La settima edizione della Leopolda in 5 momenti chiave

Leopolda 2016
Il premier Matteo Renzi sul  palco durante il doscorso di chiusura della Leopolda a Firenze, 6 novembre 2016.
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Sul palco del raduno renziano critiche e ironie al fronte interno del No

INVIATO A FIRENZE – Alla fine Renzi qualche sassolino dalla scarpa se l’è tolto. Lo aveva promesso venerdì, nel primo giorno della Leopolda, e così ha fatto nel suo intervento di chiusura, dove ha lanciato la volata agli ultimi 28 giorni di campagna referendaria. Quello che non aveva detto, però, è che di sassolini nel corso della tre giorni fiorentina ne sarebbero stati buttati tanti. E dalle scarpe di parecchi.

Numerosi, infatti, sono stati gli interventi che hanno suggellato una distanza precisa, profonda e forse insanabile, con quella minoranza Pd che, il prossimo 4 dicembre, ha deciso di giocare un’altra partita. A differenza delle vecchie edizioni, questa volta l’appuntamento renziano per eccellenza aveva uno scopo preciso: galvanizzare gli animi di chi dovrà portare in strada e nelle piazze le ragioni del Sì e rispondere alle critiche di chi si sta dando da fare per far vincere il No.

Ma non era e non poteva essere solo questo. Nel corso del weekend che ha segnato una svolta nella dialettica interna al Partito democratico, con l’accordo raggiunto sulla modifica alla legge elettorale, è avvenuto qualcos’altro. Mentre sul palco immerso in un azzurro intenso la ministra Boschi passava in rassegna le bufale del No, altrove andava a consumarsi definitivamente la rottura nella minoranza Pd: con Gianni Cuperlo che è riuscito a portare a casa un accordo pagando un prezzo piuttosto alto: l’isolamento da parte di tutta la compagine dem del No, da Pier Luigi Bersani a Roberto Speranza. Passando anche per Massimo D’Alema. Tutte figure di primo piano del Pd contro cui sono state spese parole dure e affatto distensive. Sia sul palco, per bocca di Maria Elena Boschi e Paolo Gentiloni, e naturlamente dello stesso Renzi. Sia in platea, dove l’ex premier D’Alema è stato perfino fischiato dal pubblico.

Sono 5 i momenti in cui questa distanza è stata messa in evidenza. A volte attraverso l’ironia, altre attraverso un attacco secco e diretto:

I fischi a D’Alema

Sul palco la ministra delle Riforme, Boschi e il deputato del Pd, Matteo Richetti proiettano una delle cosiddette ‘bufale’ contestate a giornalisti ed esponenti politici schierati per il No al referendum. Questa volta si contesta la tesi secondo cui in caso di bocciatura della riforma costituzionale il 4 dicembre si potrà approntare una nuova revisione in 6 mesi. Ad esprimere il ragionamento è proprio l’ex premier in un video che viene proiettato in sala. Subito si sono levati i fischi dalla platea. Immediato, però, è anche l’intervento del ministro Boschi che placa la sala, ma non risparmia la battuta: “Non fischiamo nessuno, anzi con grande rispetto cerchiamo di dimostrare, ma penso lo abbia già fatto da solo nei trent’anni precedenti, che in sei mesi non si può fare una riforma costituzionale”.

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Gentiloni contro Bersani

Un altro attacco verso la minoranza Pd, e più precisamente a Pier Luigi Bersani, è avvenuto ad opera del Ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni. “Ci sono paladini della ditta che lo sono solo quando la ditta è controllata da loro direttamente” dice sul palco citando una parola, la “ditta”, che spesso è stata utilizzata da Bersani per riferirsi partito e, in particolare, alla sua unità .

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Teresa Bellanova e la “compagnia dei rancorosi”

Anche quelo della viceministro allo Sviluppo economico è stato un intervento particolarmente critico nei confronti della minoranza Pd chiamata da Bellanova la “compagnia dei rancorosi”. Il suo è uno tra gli interventi più applauditi dal pubblico della Leopolda. Soprattuto nel passaggio in cui la viceministra rivendica l’utilizzo della parola “sinistra” su quel palco: “La sinistra sta anche qui, – dice durante il suo accorato intervento – la sinistra sono persone come me che vogliono il cambiamento. Ho votato 3 volte convintamente Sì in Parlamento e sono coerente, vorrei che fossero coerenti anche quelli che hanno votato Sì in Parlamento come me e adesso vanno in piazza con tutti gli sciamannati del No. La politica è responsabilità, bisogna prendere decisioni difficili, non decisioni in base alla convenienza. Il Sì o il No inciderà non sulla politica, ma sulla vita dei cittadini. Io sarò in campo con il Sì del Partito socialista europeo”.

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Le “mummie” citate da Massimo Recalcati

Si va verso la fine. Nell’ultima giornata del raduno c’è anche Massimo Recalcati: psicanalista, saggista, docente universitario, che per la prima volta è salito sul palco della Leopolda a Firenze. Il suo intervento non è più leggero degli altri e si riappropria di un vecchio cavallo di battaglia delle precedenti edizioni: la questione generazionale. “Dobbiamo riconquistare i giovani – dice – ma la giovinezza si conquista attraverso il sogno: non dobbiamo avere paura di evocare il sogno” dice. E poi, andando ben oltre le parole della Terranova, il professore ha definito il fronte del No delle “mummie” per le quali “Matteo Renzi doveva essere ucciso nella culla: ci hanno provato, perché è il suo è il nome del cambiamento. Ma insieme alla saccenza il paternalismo crea l’impotenza: non hanno fatto nulla per trent’anni”.

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Quelli del No e Renzi

L’intervento di Renzi non ha mancato di offrire frecciate a chi si oppone alla sua riforma costituzionale.”I leader del No, non vogliono difendere la Costituzione – dice – ma la loro posizione, perché sanno che il 4 dicembre è l’ultima occasione per tornare in pista”. E poi “Il Sì ha un progetto, il No, invece, se gli chiedi di chiudersi in una stanza per tirare fuori un’idea non ne escono più”. Venerdì, nella prima serata della kermesse, era stato anche più duro tirando in ballo, anche senza citarlo direttamente, l’ex segretario dem, Bersani: “Dicono che cambiare idea sia un segno di intelligenza…allora quanti geni abbiamo in Italia”.

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