La Rai alla prova dei cittadini e di internet

Televisione
La scultura del cavallo morente nella sede Rai di viale Mazzini. Roma 13 marzo 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

Oggi a Roma parte una consultazione per dire come deve essere il servizio pubblico. Al via con associazioni, enti e addetti ai lavori

Magari non ci avrete fatto caso, eppure quest’anno, per il mondo radio-televisivo italiano (web incluso) arriva una scadenza importante che inciderà sulla qualità dell’informazione, dello spettacolo, dell’industria e delle imprese: dopo una durata di 10 anni il 6 maggio scade la convenzione tra lo Stato (rappresentato dal Ministero dello sviluppo economico – Mise) e la Rai. La data slitterà di qualche mese, in teoria possono partecipare altre aziende ed è facile comprendere come sia un passaggio decisivo perché il sistema mediatico non è più quello del 2006. E quindi che tipo di servizio pubblico deve avere il Paese? Da questo interrogativo il sottosegretario alle Comunicazioni Antonello Giacomelli ha preso un’iniziativa finora mai tentata in Italia: consultare addetti ai lavori, associazioni (da quelle dei media al terzo settore al turismo, tanto per dirne alcune), istituzioni, accademici, mondo dell’imprenditoria (in particolare start up e imprese nel digitale) in vista della consultazione pubblica, via internet, aperta a tutti prevista dal governo nella sua riforma del sistema radio-tv. Dopo la riforma della governance, dopo quella del canone, parte la terza tappa del percorso. Che vuole essere aperto a tutti, anche qui procedendo a tappe, sul modello di quanto fatto dalla blasonata Bbc in Gran Bretagna.

“Media company”

La prima tappa, sotto il titolo “CambieRai”, è oggi, all’Auditorium – Parco della musica a Roma e ne parliamo nel box a fianco. Il punto di partenza della riforma è una presa d’atto: con il web, con ipad e i cellulari che oggi permettono di tutto il sistema oggi è radicalmente diverso da quello anche di pochi anni fa. Non si contendono più gli spettatori solo pochi giganti. L’offerta dei canali si è estesa a dismisura. E quindi la Rai da semplice azienda radio-televisiva deve cambiare alla radice se vuole competere. Deve trasformarsi, chiariscono dal dicastero, in un una «media company» (intendendo la parola media nel senso più vasto dei mass media). E stabilire quale sia il suo dovere in quanto servizio pubblico diventa essenziale. Ricordando che, con il canone in bolletta, viale Mazzini potrà contare su entrate sicure.

Sollecitazioni da aziende e cultura

Dal ministero segnalano: molte organizzazioni e aziende sollecitano un aiuto affinché si parli di cultura, e di turismo, anche all’estero (con il web è fattibile). E qui diventa logico chiedersi: chi lo può fare, se non il servizio pubblico? E se un’altra domanda investe la qualità e il tipo dell’informazione, un altro elemento fondante è il web. Anche perché oggi giorno tanti di noi non guardano la tv sullo schermo di una televisione, guardano programmi, o pezzi di programma, su internet. Ma se uno dei siti più visitati al mondo è quello della Bbc, forte anche dell’inglese, quello Rai non è tra i più visti in Italia. Altri la battono.

Il questionario online

La consultazione prevede tre fasi. La giornata odierna sfocerà in quattro documenti. Da questi il ministero dello sviluppo economico sintetizzerà un questionario che resterà online per 45 sul sito del governo. Tutti possono dare suggerimenti e dire come la pensano sulla Rai che vorrebbero. Dopo il Mise riassumerà gli esiti di questa consultazione e il documento conclusivo farà da base per la nuova convenzione tra lo Stato e la Rai che verrà proposta, discussa e approvata dal Parlamento (non dal governo). Sull’appuntamento di oggi Massimo Cestaro, segretario generale della Slc Cgil, e Angonio Filippi, della contrattazione Cgil nazionale, contestano: «Tra i 160 invitati non figura nessun rappresentante dei lavoratori Rai e nessun invito è arrivato alle organizzazioni sindacali di categoria né a quelle confederali. La consultazione è davvero democratica?». «Vero, abbiamo invitato tutte le associazioni, rappresentanze istituzionali e imprese che solitamente non sono chiamate a occuparsi di Rai», risponde il sottosegretario Giacomelli. «E stiamo pensando proprio di organizzare una giornata con i sindacati». Sul perché di questa consultazione spiega: «È la prima volta. La facciamo perché il presidente del Consiglio ha detto fin dall’inizio che la discussione sul servizio pubblico non riguarda solo la politica o gli addetti ai lavori: va coinvolto tutto il Paese. Dal quale ci aspettiamo indicazioni di marcia sulla trasformazione della Rai, necessaria affinché sia in sintonia con le esigenze del paese». Il governo, ricorda, ha già posto approvato le linee guida: «L’internazionalizzazione, la riforma dell’informazione, il tutto tenendo conto delle risorse e della sobrietà nell’usarle». Su internet però circola di tutto, quando si aprono i rubinetti della parola. «Pensiamo che la maggior parte dei cittadini voglia contribuire per sbloccare le potenzialità del Paese», risponde il sottosegretario.

Le start up

E qui possiamo insirire un altro tema: crescono le cosiddette “start up” creative fondate da giovani in tutto il Paese e che vanno dalla tecnologia alla produzione culturale indipendnete. E chi, se non un servizio pubblico, può e dovrebbe aiutarle, o facilitarle, o per lo meno offrire chance e nuove strade da percorrere? Un partecipante al tavolo su digitale, start up e innovazione è Salvo Mizzi, del fondo Invitalia. «Di cosa parleremo? Potrebbero esserci due ordini di argomenti. Uno riguarda il tema culturale e la formazione-informazione. Su digitale, start up e innovazione si possono diffondere dei valori e far capire che la trasformazione digitale riguarda il paese, la nostra vita e il futuro. Ci sono 5.500 start up innovative in Italia – annota – e questo riguarda la Rai non solo come media company ma come istituzione. Oggi può spostare il Paese un po’ più in là, può rendere più concreto e quotidiana questa grande trasformazione che sta attraversando tutto il mondo. Il servizio pubblico – ritiene – può essere un motore di impresa». E suggerisce: «Anche la Rai può diventare una hub di questo mondo. È famosissimo il caso del player lanciato della Bbc: non ha scelto un sistema creato da una multinazionale, ne hanno sviluppato uno in proprio con innovatori britannici».

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