La storia di Filippo: “Tento di afferrare il suono dall’interno”

Tipi tosti
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Filippo Perocco è compositore, direttore e organista che ha il compito della stesura dell’opera Aquagranda, con cui si avvierà la nuova programmazione lirica del Teatro La Fenice

Ad inaugurare il 4 novembre prossimo la stagione Lirica e Balletto 2016-2017 del Teatro La Fenice di Venezia, sarà uno che ama comporre con i detriti.

Si chiama Filippo Perocco, è nato a Treviso nel ’72, ed è compositore, direttore e organista. A lui la Sovrintendenza e la direzione artistica del Teatro La Fenice hanno commissionato la stesura dell’opera Aquagranda, con cui si avvierà la nuova programmazione lirica.

“Un onore per me – afferma Filippo – oltreché una sfida importante, perché in quella occasione e con questo lavoro ricorderemo i 50 anni dell’alluvione che sconvolse Venezia”.

Il soggetto è tratto dal romanzo Acqua Granda di Roberto Bianchin. “Lo stesso Bianchin – spiega Filippo – aveva realizzato un libretto, consegnato a Luigi Cerantola, che lo ha riadattato in base alle indicazioni del regista, Damiano Michieletto ed ad altre mie esigenze di carattere musicale. L’opera è ambientata a Pellestrina, una stretta lingua di terra nella laguna veneta, che fu travolta dall’alluvione, e sarà realizzata da una squadra di professionisti: il regista Michieletto e i suoi collaboratori, il doppio cast di cantanti, il coro e l’orchestra del teatro veneziano, il direttoreMarco Angius, al quale sarà affidata la partitura.

Cosa è stato tosto nella scrittura dell’opera?

A differenza di altri miei lavori per il teatro, basati su testicongelati (come Occhi, nur noch commissionato da ECLAT, La Biennale di Venezia e Musicadhoy Madrid Panorama, commissionato dal Taschenopern Festival di Salisburgo), Aquagranda richiedeva un approccio diverso.  La sfida era raccontare una storia – vissuta e conosciuta soprattutto dal pubblico veneziano – coniugare un soggetto popolare, un avvenimento reale con uno stile personale, fatto di rinunce ed elusioni.

Da quali fonti sei partito?

Ho cercato di mettermi in contatto subito con quel mondo, partendo da varie ricerche sui canti lagunari, soprattutto di Pellestrina e Chioggia. Ho trovato materiale nell’archivio dellaSocietà di Mutuo Soccorso Ernesto de Martino e ascoltato registrazioni, realizzate negli anni Sessanta da Luisa Ronchini.Alcuni di questi canti si sono conservati grazie alla memoria di molti anziani, per esempio, lungo il percorso del fiume Sile.Parlo dei canti del lavoro (come quelli dei battipali – operai addetti alla sistemazione di bricołe, i grossi pali di legno usati per la segnalazione nautica e l’attracco delle imbarcazioni), del viaggio, della notte (ninne-nanne, nenie, scongiuri). Abitando in un piccolo comune sulle sponde di questo fiume, che collega il territorio Trevigiano alla laguna, ho potuto raccogliere altre testimonianze. Il fiume era un via vai di burci (grosse imbarcazioni da carico), pescatori, lavoratori e, dunque, anche di canti e racconti. Un giorno di scirocco ho deciso di fare un giro a Pellestrina. Ho parlato con i pescatori e cercato di catturare il ricordo delle loro emozioni e dei loro rumori. Cercavo il lato più vero, sincero, viscerale e primitivo di quel mondo che intendevo ridisegnare sotto forma di detriti, macerie, profili filtrati nel mio lavoro.

Poi cosa hai fatto?

Ho cominciato a scrivere le parti vocali dei solisti e del coro, con i primi appunti per l’orchestrazione. Era importante consegnare in tempo utile il materiale ai cantanti e ai coristi. In seguito ho completato l’orchestrazione e le parti staccate per i professori dell’orchestra. E’ stato un lavoro di stratificazione ed evoluzione, avviato in parte mentre ero compositore in residenza all’ Istituto di Cultura di Parigi.

E pensare che per suonare hai dovuto faticare! Per qualche insegnante eri troppo vecchio quando hai cominciato.

I miei genitori hanno accolto subito questo mio desiderio. Mio padre era appassionato di opera e mio nonno suonava il rullante nella banda del mio piccolo paese. Le prime persone che abbiamo interpellato mi dicevano che ero troppo vecchio per cominciare. Avevo 13 anni. Dopo un anno sono ritornato alla carica. Per fortuna c’è stato chi la pensava in maniera diversa. Ho sempre a mente quella esperienza con i miei allievi e con chi viene a chiedermi un consiglio.

Poi hai recuperato. E’ stato difficile?

Non ho mai percepito il mio percorso come una corsa ad ostacoli o un’impresa per recuperare gli anni persi. Niente scalate o cavalcate sovradimensionate. Anzi. Tutte le mie esperienze le ho raggiunte senza accelerazioni. Ho sempre avuto l’aiuto della mia famiglia e la fortuna di incontrare insegnanti ed amici che mi hanno fatto crescere. In questa attività e, credo in tante altre, occorrono volontà e voglia di prendere il meglio da qualsiasi insegnante e collega. Fondamentale è stato l’incontro con il mio primo maestro di musica, Sergio de Pieri, che ho seguito, frequentando la sua classe di Organo al Conservatorio di Venezia. Dopo qualche anno mi sono iscritto alla classe di Composizione sempre a Venezia e di Direzione d’orchestra a Milano. Ho conosciuto il compositore Riccardo Vaglini, con il quale ho conseguito il diploma di composizione. E’ stata un’altra tappa fondamentale. Come quella con la mia compagna di vita, anche lei musicista. Ho imparato molto da lei e dalla sua famiglia.

Dici che le tue fonti di ispirazione sono gli incontri occasionali e il materiale di scarto.

Non parlerei di fonti di ispirazione, ma di catalizzatori, enzimi, incontri occasionali, appunto, intuizioni. In genere mi attraggono gli scarti, il materiale abbandonato, con i quali immaginare un nuovo lavoro. E’ fondamentale guardarsi attorno. Il musicista è spesso portato a viaggiare e questo offre uno scenario molto ampio di occasioni da cogliere. Nei miei lavori spesso ricorrono immagini di detriti, macerie, processi di erosione, grattage. E questo perché il mio approccio non è scientifico. Io tento di afferrare il suono dall’interno e in modo istintivo. L’elemento perfetto, lucido, muscoloso, non mi affascina. Preferisco la ruvidezza, la precarietà, l’intensità non evidente.  Gli ambienti in cui sono cresciuto, da quello familiare alla vita di paese, hanno di sicuro contribuito a formare il mio modo di vedere le cose. Ricordo che noi bambini giocavamo dove i grandi lavoravano. Giocare per me significava sporcarsi le mani e, soprattutto, toccare i vari oggetti che manovravo, osservavo, distruggevo e, in qualche modo, facevo suonare. Nella mia testa ci sono molti di quei suoni e di quei rumori.

Quali in particolare?

Certo, non mi riferisco ai vinili di mio padre (opera, musica sinfonica, rock e folk), che ascoltavo spesso.  Ma  al tintinnio delle incudini, al soffio caldo e sordo generato dal mantice manuale della forgia, ai rulli delle catene, agli scalpelli, ai martelli, alle bilance, alle frese e alle infinite varietà di attrezzi  e di oggetti di scarto del negozio di ferramenta dei miei genitori e del laboratorio di fabbro, maniscalco di mio nonno.

Nel 2005 è arrivato l’ensemble L’arsenale, che hai cofondato.

Esatto. Condivido questa esperienza con altri cinque musicisti. Ciascuno di noi, partendo da una formazione classica, si è avventurato in varie esperienze nell’ambito musicale. Questo fa de L’arsenale un laboratorio dinamico. Ci distinguiamo, proponendo un organico bizzarro. In undici anni abbiamo creato un nuovo repertorio, collaboriamo e commissioniamo nuovi lavori a compositori di vari Paesi. Dal 2009 L’arsenale organizza anche un Festival a Treviso. Auditorium, chiese, musei, teatri, foyer, ma anche ingressi dei condomini, la stazione dei treni ed altri luoghi atipici sono i nostri palcoscenici. E le istituzioni sono sempre state attente al nostro progetto, che di recente ha ricevuto il  XXXV Premio della Critica Musicale Italiana “Franco Abbiati” per la migliore iniziativa del 2015.

Cos’è la Musica Nuova che proponi?

Vorrei chiarire un aspetto: preferisco esperire la musica, liberarla dalle griglie e dalle varie etichette, che spesso sono solo comodi scaffali. Per ragioni pratiche, si tende a definire contemporanea, barocca, romantica e così via ciò che è semplicemente musica, un fenomeno che non si è mai fermato ed è in continua proiezione. Questo non significa non aver rispetto per gli stili, le epoche. Al contrario, è esaltare la vitalità di una pagina musicale. Ho sempre preferito vivere la musica in questo modo, sin da quando suonavo l’organo e lo faccio anche oggi, in cui spesso mi trovo ad eseguirla con L’arsenale ed altri ensemble. Vedo che continuano ad aprirsi scenari sempre nuovi e vari modi di fare musica. E questo è elettrizzante. In Italia di sicuro si può fare molto di più rispetto ad altri Paesi. Ma penso che le situazioni di precarietà, incertezza, fatica, ci costringano a trovare strade e soluzioni sempre diverse. Può sembrare difficile, ma questo procedere è un’opportunità di rinnovamento e crescita. Il lavoro e l’impegno vengono premiati, anche se ci vuole tempo. Questa è la mia esperienza

I tuoi progetti?

Cerco di darmi sempre degli obiettivi concreti. La fatica di aver portato a termine un notevole lavoro come Aquagranda  crea nuove energie e nuove idee. Sto già pensando ai prossimi brani da consegnare entro i primi mesi del prossimo anno. Un ciclo di piccoli lavori, una sorta di Catalogo di detriti per l’ensemble L’arsenale grazie al sostegno della Ernst von Siemens Musikstiftung. Dovrò scrivere un lavoro commissionato dall’ensemble L’Imaginaire di Strasburgo e uno per un trio, formato dal percussionista Simone Beneventi, il mezzo-soprano Truike van der Poel e il basso Andreas Fischer – due elementi del gruppo vocale di riferimento di questi anni, i Neue Vocalsolisten di Stoccarda. Poi ci sono altri progetti come direttore con l’ensemble L’arsenale al festival Affekt  di Tallinn, reMusik di San Pietroburgo, all’Italian Academy di New York, oltre all’organizzazione con i colleghi del gruppo del nostro annuale Festival trevigiano.

Ti senti un tipo tosto?

Mi piacerebbe poter rispondere a questa domanda, ma non sta a me a dirlo. Ho la fortuna di incontrare nell’ambiente artistico amici e colleghi molto determinati. Allo stesso tempo incontro i miei dubbi e i miei interrogativi con i quali convivo in ogni istante. La trovo una condizione necessaria per continuare il tragitto. Per questo non c’è mai stato in me il desiderio di nascondere queste crepe. Non so se questo possa essere un valido motivo per sentirsi un tipo tosto.

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