La Nazionale che gli italiani vedranno e le iraniane no

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In Iran tutte le partite sono a porte chiuse per metà della popolazione: le donne

Per prepararsi alle qualificazioni ai Mondiali di Russia 2018, la Nazionale di calcio iraniana è arrivata qualche giorno fa in Italia. Venerdì prossimo giocherà a Forlì un’amichevole contro la Spal, neopromossa in serie B; quattro giorni dopo, il 23 agosto, affronterà in un’altra amichevole la B Italia, formata dai calciatori under 21 che giocano nella serie cadetta.

È la prima volta che la Nazionale di Teheran incontra una nazionale italiana: la partita, programmata a Coverciano, purtroppo per i tifosi, si terrà a porte chiuse. In Iran tutte le parite di calcio – e di pallavolo, e di ogni altro sport che si pratichi in uno stadio – sono a porte chiuse per metà della popolazione: le donne.

È così dal 1979, l’anno della presa del potere degli ayatollah: sebbene in realtà non esista alcuna legge specifica, alle donne iraniane è di fatto vietato entrare negli stadi in cui ci siano degli uomini, per “motivi di sicurezza” – come è stato spiegato – e per non essere messe in pericolo dal “comportamento lascivo”dei tifosi maschi. Forse anche perché andare allo stadio è proibito, le tifose di calcio in Iran sono tante, entusiaste e determinate.

La loro eroina è Shakiba, una ventiduenne di Teheran che lo scorso 13 maggio si è travestita da uomo per eludere la sorveglianza e riuscire ad assistere ad una partita della squadra del cuore, il Persepolis.

L’impresa – cinque magliette e cinque paia di pantaloni, oltreché il viso ricoperto di diversi strati di colore – è stata filmata e postata con grande successo su YouTube. «Molti tifosi durante la partita – ha poi raccontato Shakiba in un video successivo – si sono accorti che c’era una donna allo stadio. Ma non c’è stato alcun problema, mi hanno protetto come se fossi una della loro famiglia». A dimostrazione che i tifosi maschi, ancorché lascivi, sono molto meglio dei loro censori.

Nel 2006 il regista iraniano Jafar Panahi aveva vinto l’Orso d’oro a Berlino con il film Off Side, che racconta la storia vera di sei ragazze che entrano allo stadio Azadi di Teheran – che, ironia della sorte, significa “Libertà” – travestite da uomini per vedere la partita tra la Nazionale iraniana e quella del Bahrein valida per le qualificazioni al campionato del mondo.

Anche a causa di questo film Panahi è stato condannato nel 2010 a sei anni di prigione e al divieto per vent’anni di scrivere o dirigere film, rilasciare interviste e lasciare il paese. Un anno dopo gli sono stati concessi gli arresti domiciliari, che sconta tuttora (ma che non gli hanno impedito di girare clandestinamente Taxi , un documentario su Teheran che ha vinto l’anno scorso un nuovo Orso d’oro ).

Non va meglio alle tifose di pallavolo, anzi: due anni fa alcune donne che avevano cercato di assistere ad una partita della World League (l’Iran giocava contro l’Italia, vincendo 3-0) erano state arrestate, rilasciate su cauzione soltanto dopo cinque mesi di isolamento, e infine condannate ad un anno di carcere.

Giusto sabato scorso, mentre la nazionale iraniana di volley giocava a Rio, la sicurezza brasiliana ha ordinato ad un’attivista di rimuovere un cartello su cui era scritto «Lasciate entrare le donne iraniane negli stadi». Sembra incredibile che un gesto così elementare – si fa fatica a parlare di “diritto umano” a proposito dell’accesso ad uno stadio – sia vietato alle donne in un paese dove, negli anni Settanta, a Teheran si contavano tante minigonne quante a Londra o a Parigi.

Non c’è una gerarchia nei divieti e nelle discriminazioni – sono tutti ugualmente odiosi, perché ingiustificati -, ma è proprio da un’apparente minuzia come questa (in fondo, le donne tifose sono un problema minore rispetto agli omosessuali impiccati in quanto tali) che si riesce a misurare l’abisso che separa l’Iran degli ayatollah dal mondo civile. Nel dare un affettuoso benvenuto ai calciatori iraniani, tutta la solidarietà e la simpatia è per le loro tifos e.

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