Carla Raineri, si è dimessa) verte il braccio di ferro fra “raggisti” e “movimentisti”: con Beppe Grillo, leader supremo, che in un primo momento aveva fatto sapere di essere a Roma lunedì proprio per sbrogliare la matassa ma che poi ha preferito rinunciare mantenendosi fuori dalla contesa. Con i vertici politici del Movimento che tacciono, il Direttorio si riunirà lunedì.

La Raggi adesso è impegnata a riempire le caselle vuote. Fra le quali quelle dei vertici Ama e Atac dopo le dimissioni di Solidoro (Ama) perché si riteneva legato a Minenna, mentre le due dimissioni da Atac – quelle del direttore generale Marco Rettighieri e dell’amministratore unico Armando Brandolese – sono arrivate per una questione diversa.

Parlando col Corriere della Sera, Rettighieri  ha spiegato: «Abbiamo dato l’anima per risollevare Atac, ma l’intromissione negli affari della società dell’assessore ai Trasporti Linda Meleo è una palese violazione delle regole del buon senso, la goccia che ha fatto traboccare il vaso». Secondo diversi giornali nelle ultime settimane Meleo aveva cercato di fare pressioni per controllare tutti i trasferimenti interni dei dirigenti Atac. Ma non basta. Lo stesso Rettighieri, al Messaggero stavolta, ha detto: “Il potere di sindacati e politica in Atac  è molto forte. Noi abbiamo cercato di arginare quel sistema di cordate e clientele. E in parte ci siamo anche riusciti, cercando di riportare questa azienda colabrodo alla normalità. Poi alcuni si sono rivoltati contro”. Crede che le sigle di cui ha toccato gli interessi abbiano trovato sponde nell’attuale amministrazione M5s? “Sì – risponde – diciamo che posso avere avuto questa percezione”. E’ la conferma del traghettamento di interessi politici del passato tramite Raggi-Marra.

Adesso, la sindaca ha due scelte di fronte a sé: o scaricare Marra, allentando la tensione con i “movimentisti”. O lasciarlo al suo posto, in attesa che le acque si calmino e che arrivi il sostegno di Di Maio (scontato) e soprattutto di Beppe Grillo. Scommetteremmo sulla seconda ipotesi. Si vedrà.

 

 

 

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