La sfida di Renzi nel cuore del Veneto leghista

Veneto
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi durante il suo intervento dal palco dell'assemblea degli industriali di Treviso, 10 ottobre 2015. 
ANSA / US PALAZZO CHIGI - TIBERIO BARCHIELLI
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Parte dal Veneto la sfida al cuore della Lega. Dalla “secessione” a “Roma ladrona” agli allarmi per i migranti allo scontro Salvini-Maroni e allo stupore di Zaia per gli applausi a Renzi

I guai per Matteo Salvini aumentano a vista d’occhio. Il verde-Lega primaverile è ormai sfiorito nel dibattito pubblico e, in parte, anche nelle preferenze degli elettori e con l’arrivo dell’autunno iniziano a cadere come foglie le speranze di assumere la leadership di un centrodestra ormai frantumato.

La verità è che fin quando Salvini è riuscito a parlare alla pancia di un elettorato deluso, disorientato dalla perdita dei vecchi riferimenti (Berlusconi su tutti), insensibile alle sirene renziane anche solo per motivi ideologici, allora i dati dei sondaggi erano tutti in ascesa per il leader del nuovo corso leghista. Ma il consenso basato sull’emozione più che sulla ragione è flebile, destinato a declinare. Nel caso in questione anche piuttosto rapidamente. Salvini sembra non aver appreso la lezione che deriva da oltre due decenni di successo della Lega Nord. Mentre Bossi sbraitava di «secessione» e di «Roma ladrona» infatti, sul territorio i suoi dirigenti e, soprattutto, gli amministratori penetravano nel tessuto produttivo lombardo-veneto, rappresentandone gli interessi e parlando la stessa lingua di chi aveva messo su a fatica la propria fabbrichetta, come di chi ci lavorava all’interno. Non era solo un parlare alla pancia, quindi, ma soprattutto alla testa e al portafoglio.

Si può comprendere l’imbarazzo del governatore veneto Luca Zaia, quando sabato scorso si è trovato circondato da una platea di imprenditori plaudenti di fronte a un premier di sinistra – sì, di sinistra – in grado non solo di rivolgersi agli interessi dei propri interlocutori, ma anche di offrire loro una speranza, un progetto di futuro che li vedesse protagonisti. Fallita la “rivoluzione liberale” forzaleghista, l’artigiano e il piccolo-medio imprenditore veneto erano rimasti politicamente sbandati, avevano perfino provato a rivolgersi al grillismo nascente, testandone peraltro subito l’inconsistenza alla prova dei fatti. Il tutto mentre la crisi economica li costringeva a ridurre la produzione e licenziare, quando non a chiudere del tutto i battenti. La sfida che Matteo Renzi ha deciso di intraprendere vede protagonista proprio chi, come loro, vuole risollevarsi e risollevare il Paese.

L’intento non è di convincerli, ma di coinvolgerli. E dare il senso di una sfida comune va al di là del bonus per gli investimenti o del taglio dell’Ires, senza sottovalutare l’importanza che questi provvedimenti potranno avere per le piccole e medie imprese del made in Italy. Così come supera l’abolizione della tassa sulla prima casa, nonostante il Veneto sia la regione che ne vedrà in percentuale il maggior numero di beneficiari di tutto il Centro-Nord. La valorizzazione del territorio, nella narrativa renziana, non si traduce nell’accentuazione dei campanilismi, come in quella leghista, ma nell’individuare il contributo che ciascuno può dare – con le proprie peculiarità – alla crescita collettiva. È un’ambizione enorme, soprattutto per un Paese frammentato come il nostro, e non sarà semplice riuscire a farla intendere e a realizzarla. Il Pd, oggi, non considera più la Lega «una costola della sinistra», non ne accetta il paradigma localistico, ma lo sovverte. E lo può fare non solo perché è cambiato il Pd, ma anche perché è cambiata la stessa Lega. Sono queste trasformazioni parallele a convincere progressivamente chi – amministratori, dirigenti, elettori – era salito sul Carroccio, convinto pragmaticamente dalla buona amministrazione sul territorio, più che dall’ideologia anti-meridionalistica e xenofoba.

La fuoriuscita di Tosi, le perplessità di Zaia, i nervosismi di Maroni sono solo la punta dell’iceberg. Sotto si muove molto di più e sarà compito del Pd riuscire a intercettarlo. Del Pd, attenzione, non solo di Renzi. Perché come la Lega ha potuto contare su una rete diffusa di amministratori locali, più che di dirigenti di partito, allo stesso modo i Democratici devono riuscire a radicare una presenza capillare in grado di dialogare con il tessuto produttivo del Nord-Est. Le prossime elezioni amministrative rappresentano da questo punto di vista una prova importante, se non definitiva: nel solo Veneto, si eleggeranno quasi ottanta sindaci di comuni medio-piccoli. Qui, più che altrove, il partito va costruito quasi da zero e non bastano gli input provenienti da palazzo Chigi e dal Nazareno se poi mancano sul territorio le antenne in grado di ritrasmettere il messaggio (senza distorcerlo) e – al contrario – di recepire e inviare al centro le istanze locali.

Problemi ben noti, di cui tanto si è scritto, ma senza fare niente di concreto per risolverli. Siamo di fronte a un apparente paradosso: il passaggio dal forzaleghismo al fascioleghismo ha portato Salvini a penetrare al Sud, contendendo in quelle regioni elettori al Movimento Cinquestelle e alle altre forze della destra più o meno estrema, ma lo ha allontanato dalle ragioni vere che avevano permesso al Carroccio di radicarsi al Nord. Il Partito democratico si trova, grazie alla leadership di Matteo Renzi, nelle condizioni migliori per approfittarne. Ma ha bisogno di ricostruire i suoi gangli vitali nella periferia settentrionale, dove spesso non è mai riuscito a mettere radici, come in quella meridionale, dove invece le radici sono marcite in troppe realtà.

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