La svolta di Letta: “Voterò sì, riforma comunque positiva”

Pd
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L’ex premier annuncia il suo consenso al ddl Boschi: ci sono parti che non mi convincono ma è giusto porre fine al bicameralsimo perfetto

Chapeau a Enrico Letta, che ha fornito una alta lezione politica e di stile al giorno d’oggi merce piuttosto rara. Cos’ha detto l’ex premier dal suo fantastico ”eremo” di studio parigino? In una intervista a Francesca Schianchi della Stampa, Letta non solo ha evitato polemiche di qualunque tipo (e questa peraltro non è per lui la prima volta) ma ha ragionato come deve ragionare un leader politico: nel merito delle cose, fuori da pregiudizi e rancori personali. Voterà Sì al referendum confermativo sulla riforma costituzionale che è stata approvata ieri definitivamente dal Parlamento perché “è un fatto positivo che si stia arrivando a completamento della riforma del bicameralismo. Si è sempre guardato al bicameralismo come a un problema delle istituzioni: il fatto che, tra mille difficoltà, pur con una riforma perfettibile, si sia riusciti a cambiare, è positivo”.

Di conseguenza, “penso che voterò a favore. Ci sono tante cose che non condivido in quella riforma, ma i referendum sono sul merito, e questo testo è comunque meglio della situazione esistente”. Chiaro, onesto, corretto. Chiaro, perché dice che alla fine quello che conta è il risultato finale; onesto, perché non fa mistero di non apprezzare varie cose nel ddl Boschi; corretto, perché antepone il giudizio di merito alle lotte politiche interne al Pd (“Guardo le cose con più distacco”, dice più avanti riferendosi al partito e alle sue dinamiche).

Sicuramente non mancheranno i banalizzatori di professione che dopo queste parole sentenzieranno che Letta si è riavvicinato a Renzi, che c’è chissà quale patto segreto fra i due, che il potere logora chi non ce l’ha e amenità varie, sperando che non si arrivi a evocare l’aria della “douce France” per spiegare i toni razionali dell’ex premier. Tutte sciocchezze. Anche perché lo stesso Letta non mostra la minima esitazione a dissentire dalla scelta di Renzi di astenersi al referendum sulle trivelle – “torno apposta per votare e voto No. È assolutamente sbagliato fare propaganda per l’astensione, quella la fece Craxi a suo tempo” (stoccatina niente male-ndr) – a riprova di un autonomia di pensiero del tutto fuori discussione. E ce n’è anche un’altra, di botta, a proposito del parallelo Guidi-Cancellieri (il “suo” ministro degli Interni costretta a dimettersi dopo un’intercettazione di una telefonata con Ligresti): “Avrei mille cose da dire ma non voglio farlo”.

Non scherziamo, dunque: Letta è Letta, e la distanza che lo separa da Renzi probabilmente non si accorcerà mai. Ma questo non gli impedisce di riconoscere quello che va riconosciuto: e se la riforma costituzionale è buona – anche se per lui non ottima – la si sostiene. Così fa un leader politico. C’è da dire che fra gli oppositori di Renzi non tutti – anzi: quasi nessuno – dimostra analoga autonomia di pensiero e linearità di condotta, giacché in troppi casi sono parse prevalere voglia di rivincita e cieca opposizione a qualsivoglia progetto e idea del segretariopremier. Sembra proprio che negli ultimi tempi, accanto a motivate e legittime perplessità su questo o quel punto, nella sinistra pd emerga uno spirito distruttivo e talvolta svincolato dai fatti: ancora ci si domanda cosa sia successo di così grave da far dire a Gianni Cuperlo, in piena riunione di Direzione in diretta streaming, che Renzi “non è all’altezza” e che più che le virtù della leadership egli coltiva “l’arroganza dei capi”. Un attacco a freddo che, tanti giorni dopo, ancora non è stato spiegato. E che non è stato compreso appieno neppure da altri esponenti della minoranza, più inclini al dialogo e a una tattica, chiamiamola così, di condizionamento ma non di logoramento del leader.

Si ha insomma la sensazione che ogni occasione sia buona per segare il ramo su cui Renzi siede. Dal referendum sulle trivelle, che vede Michele Emiliano associare la battaglia per il Sì a quella, successiva, “nel partito” (e in molti vi vedono un annuncio di candidatura alle primarie alternativa a Renzi), a quello ben più impegnativo del prossimo autunno sul superamento del Senato e la diminuzione del numero dei parlamentari (oltre a una serie di altre cose). Una riforma discussa e super-votata per mesi e mesi, passata al vaglio di non so quante riunioni della Direzione e dei gruppi: ma anche adesso che si è giunti in porto il dissenso della sinistra permane, come prima più di prima. Voterà No la minoranza pd? Come Grillo, come la Santanché? Voterà No al passaggio saliente della legislatura, e non solo della legislatura? Sarebbe dunque pronti a far cadere il governo? E poi? Si tornerebbe a un bel partitino socialdemocratico ora che la socialdemocrazia è moribonda? Domande alle quali gli uomini della sinistra non forniscono risposte chiare. L’atteggiamento razionale di Enrico Letta, che guarda al merito dei problemi e non alle tattichette, può aiutarli.

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