Sul taglio delle tasse Renzi costruisce la nuova sinistra

Pd

Il leader del Pd sfugge così al bivio che gli pone la minoranza interna e prova a parlare ai “nuovi” astenuti

When in trouble, go big. E più big di così, Matteo Renzi non poteva andare. Un taglio delle tasse, che fonti del governo già calcolano di 45 miliardi in tre anni (5 nel 2016, 20 per ciascuno dei due anni successivi), a partire da quel balzello sulla prima casa tanto odiato dagli italiani, che finora è stato un cavallo di battaglia della destra berlusconiana.

Dopo la pausa estiva, quando si comincerà a scrivere la legge di stabilità, si capirà bene come il premier intende declinare la sua proposta. Se, ad esempio, abolirà la Tasi sulla prima abitazione per tutti, solo per le fasce di reddito più basse, oppure ancora escludendo le case dal valore più alto. Per il momento, però, questi sono solo dettagli, conta il dato politico.

Con la sua proposta, Renzi da una parte ha voluto reagire a quegli osservatori che dipingono una fase di stallo del suo governo. Replicare con l’ennesimo elenco di riforme ormai già ampiamente “digerite” dall’opinione pubblica (qui Renzi paga l’effetto annuncio tanto utilizzato nei primi mesi di governo) non avrebbe portato alcun risultato. E allora, when in trouble, go big. Una soluzione più popolare del taglio delle tasse non poteva esserci. Inizieranno adesso – anzi, sono già iniziati –  i distinguo, le puntualizzazioni, lo scetticismo. Ma il messaggio ormai è passato.

E ha colto di sorpresa anche la minoranza interna al partito, che in assemblea non è sembrata in grado di reagire alla proposta. Solo alcuni hanno chiesto che il taglio delle imposte andasse in una direzione redistributiva, avesse quindi un taglio “sociale”. I più hanno battuto sul tasto preannunciato già nei giorni scorsi: il possibile arrivo del “soccorso” parlamentare di Verdini and co. e il conseguente snaturamento della maggioranza di governo e dello stesso perimetro del Pd.

L’opzione, nella testa dei vari Cuperlo, Speranza, D’Attorre, Zampa è chiara: da una parte c’è la rifondazione di un centrosinistra che sappia tenere al proprio interno anche i fuoriusciti dem e ciò che si muove intorno a loro, magari all’interno di una coalizione da riportare in vita modificando l’Italicum. Dall’altra, un “partito della nazione” indistinto, dove Verdini e Alfano possono convivere serenamente con gli attuali dirigenti democratici. Tertium non datur.

La terza via, invece, è sempre stata ben chiara nella testa di Renzi. Portare la sfida alla destra direttamente sul suo campo, conquistando gli elettori più che il ceto politico, grazie all’uso di temi, linguaggi, proposte che ne hanno segnato il successo nei vent’anni scorsi. La frase “il Pd non sarà più il partito delle tasse” lascia sottintendere che invece finora è stato avvertito come tale, scaricando una responsabilità non da poco sulla classe dirigente precedente. Lo scarto, oltre che netto, è quindi necessario.

E pazienza se questo porterà inevitabilmente a una chiusura nel dialogo a sinistra: il motto pas d’ennemis à gauche non è mai rientrato nel suo vocabolario e certo non ha intenzione di riesumarlo oggi. D’altra parte, il potenziale elettorale di un’area a sinistra del Pd è ancora tutto da verificare e, anzi, le prime rilevazioni degli istituti di sondaggi non sono affatto incoraggianti.

Come spiega un parlamentare renziano della prima ora, “ad astenersi non è più il popolo indignato, che è stato assorbito ormai da M5S e Salvini. Sono elettori delusi dalla destra e da noi: la loro è una scelta politica, non antipolitica. Questo è un vantaggio, perché li rende più facili da recuperare, purché si riesca a ricucire un dialogo”. E quale argomento migliore delle tasse?

Vedi anche

Altri articoli