La Spagna al voto si fa in quattro

Dal giornale
Mariano Rajoy

Domenica le elezioni che sanciranno la fine del bipolarismo Accanto al Pp e al Psoe avanzano i Ciudadonos e Podemos

La Spagna si prepara ad affrontare una delle elezioni più importanti della sua storia recente. Un voto del quale già possiamo anticipare un risultato: la fine – almeno in questa fase politica – del bipartitismo spagnolo. Il sistema basato sull’alternanza tra Partido popular (Pp) e Partido socialista obrero español (Psoe) è sfiancato. Corruzione e malgoverno si sono unite alla crisi dei partiti, quella crisi della democrazia delegata che, in misura maggiore o minore e con diverse specificità, è comune a molte democrazie europee. I due partiti egemoni affrontano con difficoltà l’offensiva delle due nuove formazioni, Podemos e Ciudadanos (c’s), pronte a intercettare milioni di voti in uscita e a fare il pieno dei nuovi elettori. Il sistema politico spagnolo, come l’abbiamo conosciuto finora, era retto da un sostanziale bipartitismo, un con torno di partiti nazionalisti (in Catalogna, Paesi baschi e Galizia), della sinistra rosso-verde e di qualche altra formazione minore. Il sistema elettorale – su impianto proporzionale, con un vasto numero di collegi di dimensioni non omogenee quanto a popolazione e estensione – garantisce una sovrarappresentazione dei grandi partiti e di quelli nazionalisti forti localmente rispetto ai voti assoluti, in genere speso dai nazionalisti, laddove la situazione lo consentiva, per trattare quote sempre maggiori di autogoverno in cambio dell’appoggio alle maggioranze di Madrid. Questo scenario, adesso, non esiste più e il voto si appresta a misurare la vastità dello sconvolgimento in atto.

Per capirne la portata, basta guardare ai numeri: nelle generali del 2008, col Psoe al 43,9 3 il Pp al 39,9, ottennero quasi l’84 per cento dei voti e 323 seggi su 350; nel 2011 Pp e Psoe superavano il 70 per cento dei suffragi, adesso battagliano per ottenerne il 45. La svolta è arrivata con le europee dello scorso maggio, quando sono scesi sotto la simbolica soglia del 50 per cento dei voti espressi – perdendone oltre il 30 rispetto alle europee del 2009 – e si è consolidata con le amministrative di giugno. L’ultimo sondaggio del Cis, il Centro de Investigaciones Sociológicas, prevede che il Pp resti il primo partito, col 28 per cento e 120- 128 seggi, col Psoe in seconda posizione, col 20,8 per cento dei voti e una forchetta tra 77 e 89 seggi. Podemos è dato al 14,7 per cento e Ciudadanos al 19. Le rilevazioni sono della viglia della campagna elettorale: un mese che, in questa campagna elettorale estremamente partecipata, sembra un secolo. E infatti da quel sondaggio le cose, per Pp e Psoe, non fanno che peggiorare, con la crescita di Podemos che scavalca C’s portandosi a ridosso del Psoe e i popolari che scendono al 25 per cento. A questo punto occorre fare un’altra considerazione: in Spagna la campagna elettorale si fa sul serio, anche in televisione. I faccia a faccia tra i candidati in stile americano si susseguono. Ha cominciato per primo El Paìs, il 2 dicembre, con un confronto davanti alle telecamere a tre (Psoe, C’s, Podemos) al quale non ha partecipato Rajoy, rappresentato da uno scranno vuoto; poi c’è stato il primo confronto a quattro (sempre senza Rajoy che si è fatto sostituire dalla vicepresidente del governo, Soraya Sáenz de Santamaría); poi un confronto a nove, coi rappresentanti di tutte le liste e una serie di confronti a due sui tanti canali pubblici e privati. Ieri, il confronto tra Rajoy e Sánchez (che possiamo dire esser stato vinto da Iglesias e Rivera). Tutti programmi che hanno macinato record d’ascolto e che, assieme ai tanti e partecipati atti della campagna elettorali, confermano l’attenzione e la partecipazione degli spagnoli a questo voto. Guardiamo alcune chiavi di questo scontro fra vecchi e nuovo partiti.

Il Pp si trova non solo alla fine di un ciclo, quello del grigio segretario e capo del governo Mariano Rajoy, ma deve affrontare anche la tempesta della corruzione che lo sta travolgendo. Le inchieste, su tutte il caso Bárcenas, dal nome dell’ex tesoriere del partito, stanno disvelando una storia trentennale di accumulazione di fondi neri e distribuzioni illegali di stipendi fino alle più alte cariche del partito che supera la “normale” corruzione. La mancanza di personalità di Rajoy fa il resto. Il suo principale avversario è Ciudadanos, la formazione guidata da Albert Rivera nata in Catalogna nel 2006 per rispondere ai timori degli elettori socialisti verso le tensioni nazionaliste del partito socialista catalano. Di iniziale stampo socialdemocratico, si è presto spostata a destra su temi come l’immigrazione e uscendo dai confini della regione ha iniziato a intercettare il voto del Pp. Esprime un “populismo moderato”, che rappresenta la delusione per la democrazia dei partiti, stigmatizza la corruzione e pratica la semplificazione delle questioni complesse con ricette vagamente neoliberali. Gli arancioni hanno visto un’ascesa meteorica nei sondaggi, spinti dal favore di molta stampa e di alcuni circoli che contano (come Confindustria spagnola e catalana) in cerca di alternative agli abituali interlocutori del Pp e dei catalanisti (ex) moderati di Convergencia, i primi messi alle corde dagli scandali e i secondi lanciati nell’escalation indipendentista, considerati non più affidabili e prossimi alla sconfitta. Adesso, per i continui scivolamenti a destra e gli svarioni di alcuni candidati, stanno retrocedendo col proseguire della campagna elettorale.

Il Psoe affronta una delle elezioni più difficili della sua storia. Se popolari sono alla fine del ciclo del grigio Mariano Rajoy, i socialisti non sembrano riuscire ad aprirne uno nuovo. Il segretario Pedro Sánchez guida il partito da poco più di un anno e si trova a affrontare il voto in condizioni difficilissime e la debolezza di essere considerato una figura di transizione, della quale non è finora riuscito a liberarsi. Il Psoe perde voti su due fronti, a sinistra con Podemos e a destra con C’s. Il partito non è compatto dietro al segretario e i baroni locali mordono il freno, annusando la prossima sconfitta e pensando già al dopo. Sánchez non ha fatto vedere doti di leadership in grado di ribaltare le tendenze. Ieri ha duramente attaccato Rajoy sul tema della corruzione ma, nel complesso, i due leader sembravano lontani dal paese, in un dibattito che restituiva una sconcertante immagine dal passato. Se la durezza di Sánchez è riuscita forse a convincere qualche elettore socialista a confermare il voto in nessun modo è riuscito a trovare una credibilità che potesse invertire la caduta. L’ultimo protagonista del voto è Podemos. Il partito fondato da Pablo Iglesias e altri docenti di teoria politica dell’Università di Madrid è nato con l’obiettivo di dare una struttura al movimento degli Indignados, creare lo strumento politico che consentisse al movimento di diventare un’opzione politica. Chi lo accomuna ai Cinque stelle, basta guardi al fatto che Podemos è un partito, con congressi e regole democratiche vere, per capire quanto il paragone sia sbagliato. Anche in Spagna la Casta è diventata la definizione di una politica autoreferenziale, lontana dai bisogni delle persone, dedita alla perpetuazione delle sue rendite di potere e alla spartizione delle prebende. A differenza che da noi, questa lettura non ha sancito l’allontanamento dalla partecipazione civile né lo svilimento delle istituzioni democratiche ma ha stimolato una forte mobilitazione diffusa. Così nasce il partito viola, con l’obiettivo di superare il Psoe e sostituirlo come partito egemone della sinistra. Accusato di “populismo chavista e terzomondista”, Podemos sta limando le sue caratteristiche più radicali e antisistema, ha candidato personaggi rassicuranti, come José Julio Rodríguez, ex capo di stato maggiore della difesa ai tempi del governo Zapatero, e attenuato il suo radicalismo. In quest’ultima settimana di campagna elettorale i grandi partiti si giocano tutto, nella speranza di non perdere troppo. Il dopo voto sarà difficile, ci si dovrà misurare con governi di coalizione. Ma la Spagna, in questo momento difficile, sta dando un esempio di partecipazione e amore per la democrazia di cui tutta l’Europa deve essere orgogliosa. E che fa ben sperare per il futuro.

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