La Roma di Joyce grottesca e mai amata

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Lo scrittore irlandese ci rimase due mesi e mezzo: squattrinato, sfiduciato, stanco. E offeso dai rifiuti ai suoi libri e dalla città

Anni addietro, centodieci anni addietro, proprio di questi giorni James Joyce passeggiava per Roma. Era la Roma dell’età giolittiana, un clima sociopolitico che nonostante la diversità per qualche altra ragione potrebbe indurre a confrontarlo con quello di questi anni nella capitale d’Italia; diciamo fluido? A Roma, tirandosi dietro la compagna Nora e il figlioletto Georgie, Joyce veniva ad occupare un posto in banca; si era offerto dopo aver letto l’inserzione su un giornale di Zurigo, cercasi inglese di lingua madre per la nostra agenzia di Roma… Anche irlandese poteva andare e andò così: saranno i sette mesi della sua vita trascurati dalle non poche e non tutte illuminanti biografie che gli sono state dedicate, una volta divenuto monumento.

1 – Leopold Bloom

Eppure, forse proprio per tutti coloro che hanno aperto Ulysses per snobismo intellettuale e l’hanno richiuso di nascosto – in cuor loro rassegnandosi a ritenerlo astruso ma non perdendo l’occasione di citarlo nei salotti e altri luoghi deputati allo scintillio delle idee dove non vi è cripticità che tenga o spaventi –proprio per loro quei giorni romani sarebbero oggi di straordinaria importanza: una chiave di lettura (come la offrirebbero, snob o no, i gelidi critici, gli accademici pensosi, gli analisti compassati) per capire Leopold Bloom, il protagonista: un uomo si aggira per Dublino, alter ego di uno James che prende appunti su che cosa sia la vita di un uomo comune in un giorno comune, un solo giorno per un campione comune della Umanità; cinquecento pagine, più di una pagina per minuto, una riga per ogni secondo per rappresentarla, l’Um a n i t à , se non in senso universale, quasi. Quel giorno che Joyce scoprì a Roma il Foro Romano, osservando come tra colonne spezzate ed altri ruderi imponenti si aggirassero anche turisti stupefatti e ammutoliti, si annotò su un polsino questa frasina ‘l a p i d a r i a’, è il caso di dirlo: Roma mi fa pensare ad un uomo che si mantenga con il cadavere di sua nonna…Poi la copiò pari pari, la modulò con altre parole e ne fece uno degli argomenti essenziali – per dare una idea del suo rapporto con la realtà – in ognuna delle lettere, un centinaio, spedite al fratello Stanislaus in tutto quell’arco di tempo vissuto nella capitale d’Italia. Era appunto il 1906: lui, il grande scrittore – dopo di lui la letteratura del mondo non sarebbe stata più la stessa – non aveva ancora pubblicato nulla. Gente di Dublino gli era stato rifiutato da ben sette editori. Quanto ai turisti veri che incontrava – gente in viaggio di piacere –gli apparvero perplessi su come era stato possibile che altra gente fosse vissuta lì per poi scomparire lasciandosi dietro tutta quella catastrofe dei Fori: però diversamente dallo squattrinato Jim avrebbero lasciato a Roma molti pegni economici della loro presenza, tra alberghi, ristoranti, guide ciarliere, venditori di souvenirs: erano oggetto della sua idea di spiegarsi il mondo secondo un’ottica marxiana che aveva appena finito di leggere. Aveva 24 anni…

2- Il fratello Stan

Alla Berlitz Scholl di Trieste, dove insegnavano lui e il fratello Stanislaus, il vicedirettore era scappato con la cassa. Il giorno dopo ebbero una lettera impeccabilmente dolente: la Berlitz era in grado di pagare lo stipendio soltanto ad uno dei germani Joyce. Jim generosamente disse a Stannie, “tu rimani, io vado.” In realtà quella Trieste absburgica gli era diventata ‘politica – m e n te’insopportabile quanto la sua Dublino. Le lettere che scrisse da Roma a Stanislaus sono pedantesche cronache giornaliere; lettere o cartoline sintetiche, incalzanti come telegrammi da parte di uno ossessionato dalla mancanza di denaro ma che usava come un grimaldello la sua scrittura, postale o letteraria, sempre per cogliere ed illustrare il senso dell’attualità in cui viveva. E vi trapela subito il calcolo, ciò che si aspettava da quel viaggio in Italia già dal primo dispaccio postale:

Roma 31 luglio 1906 “Caro Stannie, arrivati bene: ma molto stanchi…. Penso che Roma piacerebbe anche a te, forse più a te che a me: ti sei sempre mostrato contrario alle mie tendenze socialiste, ma devi convincerti che un rinvio alla emancipazione del proletariato equivarrebbe ad un ripiegamento verso tirannidi d’ogni sorta… Il Tevere mi fa paura, tuo Jim”

Al“Dear Stannie…”scriveva un “Dear Jim”già delus o? Il fatto è che nella Trieste inglobata nel regime imperial-cattolico dell’impero austriaco si leggeva senza problemi su Il Piccolo della Sera di quanto accadeva nella Italia di quel tempo; anche del socialismo alle prese con le idee liberali. Ma con una punta di ironico, sarcastico esotismo assolutamente insopportabile per Joyce che era scappato da Dublino proprio per quelle sue idee; invece Roma gli avrebbe offerto serie occasioni per ostinarsi in una, tutta particolare, aspirazione alla modernità, all’ autocoscienza. Certo all’inizio le peripezie della famiglia Joyce non furono trascurabili; ma per Joyce lo erano, affascinato soltanto dalle prospettive: così, almeno appena arrivato, fu critico ma tollerante. Persino la nostra ‘età di Giolitti’poteva considerarsi al confronto di Dublino una stagione di felicità libertaria. In realtà alla ricerca di un albergo il meno dispendioso possibile la famiglia Joyce in quei primi giorni ne cambiò tre; fino a rassegnarsi ad una dimora definitiva, una stanza in famiglia con uso di cucina; risultato poi un approccio menzognero; niente uso di cucina.

Roma presso Signora Dufour Via Frattina 52, II° piano “Caro Stannie, ieri l’intervista alla banca è andata bene. Il mio orario è terribilmente lungo ma mi hanno pagato 65 lire per il viaggio e un anticipo di 100 lire dallo stipendio…Ieri abbiamo sentito una banda in Piazza Colonna che suonava brani del Siegfried. Molto bene. I romani sono penosamente (sic) bene educati … A proposito, hai letto che vi è stata qui una scissione in campo socialista tra Ferri e il tuo amico Labriola?…”

Però a Jim non piacquero i monumenti: “…Roma mi fa pensare ad un uomo che si mantenga con il cadavere di sua nonna.. Scrivimi a questo indirizzo, Jim” . Niente uso di cucina. Jim, Nora e Georgie fecero l’esperienza di un vagabondaggio tra infime taverne dove appunto però la cucina romana li conquistò persino troppo. Joyce scrisse al fratello come la compagna (Nora, non ancora ‘mo – g l i e’) fosse ingrassata di almeno cinque chili. E’ noto, per altre lettere che sono arrivate fino a noi, quanto il corpo di Nora, la “tua carne’ – come a lei si rivolgeva – fosse un’altra ossessione composta di oscenità e gelosia, con picchi di fantastica lubricità che poi ritroveremo pari pari nella giornata dublinese di quel mister Bloom: gelosia retroattiva, la più terribile e stupida che possa ossessionare un essere umano per l’altra o l’ altro. . . A questo punto quella tentazione da parte nostra di sapere sulla Roma di allora quanto passava sotto gli occhi, prematuramente già miopi, di Joyce vince sul resto: Joyce scrive del congresso socialista tenutosi a Roma in quel 1906, Enrico Ferri allora direttore dell’Avanti era di tendenza moderata diversamente da Antonio Labriola. Ma in particolare che aria tirava a Roma nell’età giolittiana, una Roma quanto diversa da quella di oggi? Quei messaggi postali tradotti e commentati per noi dal grande anglista che fu Giorgio Melchiori, raccolti in un mastodontico epistolario, appartengono a quel genere di tesori, di preziosità letterarie che i “destini incrociati” tra persona e luogo regalano ad una umanità inconsapevole, distratta, mentre il film scorre via; quando la persona è uno come Joyce ed il luogo è a dir poco la Città Eterna l’effetto sul lettore del terzo millennio è strabiliante. Non sono quel genere di problemi con cui la Città Eterna ha dovuto fare i conti dai tempi in cui liberti e schiavi di Quo Vadis? a cominciare dal gigante Ursus e San Pietro vi si aggiravano inciampando nei rigagnoli che scorrevano tra le pietre della suburra? Il polacco Sinkiewitz scrisse quel romanzo edificante e un poco melenso (diciamocelo, meglio il film) nel 1905, un anno prima che Joyce arrivasse a Roma. Intanto lui scrive al fratello:

“Ho ricevuto il tuo vaglia telegrafico ma non l’ho ancora riscosso; il funzionario non ha voluto accettare i miei documenti…Mi sono seccato e gli ho urlato “aveva ragione Rossini quando si è tolto il cappello di fronte a uno spagnolo e gli ha detto: Lei mi risparmia la vergogna di essere l’ultimo d’Europa… Come detesto queste puttane insolenti, tali sono i burocrati”.

3- Il germe del romanzo

Forse per spiegarci il nervosismo di James Joyce, la sua insofferenza di fronte alla banalità delle storture del vivere quotidiano che ti aggrediscono in tutti i paesi, val la pena di immedesimarsi sapendo come sarebbe andata a concludersi la sua grande storia di grandissimo scrittore; è quasi esilarante: si lamentava con il fratello di non avere di che vestirsi, che i pantaloni consunti gli si erano lacerati dietro e con l’approssimarsi dell’estate più calda era ridotto ad indossare una pesante finanziera abbastanza lunga da coprirgli il sedere. Intanto aggiunse ai rifiutati racconti di Gente di Dublino il più importante, I morti , che capovolse il destino di quel libro; e fu ancora qui a Roma che il ventenne Joyce elaborò il primo germe di quel romanzo; cominciò a scriverlo sette anni dopo e lo concluse ancora sette anni dopo; il romanzo che appunto si sarebbe chiamato Ulysses, dopo il quale scrivere romanzi dà da pensare a chi anche oggi si accinge a scriverne uno. Joyce, si è detto, non aveva pubblicato ancora nulla; nelle lettere che scriveva al fratello l’amarezza era costante, ossessiva quasi più dei problemi finanziari che lo affliggevano; a parte ciò nelle lettere a Stannie, in certe cartoline come rapidi appunti su visioni illuminanti, la Città Eterna è oggetto di una analisi di cui soltanto uno scrittore è capace per rendere le risultanze psicologiche, di rifiuto o di benessere esistenziale che quel vissuto comporta. Toccare le radici della quotidianità umana, ricondurre il corso degli eventi all’unità del simultaneo, così una esegeta di Joyce nota per ben altro: Hannah Arendt la discepola ebrea di Martin Heidegger (filosofo comprensibilmente ignoto a Joyce) la Arendt che nel raccontare delle barbarie naziste coniò il celebre motto sintetico nella sua apoditticità: ‘la banalità del male’. In senso più generale Joyce si attenne ad un criterio contraddittorio: come la banalità degli attimi, dei minuti, delle ore di una vita tutti messi insieme compongano quel tanto di drammatico presente nella vita di tutti, fino all’acme di esso, il punto di morte tragico per ogni esistenza. Nel mondo e a Roma accadono molte cose in questi giorni, gli eventi politici che sappiamo nel Paese, gli eventi capitali nella Capitale; ma anche ricorrenze di cui ovviamente non vi è tempo ed animo di accorgersi forse proprio per le stesse ragioni; le ricorrenze hanno tutt’altro a che vedere con il futuro; e noi abbiamo di questi giorni bisogno di futuro; politicamente ve ne è una che potrebbe somigliare alle temperie del vissuto attuale. Talvolta i giorni somigliano ad altri giorni (accade e non accade) a distanze persino secolari tra gli uni e gli altri. Grande voglia di nuovo, riforma (o più estesamente riforme) come parola d’ordine; dopo venti anni che se ne era già dibattuto in quel 1906 collidevano revisionismo e anarco-populismo, il grande affarismo nel finanziamento della stampa d’opinione; accadeva allora… E accadevano cose come la fase più critica ma anche più acuta dello sviluppo economico che traversava l’E u ro p a . Sette mesi a Roma; nel febbraio del 1907 James Joyce scrisse una lettera di dimissioni al direttore di quella banca romana (“…deferenti saluti suo J. J.”) e tornò a Trieste a rinsaldare l’amicizia con il nostro Italo Svevo. Ma questa è un’altra storia.

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