La sfida di Napoli tra populismo e speranza

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Luigi De Magistris si propone come il capo di un neo-populismo plebeo e giustizialista. La vera sfida di Valeria Valente è convincere che un’altra Napoli sia possibile

La partita di Napoli è la più difficile per il Pd. Le primarie vinte da Valeria Valente contro Antonio Bassolino ma tra mille polemiche, i mal di pancia causati dall’alleanza con Verdini e dalle parole del deputato di Ala, Vincenzo D’Anna, contro Roberto Saviano e Rosaria Capacchione rendono in salita il cammino della candidata dem, in una città dove, alle scorse amministrative il Pd non arrivò al ballottaggio. La presenza di Matteo Renzi alla chiusura della campagna elettorale vuole però mostrare che neppure questa partita si vuol dare per persa. Un tentativo di rovesciare le previsioni che, se riuscisse a portare la Valente al ballottaggio, sarebbe già una vittoria. Anche perché, come ha scritto sul Mattino Biagio De Giovanni, il ballottaggio “è una partita nuova”.

Con i grillini che hanno candidato un signore lombardo che si chiama Brambilla e tifa Juventus e Gianni Lettieri che ha alle spalle un centrodestra senza più spinta propulsiva, per quanto si tratti di una missione temeraria, la candidata dem appare l’unica in grado di giocarla contro il sindaco uscente, Luigi de Magistris che si propone come il capo di un neo-populismo plebeo e giustizialista. 

Per capire di che pasta sia fatto basta guardare il video del comizio in cui Luigi de Magistris insulta il presidente del consiglio. La forma – le male parole (“Renzi ca…ti sotto, ti devi ca…re sotto”),  il timbro neo-borbonico (“Napoli Capitale avanti, Granducato di Toscana dietro”),  il tono a metà tra il predicatore e il Subcomandante Marcos (“Sciogliete le catene, amatevi”, “Sud Ribelle, Napoli ribelle, Potere al Popolo”) –  coincide perfettamente con il contenuto.

“Il punto – scrive De Giovanni – è che oggi, in una fase di scarsa tenuta della società, nei vuoti che si sono creati, nelle nuove solitudini che si affollano ai margini e nel cuore della città, la parola del demagogo può diventare penetrante”.

Nella narrazione populista i problemi della città e dei napoletani diventano secondari e funzionali a costruire l’immagine del cavaliere solitario, un nuovo Masaniello a capo di un popolo tornato plebe da sedurre e usare come massa di manovra contro il governo che vuole “espropriare” Napoli: ecco perché il nemico è Renzi anche quando, come nel caso del risanamento di Bagnoli, vengono avviate opere attese da anni e su cui chi ne aveva la responsabilità (il sindaco) non ha fatto nulla.

A questa torsione populista si aggiunge, come sempre nella storia meridionale, un trasformismo che ha cambiato i connotati del fenomeno arancione, talchè moltissimi di coloro che avevano appoggiato l’ascesa di Giggino se ne sono andati o sono stati cacciati per far posto a esponenti della vecchia classe dirigente di centrodestra piazzati in importanti e remunerativi posti di potere e distribuiti oggi nella miriade di liste civiche che ne sostengono la corsa. Fino alla fatale conclusione cui inevitabilmente giunge chi del moralismo un manganello da usare contro gli altri: la denuncia dell’uso dei vigili urbani quali galoppini della campagna elettorale del sindaco uscente.

È possibile quello che De Giovanni chiama un diverso “racconto” della città fatto di cura per i suoi immensi problemi, proposte praticabili, cooperazione tra le istituzioni? La vera sfida di Valeria Valente è convincere che sia possibile. La parte più avvertita e consapevole della città, disperata all’idea di altri cinque anni di demagogia, sembra crederci. Il problema è convincere quella Napoli profonda che da sempre è sensibile (da Lauro a Gava) alla seduzione populista.

L’ambizione di de Magistris,  tuttavia, non si ferma a Napoli, egli tende di fare dell’esperienza partenopea un modello nazionale e si offre quale leader di una sinistra radicale priva di capi carismatici. La prossima tappa? La battaglia referendaria, nella quale si è già ben posizionato, piazzando una sua fedelissima, Anna Falcone,  alla vicepresidenza del Comitato per il No. Cosa c’entri la Costituzione con quella sorta di assemblearismo confuso e settario in cui consiste “la rivoluzione” di De Magistris, lasciamo decidere a voi.

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