La nostra Italia così bella così fragile

Ambiente
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Esce oggi per Rizzoli “Un Paese nel fango”, libro inchiesta del direttore de l’Unità, con prefazione di Matteo Renzi. Ne anticipiamo un capitolo

L’Italia è di una bellezza senza pari. È un incanto da qualsiasi visuale la si guardi, splendida per la sua posizione geografica, l’ideale per la ricchezza del suolo, privilegiata dall’armonia e dalla gradevolezza dei paesaggi, invidiata per la ricchezza delle acque. Accoglie in sé buona parte degli habitat e degli ecosistemi del pianeta: alte montagne alpine, lunghe catene montuose, colline, specchi d’acqua di ogni dimensione, ghiacciai perenni, fiumi e torrenti, vallate e altopiani, pianure verdeggianti, paludi, delta fluviali, coste sabbiose e rocciose, dune, aree quasi desertiche, scogliere, lagune, golfi, baie, promontori, alte falesie, isole, arcipelaghi di isole, scogli e faraglioni isolati, vulcani anche sottomarini.

La natura ha voluto però esagerare in termini di geologia, orografia e morfologia e l’ha plasmata, secondo la definizione di Edmondo Berselli, come un «Paese impreciso». La configurazione altimetrica è da montagne russe. Dell’intera superficie di 301.000 chilometri quadrati, 106.000 sono montagne, 125.000 colline e la pianura si estende per circa 70.000 chilometri quadrati. La variabilità è la regola. Per circa tre quarti, l’altitudine media è di 337 metri sul livello del mare e il panorama mette in mostra il meglio di sé con spettacolari montagne che ne sovrastano altre di altezza minore, le quali a loro volta proteggono una serie infinita di aspre, sinuose e dolci colline degradanti verso la fascia costiera, anch’essa sorprendente e parecchio articolata. Si sviluppa per circa 7458 chilometri, comprese le isole principali, un terzo è costa alta, un terzo sabbiosa e bassa, il resto è roccia.

 

1. COME UNA CRISTALLERIA
Il sottosuolo è un groviglio delicato come una cristalleria. La potenza della natura colpisce con smottamenti franosi, fratture e voragini aperte dai terremoti, fumi caldi sprigionati, eruzioni di vulcani. «Questa è l’Italia, bellezza!», parafrasando la celebre battuta di Humphrey Bogart. Vero. È quanto di più normale possa capitare in una penisola che deve contenere dieci vulcani attivi lungo la dorsale tirrenica che hanno sempre eruttato, e altre bocche di fuoco spente o nascoste nelle profondità dei mari. Diversi vulcani sono estinti e la loro ultima eruzione risale a oltre 10.000 anni fa (Monte Amiata, Monti Volsini, Cimino, Vico, Sabatino, isole Pontine, Roccamonfina, Vulture), altri sono in una lunga fase di riposo (Colli Albani, Campi Flegrei, Ischia, Vesuvio, Salina, Lipari, Vulcano, Pantelleria, l’isola Ferdinandea sotto il mare siciliano e il Marsili nelle profondità tra il golfo di Napoli e le Eolie, il più esteso del continente), altri ancora sono svegli (Etna, Stromboli).

Pericoli, certo, ma anche la dimostrazione che la nostra Terra è un organismo vivente, non è formata da un blocco unico, freddo e stabile. Il suo cuore emana, forma e trasforma energia e calore, e li erutta in superficie attraverso i vulcani. Le sue profondità divise in placche o zolle, nei loro micromovimenti quando si incontrano o si spostano o si allontanano e si sfregano l’una contro l’altra, determinano condizioni di sforzo e accumuli di energia che si scaricano in superficie con scosse telluriche. E il bello è che subito dopo un evento, l’orologio terrestre torna a caricarsi in una sequenza ciclica. Una convivenza da brivido freddo, governata da leggi biologiche ineluttabili con il concorso di un nu- mero enorme di altri fenomeni e condizionamenti naturali.

Perché nemmeno in superficie si scherza. La molto giovane natura geologica dei rilievi, in grandissima parte argillosi e sabbiosi, è sempre soggetta al lavoro di erosione dovuto agli effetti combinati di piogge, venti, gelo e siccità, e alla presenza del più complesso sistema idrografico d’Europa, un ricco puzzle idrologico composto da 234 corsi d’acqua e da 400 laghi. L’acqua è un ciclo permanente e rinnovabile – buon per noi –, e la pioggia che cade in media ogni anno sulla penisola è un serbatoio immenso di 296 miliardi di metri cubi di materia prima, che al netto dell’evaporazione formano 155 miliardi di metri cubi di deflusso superficiale nei corsi d’acqua e altri 13 miliardi di flussi sotterranei. Ogni italiano ha a disposizione teoricamente 2800 metri cubi l’anno di acqua potabile, una dotazione che altrove risulta impensabile, e che è distribuita per il 60% tra i bacini di Po, Adige, Brenta, Tagliamento, Isonzo e altri minori del Nord, dove la disponibilità idrica pro capite è quasi tre volte e mezzo quella delle isole e il doppio del Sud. Nel Mezzogiorno, però, alcuni sistemi idrografici sono equivalenti: Abruzzo-Molise e Calabria-Lucania.

Questa è l’Italia, un meraviglioso spettacolo naturale da prendere sempre con le pinze e che ha gettato periodicamente nel panico delle alluvioni e delle frane o di altre calamità milioni di persone. Per questo siamo anche i migliori inventori di parole per definirle.

 

2. LE PAROLE PER DIRE “ALLUVIONE”
La traduzione inglese, da parte della comunità scientifica, del termine «alluvione» a parer mio è un vero affronto: il semplicissimo flood è leggerino, elegante, troppo elegante. Ne derivano flooding (inondazione, allagamento) e flood- plain (piena, alveo), per finire con le allerte meteo di flash flood warning.

Per onestà, numeri e gravità degli eventi, il resto del mondo dovrebbe rifarsi alla varietà della lingua italiana. Perché sulla nostra patriottica tavola semantica, solo noi linguisti e filologi di strada siamo stati capaci di apparecchiare una tale quantità di definizioni da caso planetario. Per dire «alluvione», infatti, i nostri avi hanno creato un multiplo di parole, sinonimi, accezioni, verbi e sostantivi. È uno scroscio terminologico: piena, allagamento, inondazione, esondazione, straripa- mento, tracimazione, invasione dell’acqua; sommergere, dilaga- re, ingolfare; fiumana, trabocco, sormonto, dissesto alluvionale, cascata, lama, marea, nubifragio, acquazzone, valanga d’acqua, grande quantità d’acqua, infinità d’acqua. Siamo a 22 identificazioni dello stesso fenomeno, precipitazione piovosa particolarmente intensa. Aggiungiamoci il neologismo coniato dal meteorologo Giampiero Maracchi, il sopracitato bomba d’acqua, libera traduzione dell’inglese cloudburst (letteralmente «esplosione di nuvola»), e siamo a 24. Un salto indietro nel tempo e Tito Livio, Cicerone, Vitruvio e Plinio il Vecchio suggerirebbero l’arcaico diluvio, il Noah flood o biblical flood britannico che per noi è pioggia incessante di lunga durata, e sono 26, ma sicuramente mi sfugge qualcosa.

Le parole però hanno un senso. «Le parole non vengono create dagli accademici nelle accademie bensì dalla gente per strada», amava suggerire lo scrittore Gabriel García Márquez. E se una parola ha un peso, alcune pesano il doppio, specie quelle che segnalano gli effetti del tiro a segno dal cielo sul territorio. Et voilà un altro bell’elenco, questa volta di toponimi evocativi di catastrofi meteorologiche, idrografie particolari, forme insicure del suolo, tragedie del passato tramandate nei secoli dalla memoria collettiva ed esposte sulla segnaletica stradale a futura me- moria. Una toponomastica horror che si pensava sarebbe andata perduta con l’avanzare della modernità e dell’urbanizzazione, spazzata via dal fiorire di villaggi primavera, riviere dei cedri e poggi fioriti. Invece, l’inossidabile toponimo, come un sorcio con il formaggio migliore, presidia l’anagrafe e viene legittimato e normalizzato dai Tuttocittà. La psicopatologia italiana è anche qui, applicata a stradari e mappe. C’è una significativa differenza con il passato: non indicano più aree geografiche disabitate e completa- mente vergini come un tempo, ma interi paesi, piccoli borghi, nuovi quartieri, agglomerati sparsi, lottizzazioni, zone industriali, artigianali, commerciali e turistiche. Località dove il dramma si è consumato anche più volte ma viene esibito con una spregiudicatezza istintiva, e dove qualche milione di italiani ci vive: Fosso o Fossa, Pantano, Bagni, Settebagni, Bagnoletto, Bagnolo, Marana, Maranella, Stagni o Stagno, Fontanelle, Padule, Palude, Piscina, Lago o Laghet- to, Fiumara, Acquaviva, Acquafresca, Acquedolci, Acqua Tra- versa, Rio, Rio Fresco, Rio Secco, Rio Corto, Fonte, Canale, Fossato, Riva, Isola, Rotta, Foce, Isola Persa, Morena, Campo, Catino, Mortizza. A questa si aggiunge una toponomastica «ammonitrice», per esempio dentro i soli confini della capitale: Infernetto, Punta di Malafede, Stagni di Ostia, via Affogalasino, Isola Sacra, via delle Idrovore. E da Nord a Sud è un tripudio di Pozzallo, Piovera, Solofrana, Pietratagliata, Trematerra, Acquapendente, Maluventu, Campomorto…ù

 

3. VIA DEL DILUVIO
Le alluvioni sono una tale costante, talmente messa nel conto che parte dell’odierna via Verdi di Firenze ai tempi dei Medici era via del Diluvio. Tra Piemonte e Veneto erano in voga e lo sono ancora oggi le Contrada Piovera, e per l’intera penisola e sulle isole l’idrografia del rischio distingue posizioni ed esposizioni di centri urbani con sopra e sotto, alta e bassa, isolato, riva destra e riva sinistra. C’è poi la storia incredibile di Alluvioni Cambiò, la cittadina dell’alessandrino un tempo antico borgo medievale di Sparvara sulla sponda sinistra del Po che, dopo una piena storica del fiume, si trovò di colpo collocata sulla destra perché il fiume cambiò corso e geografia dei luoghi, e il nome del paese è il perenne ricordo dell’evento.

Questa eredità linguistica avrebbe però dovuto imporre tanta cautela, vincoli permanenti e inviolabili, esodi, delocalizzazioni o almeno interventi di difesa strutturali. Per il semplice motivo che ricorda antichi acquitrini, isole fluviali, primordiali paludi, insomma, una morfologia da brivido.

Ma vanno aggiunti anche i muri di tante città e paesi che sono altrettanti musei all’aperto delle inondazioni. Basta alzare lo sguardo e fare un po’ di attenzione per leggere le differenze cromatiche che segnano linee di confine tra un’alluvione e l’altra. Oltre le colorazioni e le tracce, sporgono un mare di targhe storiche, lapidi in marmo o in ceramica, manine con i livelli raggiunti dai fiumi e gli anni, i mesi, i giorni in cui balzavano su edifici, chiese, palazzi, viuzze, piazzette, strade. E le targhe a volte si sovrappongono, esattamente come fa la memoria con i disastri più recenti cancellando quelli più antichi.

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