La sinistra non piagnona che vuole ridurre le tasse

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Nella proposta di Renzi va colto il senso unificante e nazionale. L’elogio del Times della “Renzi’s way”

 

Sul Corriere della Sera Dario Di Vico notava giustamente come Renzi “tenta di sfuggire alla maledizione delle socialdemocrazie del XXI secolo” squadernando la questione storicamente spinosa per i progressisti della riduzione delle tasse. Avventurandosi su un terreno sin qui presidiato (malamente) dalla destra, ecco dunque che il leader del Pd non esita a esporre se stesso e il suo partito alla accusa di fotocopiare Berlusconi e a quella, ancora più densa, di trasformare il carattere sociale del proprio partito. Anche peggio di una mutazione genetica: una scelta di campo classista.

Eppure, il punto di fondo della proposta del premier della abolizione della tassa sulla prima casa – primo tassello di un piano più ampio di riduzione della pressione fiscale – sta dentro un’idea diversa dell’Italia. Di un’Italia che piano piano risale la china. Che deve avere meno paura. Che non può stare col calendario in mano per rispettare le continue scadenze fiscali con l’angoscia di dover pagare la mora. Questo vale per tutti. In primo luogo per i lavoratori, per i pensionati, per gli operai. Ma anche per gli altri. Perché l’Italia è una.

Può darsi benissimo che nel merito la proposta andrà tecnicamente aggiustata, precisata. Però al di là del dibattito di merito, che avrà ovviamente il suo momento decisivo in parlamento, è l’Italia tutta intera – come diceva De Gregori – che dovrebbe cogliere il senso di un’idea che segna uno spartiacque fra un prima e un dopo. In sintesi, i sacrifici li abbiamo fatti e continueremo a farli ma adesso qualcosa di buono e di positivo si può finalmente immaginare. Così si restituisce alla sinistra il ruolo di costruttrice di positività, svincolandosi dallo stereotipo della sinistra piagnona, cupa, tirchia, triste, incattivita. Diremmo che la vera “maledizione” della attuale socialdemocrazia in fondo stia proprio qui. Nella insostenibile difficoltà di alludere ad una politica che non sia solo gestione dell’esistente. Giacché nell’ambito della gestione dell’esistente vince puntualmente la destra.

D’altra parte quando Renzi congiunge riforme e riduzione delle tasse ci pare voglia dire esattamente questo: solo un paese riformato e dunque più moderno può puntare a far star meglio i cittadini anche attraverso un sostanziale aumento del reale potere d’acquisto quale può derivare da un calo dell’imposizione fiscale. Le due cose stanno insieme. Riforme e crescita.

Lo ha notato ieri il Times, in un articolo piuttosto elogiativo del premier italiano soprattutto a cospetto del governo greco, colpevole proprio di non aver seriamente intrapreso un processo di riforme: invece Renzi the scrapper (il rottamatore) ha sfidato “i dogmi della sinistra” più tradizionale e ha scelto di manovrare dal centro. Come fece Tony Blair. Come fecero a loro modo – e in grande stile – Gonzales e Mitterrand. Che tentarono, riuscendovi, di andare di là, nell’elettorato altrui.

Ma qui non si tratta banalmente di prendersi pezzi dell’elettorato di una destra ormai allo sbando ma di provare a ricostruire un tessuto nazionale comune: per questo al centro c’è la crescita dell’Italia (e colpisce che Bersani, che tanto la predicò versus l’austerità cieca, non lo rilevi) fondata sulla diminuzione delle tasse per i cittadini e per le imprese.

E infine, su questa scommessa Renzi mette alla prova se stesso e il suo governo. Il contrario del tirare a campare: anche in questo c’è la riprova di una discontinuità della politica italiana. Ci si prova, ad aprire porte e finestre. D’altronde quando la sinistra si rinchiude si sa come va a finire: male.

 

 

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