La nostra tv non si esporta. È troppo provinciale

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I format israeliani sono pensati per il mercato internazionale e i produttori sono pronti al rischio, quelli italiani no: qui si va sul già visto

Primo scenario. Cospirazioni internazionali, prigionieri di guerra convertiti all’Islam, psicoterapeuti alle prese con i paradossi della vita, ma anche vampiri adolescenti e famiglie disfunzionali, tanto per gradire. Trattasi di alcuni format tra i più seguiti in quest’ultimo scorcio di televisione globalizzata, molto diversi tra loro ma con un solo denominatore comune: vengono tutti da Israele. Dove sono stati pensati, ideati e prodotti. E da dove sono partiti alla conquista di decine di altri mercati televisivi, a cominciare da quello americano, of course, ma anche quelli di Europa e America latina. Nel futuro, ebbene sì, c’è anche l’immensità dell’Asia.

Secondo scenario. In Italia l’80 per cento della programmazione d’intrattenimento è realizzato con format stranieri, solo il 19 per cento è costituito da produzioni autoctone. Di tutto quello che va in onda, un misero 5,1 per cento è pensato per essere esportato, ma solo il 2,4 per cento effettivamente riesce ad approdare fuori dai patri confini. C’è chi la chiama “sindrome dell’ombelico”, e per quanto si tratti solo di una tra le tante patologie di cui è affetta l’italica tv, è piuttosto emblematica: vuol dire che il nostro è un orizzonte produttivo angusto, provinciale per non dire strapaesano, indirizzato quasi ad un pubblico esclusivamente italiano, preferibilmente anziano e femminile, caratterizzato da una scarsa attitudine a mettere in campo novità e sperimentazioni. Il risultato è che, come dice Massimo Scaglioni dell’Università Cattolica di Milano, il nostro paese televisivamente parlando è una sorta di “sleeping giant”, un gigante dormiente, dove prevalgono le occasioni perdute e le potenzialità disattese.

Perché il confronto con Israele? Perché la realtà produttiva dello Stato ebraico, per quanto possa sembrare strano, è una delle più clamorose “success stories” degli ultimi anni: dietro Usa e Gran Bretagna, è il paese che negli ultimi anni ha esportato più format televisivi a livello globale. Com’è emerso da un convegno che si è tenuto due giorni fa alla Luiss di Roma, dove sono stati chiamati a raccolta i maggiori tra produttori di format e broadcaster italiani, il punto è che in teoria Israele è una realtà simile alla nostra: anche qui c’è una televisione pubblica la cui sopravvivenza è fondata sul canone, così come c’è una vigorosa emittenza privata, affiancata dai vari satellitare e tv via cavo che vivono grazie agli abbonamenti. Dove sta allora la differenza? Com’è possibile che una realtà piccola come quella dello Stato ebraico abbia portato in tutto il mondo fiction come “In treatment” o “Homeland”, talent show come “I can do that”, oppure serie folgoranti come “Hostages”? Maurizio Mensi, docente di diritto dell’informazione e della comunicazione proprio alla Luiss, offre al quesito una tripla risposta: contrariamente a quello che accade in Italia, in Israele c’è un quadro di incentivazioni “locali” molto marcate a favore delle produzioni nazionali, così come sono previsti quote di tempo di trasmissioni specifiche dedicate ai format realizzati in patria, ma l’aspetto forse cruciale è la capacità di “internazionalizzare” in partenza i format prodotti nel paese. Cioè sono “pensati internazionalmente” sin dal loro primo concepimento. “Si tratta di elementi determinanti nell’incentivare la nascita di format televisivi di successo internazionale, quali per esempio “In treatment” e “Homeland”, che sono rispettivamente adattamenti statunitensi dei format israeliani “BeTipul” e “Hatufim””, dice Mensi.

La questione, in sostanza, è quella di creare un ambiente favorevole alla creatività: in Israele, per esempio, la televisione pubblica deve convogliare almeno 41 milioni di euro a sostegno delle produzioni locali in lingua ebraica e 7 milioni di euro per quelle locali in lingua araba. Non solo: una notevolissima fetta dei propri ricavi è destinata ai programmi esplicitamente definiti di “élite”, compresi documentari su fenomeni sociali, culturali e politici, ma anche ai “drama program”, compresi format come docudrama, film televisivi e serie di qualità. Eccola, è proprio questa la parola magica di questa storia: “qualità”. Laddove s’investe in qualità, i risultati non mancano.Una storia di successi, come nota nientemeno che il “New York Times”, iniziata una decina di anni fa, quando lo “psycho-drama” israeliano “BeTipul” è stato adattato dal colosso americano Hbo (“In Treatment”, appunto, con uno straordinario Gabriel Byrne nei panni del protagonista), da cui sono sorti numerosi spin-off in ben altri 20 paesi, tra cui l’Italia e l’Argentina. Non è finita lì: poi è stata la volta di “Hatufim”, diventata “Homeland”, ma anche di game show come “Rising Star”, che è stato messo in onda con notevoli risultati d’ascolti dalla cinese Cctv, dall’americana Abc e dall’emittente turca Tv8. Alla base di questo fenomeno ci sono sostanzialmente tre case produttrici: la Keshet, Armoza Formats e Dori Media. “Insieme – riferisce appunto il Nyt – hanno venduto oltre cento programmi a mercati anche molti diversi tra loro come Indonesia, Giappone, Finlandia e Brasile”. Tra gli altri format venduti all’estero, “Split”, un “vampire teenage drama” visto tra gli altri in Francia e in Vietnam, e “Date Blind”, venduto in ben 44 paesi. Una combinazione di innovazione e creatività, arricchita da un sapiente uso delle nuove tecnologie, non sorprendente in un paese in cui le start-up si contano a bizzeffe.

Sostiene Mensi che un altro elemento fondamentale nella “success story” israeliana – oltre alla capacità di “fare sistema” – è la propensione al rischio. Lo conferma Avi Armoza, Ceo della società di produzione che porta il suo nome: “La cultura israeliana si trova a suo agio con l’idea di correre dei rischi. Devi essere capace di gestire situazione di incertezza”. A cominciare dai budget ridotti (rispetto a quelli di altri paesi), puntando d’altra parte a linguaggi masticabili anche da platee di altri paesi: da lì la realizzazione di prodotti “culturalmente neutri” rispetto alla realtà israeliana, pertanto con caratteri di “universalità” che certo non guastano. Tutto il contrario dell’Italia, “che guarda troppo al proprio ombelico” (professor Scaglioni dixit), ossia si scommette prevalentemente sul già visto, già sperimentato, su quello che va bene alla famigerata casalinga di Voghera. Ecco dunque, nelle produzioni nostrane, i palinsesti replicanti e un profluvio di carabinieri, padripii, sacerdoti oppure pseudo-celebrità stagionate da spalmare all’infinito sul prime time. C’è, in sostanza, afferma il professore, una “tendenza al triviale che non aiuta”. E che peraltro non contribuisce al nostro buon nome fuori dai confini nazionali. Racconta Simona Ercolani – Ceo della casa produttrice Stand by Me, nonché anima di programmi di successo come “Sfide” e “Alta infedeltà” – di essersi imbattuta numerose volte all’estero in situazioni di vero e proprio pregiudizio di fronte a proposte di produzione italiana. Ebbene sì, come se venissimo da Marte. Invece siamo il paese di Giletti & Vespa.

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