La sfida Italia-Ungheria, Renzi contro l’Europa dei muri

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Da Dante al Risorgimento, dal calcio alle bandiere tricolori, Roma e Budapest non erano mai state così distanti. Dietro lo scontro una differente idea di Europa e di democrazia

“Oh beata Ungheria, se non si lascia più malmenare”. Chissà se nel 1300, quando scriveva questi versi nella sua Divina Commedia, Dante si sarebbe mai immaginato la situazione odierna. Pare che il Sommo Poeta avesse particolarmente a cuore la terra magiara. Uno dei suoi biografi, Giovan Mario Filelfo, sostiene che Dante vi si sarebbe recato per ben due volte su incarico della repubblica fiorentina. Chissà se quando rivolgeva queste critiche al dominio francese, invitando Budapest a non lasciarsi più malmenare dagli angioini, si sarebbe mai immaginato che settecento anni dopo la “beata Ungheria” sarebbe diventata il simbolo dell’oscurantismo europeo e se un suo conterraneo, che di nome fa Matteo Renzi, avrebbe provato, opponendovisi, a salvare un’idea di un’Unione giusta, accogliente e solidale.

Probabilmente si sarebbe immaginato quello che è successo in questi settecento anni. Sette secoli in cui l’Italia e l’Ungheria, pur con qualche alto e basso, hanno mantenuto un legame solidissimo, nonostante la distanza fisica, linguistica ed etnica tra Roma e Budapest. Un legame reso forte dal comune nemico asburgico negli anni del Risorgimento e poi coltivato anche dal punto di vista sociale e culturale. Nel settore linguistico lo studio dell’italiano nelle scuole magiare risale al 1922. Tra Italia e Ungheria, accomunate anche dai colori delle rispettive bandiere, si ricordano epiche sfide calcistiche (nel video la finale dei mondiali del 1938) e in un altro sport praticato e amato sia da noi che da loro: la pallanuoto. Oggi Roma è il quinto partner commerciale di Budapest, con un interscambio di 5,6 miliardi di euro.

Da qualche anno, però, l’Ungheria sta facendo parlare di sé soprattutto a causa di un uomo che, di questo siamo sicuri, a Dante non sarebbe piaciuto. Parliamo di Viktor Mihaly Orban, primo ministro dal 1998 al 2002 e, con un impatto politico ben più importante, dal 2010 ad oggi. A capo di un partito conservatore, patriottico ed identitario (Fidesz), Orban guida il governo più liberticida d’Europa. Ha imposto riforme volte alla nazionalizzazione dell’economia, abbandonando le politiche liberiste del suo primo esecutivo, scritto la parola fine all’indipendenza della Banca Centrale Ungherese, inasprito i rapporti con l’Unione Europea, allontanato qualsiasi ipotesi di entrata nell’euro, messo in discussione il concetto stesso di democrazia liberale.

Eppure nel 2014 è stato rieletto ed ha ottenuto una schiacciante maggioranza assoluta, complice la ripresa economica che ha tirato fuori il Paese dalle sacche della storica crisi che l’ha colpito dalla fine delle repubbliche socialiste est-europee ai giorni nostri. Forte del consenso ricevuto, Orban ha ulteriormente forzato il suo atteggiamento di governo, fino a diventare il simbolo e il portavoce delle posizioni più oltranziste (incarnate in primo luogo dai quattro Paesi del Gruppo di Visegrad dell’Europa centro-orientale) nella gestione dell’emergenza migranti. Budapest è stata la prima a reintrodurre nel lessico e nell’immaginario europeo il concetto di muro, che tutti pensavamo ormai superato. La barriera con la Serbia in chiave anti-profughi, eretta per bloccare la cosiddetta rotta balcanica dei migranti, è stato purtroppo solo il primo episodio del ritorno del cemento e del filo spinato lungo i confini che separano il nostro continente.

Contro tutto questo, contro l’Europa dei muri, in particolare contro l’idea che alcuni Paesi possano avere accesso ai fondi europei per affrontare la storica emergenza migranti senza che questo corrisponda ad un impegno nell’accoglienza e nelle redistribuzione dei profughi, si è schierato il premier italiano Matteo Renzi. La reazione di Budapest è immediata, il governo parla di “ricatto politico” da parte di Roma e, contestualmente, annuncia che da domenica i suoi tre passaggi di frontiera ferroviari con la Croazia saranno chiusi. Tutta la rotta balcanica vede nascere steccati uno dietro l’altro. L’Austria fissa un tetto ai richiedenti asilo, a cascata reagiscono tutti gli altri, dalla Slovenia alla Serbia alla Macedonia. La Grecia, in prima linea nella gestione dell’emergenza, minaccia rappresaglie nella trattativa per evitare Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione. Una situazione incandescente, che potrebbe portare a conseguenze disastrose. Un inferno. Forse troppo, pure per Dante.

 

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