La sua Africa: Francesco leader globale del sud del mondo

Papa Francesco
Papa Francesco. (Giuseppe Cacace/Pool photo via AP)

Alla cattedrale di Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, il Papa oggi apre la porta santa del Giubileo, l’anno santo della misericordia che comincia il prossimo 8 dicembre

Con il viaggio in Africa, preceduto e accompagnato da timori per la sua stessa incolumità, il Papa si appresta a chiudere un 2015 in cui ha affermato in modo decisivo la propria leadership fa i popoli e i Paesi del sud del mondo. Una definizione, questa, forse ormai non più sufficiente a tenere insieme realtà geografiche, politiche e sociali tanto diverse; eppure è possibile riscontrare un tratto comune che le caratterizza: ovvero la volontà, il bisogno di ’emergere’, di far pesare la propria voce nel consesso internazionale nonostante gli evidenti rapporti di forza sfavorevoli.

Così, Papa Francesco, in nome di un cristianesimo non più solo romano ed europeo, ha raccolto la sfida e l’ha fatta propria interpretando l’altra faccia della globalizzazione, quella che mette in connessione non solo le borse, i mercati – non a caso presi sovente a simboli negativi dal pontefice, come fossero i nuovi idoli da cui guardarsi – ma anche gli slums di Manila e le bidonville di Nairobi, i campesinos boliviani e i raccoglitori di cartoni di Buenos Aires, passando per le periferie di Napoli, da Scampia, per per plaza de la Revolucion a L’Avana e poi toccando i confini dove mondi diversi s’incontrano e entrano in conflitto, a cominciare da Lampedusa.

Diversi osservatori vedono in questa impostazione di Bergoglio una carica populista, e indubbiamente un simile elemento è presente nel messaggio che papa Francesco trasmette nei suoi discorsi pubblici; d’altro canto si tratta di un dato che fa pienamente parte della sua stessa esperienza politica e storica di argentino. E tuttavia è allo stesso tempo in questo rovesciamento di latitudini e di priorità, in questo rimettere al centro l’Africa, ‘gli scartati’, ‘i quartieri popolari’, nella capacità di rivolgersi con intelligenza politica riformista al Parlamento europeo (discorso del 25 novembre 2014), parlando poi la lingua profetica del Vangelo davanti alla folla che lo accoglie nelle grandi metropoli del mondo, che si delinea un percorso originale in grado di rimettere al centro della scena mondiale il cristianesimo.

Dalle Filippine all’Africa
Francesco è stato nel corso di quest’anno nella Filippine, in quell’estremo oriente in cui la Chiesa cerca una nuova strada di evangelizzazione del continente più popoloso del Pianeta, nell’America Latina più povera – Bolivia, Ecuador, Paraguay – e ora nell’Africa del Kenya, dell’Uganda, della Repubblica Centrafricana (scossa ancora da conflitti politici e pseudo-religiosi). Certo è andato anche a Washington, a New York, a Phliadelphia, ma prima ha fato scalo a Cuba, dove ha raccolto i frutti di una mediazione eccezionale condotta dalla Santa Sede fra la Casa Bianca e il regime castrista. Aver sciolto Cuba dall’incantesimo dell’embargo e contemporaneamente dall’inamovibilità interna, è stato un successo straordinario per il papa di origini e nazionalità argentina come quel ‘Che’ la cui icona campeggiava dietro l’altare dal quale Bergoglio ha celebrato una messa multitudinaria nella ‘isla grande’. Da qui è nata la definitiva investitura che i governi e i popoli del Sud America hanno volentieri concesso al vescovo di Roma, un evento di cui in Europa non si può cogliere fino in fondo la portata.

Il papa che ha toccato il suolo africano in questo senso non è stato da meno, tanto più che Francesco è andato nel cuore di una realtà in cui il radicalismo islamista ha lasciato una lunga scia di sangue dietro di sé; la violenza fondamentalista si confonde tuttavia con quella figlia delle infinite guerre fra fazioni e ‘eserciti rivoluzionari’ di ogni risma armati da alleati potenti e interessanti, che si contendono risorse energetiche, minerarie, naturali. Lo scenario, di cui è ben consapevole Francesco, è quello di uno sfruttamento senza fine che vede insieme le responsabilità predatrici delle stesse classi dirigenti africane in un convergere di finalità e obiettivi con i grandi gruppi multinazionali e con governi stranieri da tempo non più e non solo europei. Per questo, fra l’altro, il papa ha denunciato la corruzione dilagante in Kenya.

Cristianesimo e Islam
Fra i temi che poi avevano inevitabilmente un peso particolarmente rilevante in questa trasferta africana, c’era quello del conflitto fra islam e cristianesimo, alimentato dagli attentati in Francia e in altri Paesi. All’origine del caos c’è anche la crisi siriana, il disastro dell’Iraq, la crisi del Medio Oriente, segnata fra l’altro dalla fuga di milioni di siriani dalla propria terra. Francesco ha cercato di far deragliare il treno dell’escalation inevitabile, della guerra che chiama guerra. Ha riaffermato un principio già declinato da Giovanni Paolo II, ovvero che nessun Dio ha mai chiesto ai propri fedeli di trasformarsi in assassini, ma ha anche ribadito come nella povertà, nella disperazione che segna il destino ormai di milioni di persone in quei territori, cresce il seme della violenza. Non saranno dunque i muri o la paura dell’altro a salvarci, è il messaggio del Papa, ma un intervento sulle cause di fondo di questa crisi. Su un piano più generale la Santa Sede sta elaborando proposte per rilanciare il ruolo della comunità internazionale, in modo tale che il principio definito come ‘responsabilità di proteggere’ – che riguarda minoranze e popolazioni civili anche in conflitti interni a uno stesso Paese – venga accompagnato da una adeguata cornice giuridica affinché non prevalgano interessi nazionali o particolari qualora, in casi estremi, si decida un intervento anche di tipo militare.

Giubileo e Laudato sì
Infine non può essere dimenticato che nella cattedrale di Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, il Papa oggi apre la porta santa del Giubileo, l’anno santo della misericordia che comincia il prossimo 8 dicembre. Qui il simbolo è evidentissimo, la Chiesa si trasferisce in Africa, ricomincia da dove la parola riconciliazione non è artificio retorico ma fa la differenza fra la vita e la morte, la paura e una chance di futuro. Sul piano politico, infine, la Santa Sede farà sentire la sua voce nel cotesto della Cop21, la Conferenza mondiale sull’ambiente che prenderà il via nelle prossime ora a Parigi. L’enciclica ‘Laudato sì’ è in tal senso una nuova bussola sulla Creazione per i credenti e uno strumento politico di prim’ordine in grado di mobilitare e unire mondi diversi e lontani, dai movimenti ambientalisti, alle chiese locali ai Paesi colpiti dal riscaldamento climatico.

 

(Foto Giuseppe Cacace/Pool photo AP)

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