La narrazione renziana vinse, e adesso?

Comunicazione
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Convegno a Urbino. Parlano Diamanti, Pagnoncelli, Damilano, Giannini e Nicodemo

È iniziata ieri pomeriggio ad Urbino, nella splendida cornice del Monastero d S.Chiara, la prima summer edition dei seminari di LaPolis, il Laboratorio di Studi Politici e Sociali fondato da Ilvo Diamanti e altri studiosi nel 1997.

Questa prima edizione è la prosecuzione del Corso OPeRA  (OpinionePubblicaeRAppresentanza) di cui Diamanti è il direttore e Nando Pagnoncelli il direttore scientifico, frequentato da quaranta appassionati di comunicazione politica, sondaggi e marketing elettorali, quaranta “operai” come ci ha definito lo stesso Diamanti nell’intervento introduttivo.
Il titolo generale della tre giorni  è “La comunicazione nella politica che cambia” il tema invece del “dialogo” di apertura di ieri pomeriggio era  “comunicare il premier. Politica 2.0?”
Diamanti e Pagnoncelli hanno dialogato con Marco Damilano inviato de L’Espresso, Francesco Nicodemo già responsabile comunicazione del Pd con la segreteria di Matteo Renzi e attualmente nel team comunicativo di Palazzo Chigi. A metà dell’incontro ha preso parte al dibattito anche Massimo Giannini conduttore di Ballaro atteso in realtà per questa mattina per una sessione dal titolo “La politica come spettacolo: un genere in crisi”, ma la messa in onda di Ballarò di martedì prossimo incombe e quindi la presenza è stata anticipata a ieri pomeriggio per motivi tecnici.
Pagnoncelli ha velocemente ricordato come si è arrivati alle elezioni politiche del 2013, il contesto di alta volatilità elettorale registrato, il caso clamoroso del 39,1% di elettori che ha “tradito” il voto espresso in precedenza e come la crisi determinatasi, abbia portato poi Renzi alla guida del Pd. Per Pagnocelli Renzi ha incarnato per gli italiani in quel momento una certa visione messianica. Il trentanovenneche mette in campo processi di rottura ed innovazione per far ripartire l’Italia. Renzi ha spinto molto sulla disintermediazione  e sulla comunicazione politica, ma ora in questa fase difficile, come deve comunicare? Questo è l’interrogativo che affida a Francesco Nicodemo che ha iniziato delineando il quadro politico dell’inverno del 2012. Bersani ha vinto le primarie, il Pd è dato dai sondaggi al 36% (punto in più, punto in meno) e qualche dirigente di partito pensa che le elezioni non si vincono in campagna elettorale. Molti fanno l’errore di ritenere il mercato elettorale ormai bloccato. E quindi la vittoria si può dare per scontata. Cosa succede invece nei sessanta giorni successivi?
Qual era lo slogan di quella campagna? In sala in molti si guardano fra loro (e non è che siamo rappresentativi dell’elettore distratto, anzi…) ed in effetti, se dopo qualche attimo di silenzio non lo avesse detto lui stesso, lo slogan “Italia Giusta” probabilmente non sarebbe tornato in mente a pochi se non a nessuno.
Qualcuno a bassa voce, diceva invece “smacchiamo il giaguaro” ed in effetti Nicodemo di li a poco ricorderà proprio come nell’immaginario della gente ormai si ricorda proprio solo quello slogan, che è un concetto autolesionistico perché non parla ne di contenuti, non contiene proposte ed in più ridà centralità a Berlusconi, il quale come figura di guida politica è finito già due anni prima nel novembre 2011 con le dimissioni a seguito dell’impennata straordinaria dello spread.
Le elezioni della “non vittoria” o della “non sconfitta” le ha vinte in realtà in termini di comunicazione ed innovazione il Movimento 5 stelle. E qui Nicodemo ricorda come ormai Politica è comunicazione, come Politica è organizzazione, e come la cifra comunicativa di Matteo Renzi in termini di innovazione può essere riassunta da un lato dalla contemporaneità, dalla scoperta e dall’uso sapiente dell’ibridazione dei media, vecchi e nuovi, dall’altra dall’aver scosso lo stile comunicativo precedente cui non si era discostato neanche Berlusconi stesso, che era quasi sempre basato su format top-down e che il premier a partire dall’ormai famoso #matteorisponde ha stravolto completamente.
Dopo queste prime riflessioni interviene Marco Damilano che sulla scorta delle sollecitazioni di Diamanti su renzismo e berlusconismo traccia una prima fondamentale differenza.
Su Renzi non grava il conflitto di interessi e soprattutto il Presidente del Consiglio è un animale politico puro. E fra gli animali politici puri è il primo, anche più dello stesso Berlusconi stesso, che mette al centro la “comunicazione”.
La narrazione, lo storytelling. Una storia individuale che con Renzi ha intercettato un bisogno collettivo. Una narrazione nella quale c’è quasi sempre una medesima sceneggiatura. Un evento centrale (esempio, la Leopolda), un quadro di crisi e complicazioni difficili, (esempio le Politiche 2013), l’intervento risolutore di Renzi che lo porta alla guida del Pd.
Una narrazione, che secondo Damilano usa sempre concetti di “sfida”, di “complicazioni progressive” che terminano con un lieto fine. Questa strategia di Renzi si rifletterebbe anche nel rapporto con i media.
Se Berlusconi fino all’ormai storica partecipazione da Santoro nelle politiche del 2013 non voleva controcanti, rifiutava di andare in trasferta, in trasmissioni difficili,  Renzi per Damilano comunica volendo sempre dare l’impressione di essere nella “fossa dei leoni”. I giornalisti in quanto mediazione, al di la del loro orientamento politico,  sono da scavalcare. Ma Renzi per Damilano ha un quadro di sistema mediatico più favorevole di Berlusconi e ne sa approfittare.
Per l’inviato de L’Espresso,  per ora uno dei limiti più grandi di Renzi è l’assenza di definizione di “Renzismo”, quali contenuti ideali, politici e programmatici. A suo avviso, la mancata definizione è in parte voluta in quanto Renzi è un leader politico, un Presidente del Consiglio che che non pone, non cerca, e non ha potenziali confini politici.
Lui a differenza di Berlusconi che definiva anche se stesso in alternativa ad altri (i comunisti) non vuole porsi questi limiti.  Diamanti a questo punto interrompe Damilano dicendogli proprio che ormai da anni i suoi studi definiscono l’operazione di Berlusconi come la sostituzione del “muro di Berlino” con il “muro di Arcore”, una operazione frutto di studi ed analisi addirittura anteriori alla stessa discesa in campo del gennaio del ’94.
Damilano conclude poi ricordando l’uso raffinato che Renzi e il suo team fanno del format del “retroscena” giornalistico. Un “retroscena” virtuale, un “Renzi dice ai suoi che….”, un modo per dare uno “spin”, una lettura particolare, mandare messaggi politici ben definiti. E se per Renzi questo è un vantaggio, Damilano lo segnala come limite del giornalismo stesso.
Ciò che comunque rimane elemento di critica forte è l’assenza di definizione del “renzismo” che se per ora può essere un vantaggio, per il giornalista nel medio periodo potrebbe poi rivelarsi un vero e proprio elemento di debolezza.
Nicodemo ovviamente non poteva non rispondere subito alla questione dell’assenza di definizione di “renzismo” ma avverte che di fatto in termini di elaborazione culturale e politica, in diciotto mesi di governo, si sta per ora facendo semplicemente ciò che andava fatto nei venti anni precedenti, in cui la politica è stata incapace di far ripartire l’Italia anche a causa dello stop imposto da “Berlusconismo e anti Berlusconismo”.
Poi, Giannini.  Il conduttore di Ballarò parte subito all’attacco parlando di equivalenza fra Berlusconi e Renzi, non solo in certi stili di comunicazione, Renzi con la disintermediazione porta una rupture nella cultura di sinistra,  ma anche di contenuti e cita come esempi il tema delle tasse e quello giustizia.
E in sostanza spiega che la l’immagine di “funerale di tasi e imu”, la fine della tassa sulla prima casa,  da festeggiare il prossimo 16 dicembre è sicuramente efficace per certi versi, ma si inserisce in un binario diverso da quello della sinistra che ad esempio con Padoa Schioppa parlava di “tasse come una cosa bellissima”.
 In sostanza per Giannini lo scarto fra lo storytelling narrato dal premier e la realtà dei fatti sarebbe alla base del calo dei consensi del governo. E Giannini critica e ritiene ormai insopportabile uno storytelling che per sua natura -a suo dire – è costretto a narrare in ultima analisi delle “panzane”. La crisi dei talk show sarebbe quindi in realtà la crisi del discorso pubblico del quale la Politica sarebbe la prima responsabile. Ciò che per Giannini è poi intollerabile è il fatto che Renzi avrebbe messo sullo stesso piano berlusconismo ed antiberlusconismo.
La replica di Nicodemo è secca: basta parlare di una cosa che non esiste più, basta parlare di Berlusconi, e soprattutto basta usare temi giusti per porre sullo stesso piano Renzi con Berlusconi, “se la responsabilità civile dei magistrati è una cosa da fare da molti anni, non la dobbiamo fare perché la voleva anche Berlusconi? Una cosa giusta è giusta e quindi va fatta. Non posiamo fermare ciò che serve al Paese”.

 

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