La sfida di Aung, diario da Yangon

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Myanmar's National League for Democracy party leader Aung San Suu Kyi, right casts her vote at a polling station in Yangon, Myanmar, Sunday, Nov. 8, 2015. Myanmar voted Sunday in historic elections that will test whether popular mandate will help loosen the militarys longstanding hold on power even if opposition leader Suu Kyis party secures a widely-expected victory. (ANSA/AP Photo/Gemunu Amarasinghe)

Un giorno storico e il cammino della Birmania verso la democrazia

Ho l’onore di partecipare al gruppo di osservatori del Parlamento europeo per le elezioni politiche in Birmania. Questo 8 novembre è un giorno storico: lo avvertono tutti così; perché la speranza generale è che questa volta il cammino verso la democrazia diventi irreversibile. Eppure nei giorni precedenti al voto, nelle strade i manifesti sono pochissimi, i comizi o le assemblee ancora di meno. Yangon, la Capitale da poco investita da mutamenti urbanistici e da ingenti investimenti stranieri, continua la sua vita con tranquillità orientale, a parte il caos del traffico, fino a poco tempo fa inesistente, oggi intensissimo. La delegazione degli osservatori per due giorni, dodici ore al giorno ininterrottamente, ha ricevuto i suoi interlocutori nella “Sala degli elefanti” dell’albergo Inya Lake, vecchiotto, comodo e squadrato, un po’ alla sovietica. In questi colloqui si delinea un quadro abbastanza preciso della situazione.

Tutti rilevano (tranne l’USDP, il partito di governo vicino all’esercito, i cui rappresentanti non hanno accettato il nostro invito) che le elezioni si svolgono in un quadro condizionato dal regime. Il 25% dei parlamentari, infatti, spetta di diritto ai militari; la Costituzione può essere cambiata solo con il 75% più 1 dei voti; tale Costituzione esclude alla leader della opposizione Aung San Suu Kyi, carismatica e amatissima, di essere eletta Presidente, in quanto moglie di uno straniero; c’è preoccupazione sul cosiddetto voto anticipato di alcune categorie, difficilmente controllabile; la composizione delle liste in molte parti è stata incompleta o confusa. Bene. Eppure, detto questo: tutti hanno ribadito che per il futuro della Birmania questo voto è importantissimo, occorre che tanti cittadini partecipino e che, soprattutto, i due principali contendenti riconoscano la legittimità di qualsiasi risultato alla fine venga fuori.

Insomma, ci sono molti difetti da rilevare, ma questa, rispetto al passato, è la migliore condizione elettorale e democratica che abbiano conosciuto i Birmani, da quando nel 1962 hanno perduto la libertà e si sono chiusi al mondo. L’esito della vittoria della San Suu Kyi è dato da tutti per scontato. Ma si sottolinea come la misura di questa vittoria sia la questione fondamentale. Perché essa determinerà la quota di potere che rimarrà ancora in mano all’esercito che, naturalmente, non ha alcuna intenzione di mollare tutto. Richard Horsey, dell’International Chrisis Group, nella sua brillantissima esposizione alla delegazione, ha spiegato la complessità del processo di transizione.

L’apertura democratica è il frutto certamente di decenni di lotta eroica dell’NLD, della sua leader, austera e tenace, dell’esempio che hanno saputo dare centinaia di resistenti ad un popolo che è diventato consapevole, non certamente con l’aiuto della radio e della Tv da sempre in mano al regime, ma grazie alla comunicazione tra le famiglie e tra i villaggi che rappresenta secondo analisti attendibili più del 30% del canale di informazione dei cittadini. Ma la transizione è stato anche un cambiamento voluto e promosso dall’alto del potere. Horsey e la professoressa Mary Callahan della Fondazione Carter hanno ben analizzato la rapidità del cambiamento.

Il governo dal 2010 ha liberato la San Suu Kyi, e poi tutti i detenuti politici; ha ripristinato il diritto di sciopero; ha eliminato la censura preventiva; ha aperto il Paese e favorito gli investimenti stranieri, che hanno fatto volare il PIL, anche se molto meno il livello di vita della povera gente. Perché è successo tutto questo? Certamente il regime ha valutato la progressiva crescita del consenso dell’opposizione e un suo possibile rovesciamento cruento e il peso dell’isolamento internazionale. Tuttavia decisiva è stata la certezza, nell’immobiliità della situazione, di essere progressivamente letteralmente “mangiati” dalla Cina.

È dentro a questa contraddizione che si è inserito Obama, offrendo di fatto una sponda strategica: “Aprite una transizione democratica in cambio di una interlocuzione che vi darà un sostegno”. Tant’è che, quando Obama ha visitato la Birmania, non ha detto: “Dovete andarvene”, come molti legittimamente speravano ma, al contrario, ha invitato il Governo a continuare sulla strada intrapresa. Ecco perché la vittoria dell’opposizione dovrà comunque fare i conti con la presenza dei militari, che ancora (anche se di meno) hanno in mano il Paese, da un punto di vista economico e delle enormi ricchezze naturali. Anche se la San Suu Kyi dovesse prendere il 67% (cosa per nulla impossibile) dovrà fare i conti con possibili ricorsi alla Commissione Elettorale Centrale (UEC) totalmente in mano all’attuale Governo, che potrebbero annullare la vittoria. Perfino alcune organizzazioni dei diritti umani consigliano di non voler stravincere, perché questo porterebbe a possibili violenze e reazioni.

D’altra parte, un nuovo Governo democratico e un nuovo Presidente dovranno fare i conti con problemi immensi e mai risolti. Le etnie in rivolta e la necessità di costruire uno Stato federale. La presenza di eserciti armati attestati su molti confini, a partire da quello con la Thailandia, e che ormai, almeno alcuni, non hanno logiche politiche, ma sono bande che svolgono il business della droga e costringono, con la forza e le minacce alle famiglie, i ragazzi delle loro etnie ad arruolarsi, per poi quasi certamente morire. E, infine, una certa impreparazione dell’NLD ad assumere le redini dello Stato. Il partito ha vissuto dell’immagine e della forza della San Suu Kyi.

Non ha formato quadri e allargato alle nuove generazioni e alle competenze. D’altra parte era difficile farlo dalle galere. Nella modestissima sede dell’NLD, che sembra una sezione Pd della periferia urbana, movimentata solo da qualche ragazza alle prese con un ciclostile, abbiamo incontrato una figura mitica del partito e della Birmania. Il generale U Tin Oo, quindici anni di galera e sette anni di lavori forzati, pluridecorato e poi perseguitato perché rifiutò nel 1978 di sparare sugli studenti. Un aspetto fiero, da vecchia quercia, anche se minuto, dolcissimo nei modi, ma con improvvisi lampi volitivi negli occhi. Ci spiega che la partita che si gioca è sulla legalità. Vale a dire: se la Birmania cesserà di essere in balia della discrezionalità di chi ha il potere e comincerà, finalmente, a darsi regole uguali per tutti.

Gli facciamo una domanda sul programma economico del partito. Ci guarda paziente. Ci invita a leggere i depliant. E poi aggiunge: “Io sono un esperto di strategia militare”. Ci vergognamo quasi ad aver posto la domanda. Eppure una società civile, ancora minoritaria, ma in crescita, lamenta una scarsità di contenuti nella campagna elettorale e non si riconosce, anche per questo, in nessun partito. Il giorno del voto dobbiamo andare nei seggi. L’appuntamento è alle 5 di mattina. Vado con la mia infaticabile collega portoghese Ana Gomes e lo straordinario advisor del Gruppo S&D a Bruxelles, Renaud Savignat, un ragazzo francese. Con il nostro pulmino Toyota, iniziamo il giro.

L’alba tropicale è sempre meravigliosa: la gente comincia presto a sedere fuori casa, in gruppo, a parlare e mangiare qualcosa. Fino alle quattro del pomeriggio, ora di chiusura del voto, visitiamo dieci seggi. Sono nelle scuole; rispetto agli slum che attraversiamo, abbastanza ben messe. Le ragazze la fanno da padrone: sono loro, le insegnanti delle scuole stesse, pulite e ben vestite, educate e sorridenti, a svolgere il compito di scrutatrici, a distribuire le schede, a controllare ogni operazione. Il clima dappertutto ci pare sereno. Nessun soldato, un solo poliziotto disarmato davanti agli spazi elettorali.

Siamo accolti bene, qualcuno crede che siamo lì per controllare e forse ciò non gli fa piacere. Non ci sono file confuse, rumorose e agitate. Tutto è tranquillo. Quelli che aspettano hanno le sedie per riposare, sotto pergolati o tetti di lamiera. Verso mezzogiorno capiamo che l’afflusso dei cittadini è molto alto. Si conferma la tendenza nelle ore successive. Nel penultimo seggio che visitiamo, su 774 aventi diritto al voto, mancano solo cento all’appello. Alla fine, secondo la Commissione Elettorale Centrale, l’affluenza è stata dell’80%. Da qualche parte ci giunge voce che nelle zone più isolate, che possano essere raggiunte solo con il motorino, 20 persone non hanno potuto votare. Scriviamo e segnaliamo tutto. Ma il nostro giudizio si conferma nel complesso molto positivo. Proprio alle 6 del mattino, con l’aiuto dell’interprete, ho fermato un ragazzo per chiedergli che emozione gli aveva dato votare per la prima volta. Con aria intensa, mi dice: “Mi tremavano le mani; ma sono felice”.

Nel seggio di Bahan, una delle zone più povere intorno a Yangon, dove la gente dorme in capanne di bambù e di foglie, un gruppo di ragazzi giovanissimi, si ferma a parlare con noi. Domando loro cosa si aspettano dal voto. Il più loquace e spigliato, con una bella faccia, già segnata da un lavoro duro, risponde: “La libertà è il lavoro”. Poi mi guarda e aggiunge: “Noi siamo davvero poveri, ma se volete venire, le nostre case sono sempre aperte per voi”. Con la democrazia, può riemergere di nuovo l’antica civiltà birmana martoriata dalla dittatura. Alle 16 chiudono le urne, e inizia il conteggio. Inizia anche un violento temporale e martellano le grandi gocce dei Tropici; molti sperano che inizino anche a grandinare voti per la libertà. In un seggio centrale, vicino alla splendida Pagoda d’oro, il primo risultato che abbiamo potuto acquisire è il 78% di preferenze al partito della San Suu Kyi. Ci vorranno una o due settimane per conoscere l’esito certo di tutta la votazione.

Una rondine non fa primavera, ma certamente può essere di buon augurio.

 

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