La sostenibile leggerezza della lettera di Bruxelles

Legge di Bilancio
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La missiva arrivata non pregiudica e non vincola il giudizio finale sulla manovra da parte di Bruxelles. L’allarmismo di queste ore risulta del tutto ingiustificato

Alla fine la lettera di Bruxelles è arrivata. La Commissione europea chiede al governo italiano chiarimenti “entro giovedì 27 ottobre” sul mancato rispetto degli impegni di diminuzione del deficit strutturale e sull’entità delle spese sostenute per gli eventi eccezionali (crisi dei migranti e terremoto) del bilancio 2017.

Ma è lo stesso commissario europeo, Pierre Moscovici, uno degli autori della missiva, a sottolineare che “non va drammatizzata”. “Non pregiudica il risultato del dialogo – ha detto – è un elemento normale, naturale” che riflette il fatto che Bruxelles ha riscontrato “uno scarto” sull’aggiustamento strutturale di bilancio previsto, rispetto agli obiettivi raccomandati dal Consiglio europeo. E il ministro dell’Economia italiano, durante la trasmissione Politics, ha precisato come sia “assolutamente normale per noi e gli altri Paesi averla ricevuta”.  

In effetti da giorni si tende a dare un’enfasi smisurata su questo passaggio, ma se si prova ragionatamente ad esaminarne gli effetti e i contenuti, il suo peso politico e mediatico diminuisce e appare molto meno rilevante. In primo luogo perché non pregiudica e non vincola il giudizio finale sulla manovra da parte di Bruxelles. È bene ricordare come la lettera faccia parte di un passaggio formale del dialogo con l’Ue: è una procedura preliminare prevista dalle regole europee.

Si tratta insomma di una semplice richiesta di chiarimenti, peraltro fatta non solo all’Italia ma a diversi Stati membri. Da qui nasce la minimizzazione di queste ore dell’esecutivo italiano con il premier che, su tutti, definisce la missiva “fisiologica”.


Il giudizio definitivo dopo il referendum
La scarsa rilevanza della lettera aumenta se poi si analizzano i tempi con i quali Bruxelles arriverà al giudizio definitivo. L’esecutivo comunitario ha infatti un mese per valutare e fare un’analisi dei bilanci presentati a metà ottobre. Entro due settimane dalla presentazione (cioè alla fine di ottobre) può respingere il documento chiedendone una modifica. Cosa che non accadrà alla manovra italiana. A metà novembre, poi, arriverà l’opinione – che può essere anche negativa ma non irreversibile – e solo a fine dicembre potrebbe giungere l’eventuale bocciatura con la relativa apertura di una procedura di infrazione sui conti pubblici.

In mezzo ci sono incontri, spiegazioni, chiarimenti vari e considerazioni politiche. Per questo, al momento, è del tutto ingiustificato l’allarmismo che aleggia soprattutto nelle forze politiche di opposizione (“i tecnici europei bocciano senza mezzi termini una finanziaria fatta di fuffa e debito”, dicono ad esempio da Forza Italia).


La guerra dei decimali
Entrando poi nel merito, la squadra di Juncker ha osservato all’Italia un deficit sopra il previsto. Nessuno stravolgimento radicale, bensì annotazioni più che altro ragionieristiche. Non ci sono in effetti rilievi che riguardano l’impostazione della manovra, come accadde quando l’Ue criticò l’abolizione dell’Imu sulla prima casa. Oggi, in una inverosimile guerra dei decimali, si chiede all’Italia di non superare il 2,2% del deficit (nella manovra c’è un 2,3 %). La differenza, in termini assoluti, è di 1,7 miliardi di euro, cifra non smisurata sui 27 miliardi totali.

La domanda che allora ci poniamo alla luce di queste considerazioni è la seguente: davvero si arriverà a un muro contro muro e all’eventuale bocciatura della manovra su questioni numeriche così minimali? È chiaro che per entrambe le parti non ha senso rompere per uno zero virgola. L’intenzione del governo, soprattutto in questa fase, è mantenere immutato il progetto di bilancio perché – continuano a ripetere dall’esecutivo – la manovra è in linea con le regole europee e con una intelligente applicazione del patto di Stabilità.

Ma il punto vero è che qualsiasi “ingerenza” nei confronti del nostro paese che chieda più austerità non sarà in alcun modo accettata dal governo italiano. Perché è chiaro, ad esempio, che nel momento in cui si contestano le spese per la messa in sicurezza del nostro territorio non si dà una risposta ai cittadini. Per questo il premier si sta battendo: vorrebbe un’Europa diversa con più misure sociali e con meno austerità.

È anche evidente, però, che letta in questi termini – spostando cioè la partita su un campo prettamente politico legato al futuro del Vecchio continente – la questione della lettera torni ad assumere un passaggio da tenere in considerazione. Nei piani del governo italiano, il vero elemento di discussione con l’Ue è il bilancio europeo dei prossimi anni. Siamo impegnati in una battaglia storica perché tenga insieme diritti e doveri, ha ribadito più volte Renzi.

Da parte sua Bruxelles vuole evitare tensioni politiche con l’Italia. Dai piani alti di palazzo Beymount (sede della Commissione) non c’è alcun interesse a ostacolare il governo italiano, soprattutto in vista del referendum, ma è altrettanto vero che la squadra di Juncker non vuole – e non può – mostrarsi troppo accondiscendente nei confronti di Roma: ne uscirebbe troppo indebolita di fronte ai governi di stampo rigorista, Germania in primis. Non a caso il quotidiano conservatore Die Welt ieri ha preso di mira il governo italiano, accusandolo di ignorare le regole europee e chiedendo all’Ue di sanzionare Roma. Anche per questo arriverà la richiesta di chiarimenti da Bruxelles: la lettera rappresenterà la quota politica dei cosiddetti falchi.

In ogni caso, un risultato positivo di Renzi nella trattativa con l’Ue – non sui contenuti della lettera, ma sul giudizio definitivo di dicembre – sarebbe un forte segnale politico, un avviso che le cose in Europa stanno davvero iniziando a cambiare.

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