La solitudine di Trump: nessuno vuole partecipare alla sua “festa”

Americana
epa000267143 Oscar Poole a delegate from East Ellijay, Georgia sits in his seat surrounded by empty chairs with campaign literature waiting for the start of the Republican National Convention in Madison Square Garden, New York City, Wednesday 01 September 2004.  EPA/JUSTIN LANE

Politico.com ha provato a contattare 50 tra le personalità più importanti del GOP e il risultato è che nessuno vuole intervenire alla convention di luglio e molti nemmeno prevedono di esserci

Immaginate di organizzare una festa. Prenotate una grande sala, scegliete i festoni, preparate le musiche e aggiustate le luci. E poi, come nei peggiori incubi adolescenziali, non si presenta nessuno dei vostri invitati. Nemmeno gli amici.

È un po’ quello che sta succedendo a Donald Trump, il candidato in pectore per la nomination repubblicana, che sta organizzando la sua “incoronazione” alla convention del Grand Old Party a luglio. Pare, scrive Politico.com, che nessuna delle grandi star o delle stelle nascenti del partito voglia avere uno spazio per intervenire su quel palcoscenico.

L’evento, che si svolgerà a Cleveland dal 18 al 21 luglio, dovrà rendere ufficiale quello che il voto delle primarie ha reso ufficioso: la nomina definitiva del bizzarro e strafottente miliardario per la sfida più importante, quella che a novembre lo porterà a scontrarsi con la favorita, Hillary Clinton. Peccato però che parlare sul palcoscenico più ambito dell’anno non alletti praticamente nessuno. Politico.com ha provato a contattare 50 tra le personalità più importanti del GOP e il risultato è che non solo nessuno vuole intervenire, ma molti nemmeno prevedono di esserci.

Le risposte sono tra le più varie. Chi non fa giri di parole e dice chiaramente che “non vuole essere là” come il rappresentante della Florida, Carlos Curbelo, e chi accampa scuse d’agenda, come la giovane promessa del partito Mia Love, che in quei giorni – ha fatto sapere – sarà in Israele.

Il tutto, bisogna ammetterlo, è un po’ strano. Perché se è chiaro che tra il partito e Donald Trump non è mai scorso del buon sangue, è altrettanto vero che poter parlare in un evento così importante potrebbe essere un trampolino di lancio irrinunciabile per qualche ambiziosa stella nascente del partito dell’elefantino.

Un po’ come fu per Barack Obama, quando avviò la sua straordinaria scalata nella convention del 2004. Quella che nominava John Kerry come candidato ufficiale ma che avrebbe dato al giovane senatore dell’Illinois la prima spinta verso il successo del 2008.

Il modo in cui Donald Trump ha gestito il rapporto con il proprio partito poteva far presagire una reazione simile. E forse, per un uomo che si è imposto come leader anti-establishment, può essere anche una singolare nota di merito. Il problema è che ora parlare all’elettorato repubblicano arrabbiato non basta più. Ora bisogna volgere il messaggio altrove. E chissà se essere il vulcanico, volgare e politicamente scorretto Trump potrà bastare anche a conquistare le chiavi della casa più importante d’America.

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