La scissione ad personam. La sinistra vuole la testa di Renzi, il resto è fuffa

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La critica di Delrio. Il segretario chiama Emiliano. C’è ancora spazio per trattare?

La scissione fa passi da gigante. Non è chiaro come e quando ma la sinistra di Bersani nei prossimi giorni sembra pronta per l’annuncio. Forse lunedì. Cioè il giorno dopo l’annuncio formale di Matteo Renzi davanti alla Assemblea nazionale di indire il Congresso.

Si discuterà – anzi, già si discute – sul perché di questa ennesima scissione a sinistra. Calendario, Statuto, liste elettorali… Ci sarà anche tutto questo ma il punto, alla fine, è emerso con chiarezza: i bersaniani non vogliono Renzi segretario del Pd. Punto. Non si fidano più. Non ritengono che sia l’uomo giusto non solo per vincere (questo lo pensa anche Cuperlo, anche altri non bersaniani) ma nemmeno di rappresentare la realtà del Pd. E’ un mix di giudizio personale e giudizio politico. Per loro, dopo le amministrative (verosimilmente molto molto difficili) Renzi deve dimettersi e non ricandidarsi più. Potrebbe sì ricandidarsi alla premiership (in teoria) ma leader del partito, no, basta.

La scissione, in definitiva, sarebbe sul segretario del partito. Una scissione ad personam.

In questo senso, la frase forse più rivelatrice degli ultimi giorni l’ha pronunciata Roberto Speranza a Otto e mezzo: “Veltroni e Bersani dopo le dimissioni non si sono più ricandidati. E quello era un gesto di estrema generosità verso il partito. Queste dimissioni (quelle che Renzi darebbe per aprire la fase congressuale-ndr) mi sembrano piuttosto un atto di egocentrismo, di egoismo. Non dirò mai a Renzi di candidarsi o meno, ma gli dico di fare attenzione, perché se il Pd è di Renzi, allora non ci sarà spazio per noi».

Essendo questa la vera “richiesta” della sinistra, è chiaro che la rottura è inevitabile, perché Renzi non potrebbe mai accettare una cosa simile.

La sua apertura nell’intervista al Corriere della Sera non prevede nulla di simile. Concede un sì alla “fase programmatica durante il Congresso”, come hanno proposto Orlando, e poi Martina, Fassino, Zingaretti; sembra voler svelenire la polemica; non chiude all’ipotesi che a palazzo Chigi vada un altro e non lui; concede larghissima fiducia a Gentiloni. Ma ormai – come detto – il punto è diventato un altro. Lasciare la guida del Pd. D’altra parte, “riprendersi il partito” è sempre stato un chiodo fisso dell’orientamento della sinistra.

La questione del calendario, ormai, è abbastanza superata. La disponibilità di Dario Franceschini a diluire i tempi delle primarie in questo quadro non sembra pertanto in grado di cambiare la situazione.

Il segretario poteva offrire di più? Lo potrebbe ancora fare? Intanto oggi ha telefonato a Michele Emiliano. “Matteo Renzi mi ha chiamato e abbiamo parlato. Spero che il nostro confronto sia utile alle sue prossime decisioni”, ha postato su Fb il Governatore della Puglia.

Proprio stamane, i siti hanno sparato un audio rubato a Graziano Delrio, il quale, ad una riunione al Nazareno ieri sera, si lamentava in modo colorito proprio del fatto che “Renzi non ha fatto nemmeno una telefonata”. Un rilievo, quello del ministro, che conferma una vecchia critica di esponenti vicini a Renzi relativa al modo troppo autoreferenziale del segretario nella gestione del partito.

D’altra parte, i gruppi parlamentari per un verso, e soprattutto il Governo per un altro, sono i terminali più sensibili di una situazione nervosissima. Non è un caso se ormai in coda alle riunioni del Consiglio dei ministri (ivi compreso quello di stamattina) si formino capannelli nei quali di esamina la delicata situazione nel Pd.

Perché è ovvio – lo ha detto ieri lo stesso Delrio a Piazzapulita – che un’evenutale scissione non potrebbe non avere riflessi sul governo Gentiloni (così che da parte di Bersani si compirebbe un clamoroso paradosso: per prolungare la vita del governo lo si metterebbe seriamente in fibrillazione) e sulla vita dei gruppi parlamentari.

Secondo molti osservatori, la cosa non potrebbe non interessare Sergio Mattarella, che potrebbe sentirsi in dovere di effettuare una verifica sulla tenuta dell’esecutivo.

Si tratta ancora, dicono molti “pontieri”. Ma se la posta in palio è la testa di Matteo Renzi, pare proprio finita.

 

 

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