La mutazione genetica dei grillini, che votano per l’imputato Matteoli

M5S
Il senatore Altero Matteoli nell'aula del Senato durante la seduta per la proposta della Giunta delle immunita' di concedere l'autorizzazione a procedere nell'ambito dell'inchiesta sul Mose, Roma, 2 aprile 2015. ANSA/CLAUDIO PERI

L’ex ministro di Forza Italia, rinviato a giudizio per corruzione, è stato rieletto presidente della commissione Lavori pubblici al Senato con i voti del M5S: “Abbiamo fatto un dispetto al Pd”

E all’improvviso la realpolitik e il pragmatismo spazzarono via l’ipocrisia della purezza senza compromessi e le grida “onestà, onestà” a favore di telecamera. Trentanni da deputato, nemico pubblico numero 1 delle associazioni ambientaliste ai tempi del dicastero dell’Ambiente (il Wwf lo insignì del “Premio Attila”), grande sostenitori degli inceneritori e della Tav Torino-Lione quando era ministro dei Trasporti e infine, ma soprattutto, sotto processo per corruzione in atti d’ufficio nell’ambito delle inchieste sul Mose. Con un curriculum così, uno come Altero Matteoli dovrebbe essere come il fumo negli occhi del Movimento 5 Stelle, che infatti appena un anno fa votò convintamente a favore dell’autorizzazione a procedere in giunta. Peccato però che mercoledì i senatori grillini abbiano deciso di schierarsi con Forza Italia votando proprio Matteoli per la presidenza della commissione Lavori pubblici di Palazzo Madama. Voti decisivi (Matteoli ha vionto 12 a 9 contro il candidato della maggioranza Favezzi) che ne hanno sancito così la rielezione.

Qualche imbarazzo fra i banchi di chi imbastisce campagne social per chiedere le dimissioni di chiunque appena sfiorato da una indagine? Niente affatto, anzi. «È stato un bravo presidente ed è stato garante della maggioranza e dell’opposizione. Ha fatto bene il suo lavoro – spiegava dopo il voto il senatore grillino Andrea Cioffi – Non c’è nessun motivo politico».

Parole che, ventiquattro ore dopo, lo stesso Cioffi smentiva all’Huffington Post. «Matteoli non è mica uno stinco di Santo, sta dentro le istituzioni da trent’anni, con le nostre regole sarebbe a casa da venti. Ha capi di imputazioni come quello del caso Mose. Però non ha mai fatto pressioni, ha fatto il suo lavoro ed è equilibrato. A volte le figure vanno al di là degli schieramenti – la spiegazione – L’obiettivo era fare uno sgambetto al Pd e ce l’abbiamo fatta. La loro era una spartizione di poltrone con gentucola che gli gira intorno. Invece, con Matteoli presidente, abbiamo affrontato la riscrittura del codice degli appalti in un clima collaborativo. Abbiamo chiesto audizioni e non c’è mai stato un blocco. Così come, seppur su posizioni discordanti, abbiamo lavorato sul caso della vendita delle azioni di Ferrovie dello Stato».

Peccato per quel dettaglio del processo a Venezia per cui il gup del capoluogo veneto lo ha rinviato a giudizio il 21 dicembre scorso assieme all’ex sindaco della città della Laguna Giorgio Orsoni. Secondo i magistrati, infatti, Matteoli avrebbe ricevuto due tangenti (per un totale superiore ai 500mila euro), dal presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati e dall’ingegnere Piergiorgio Baita per favorire l’assegnazione di appalti per la costruzione del Mose a ditte amiche. Un guaio che evidentemente, sul piatto della bilancia della tanto vituperata politica di palazzo a cui il Movimento 5 Stelle ha definitivamente scelto di prendere parte, ha meno valore della possibilità di fare uno sgambetto alla maggioranza e al Partito democratico.

Il problema, però, è che fuori da Palazzo Madama gli attivisti duri e puri potrebbero non capire e cominciare a fare fatica a distinguere i giochetti “buoni” dei 5 stelle da quelli “schifosi” della vecchia politica. E allora tocca fare retromarica e negare imbarazzati quello che soltanto poco prima lo stesso Movimento aveva rivendicato con orgoglio. «E chi ha detto che l’ho votato?», rispondeva infatti piccato appena un paio d’ore dopo la confessione-rivendicazione di Cioffi il collega pentastellato Andrea Scibona, che con Cioffi e Lello Ciampolillo compone il gruppo dei 5 stelle. Tre voti, esattamente come lo scarto con cui il senatore forzista si è visto rieletto. «Se Matteoli è passato non è certo grazie ai nostri voti – ha assicurato – il problema casomai è del Pd che non riesce a gestirsi i suoi. Noi sulla presidenza non avevamo nessuna indicazione: siamo in tre e il nostro voto – ha concluso – non è stato determinante». Non è stato determinante, un po’ come i voti dei clan a Quarto secondo la prima versione di Grillo nei giorni in cui difendeva ancora il sindaco Rosa Capuozzo che poi ha cacciato dal Movimento e spinto alle dimissioni. Una vicenda imbarazzante di cui non si è ancora spenta l’eco quando sul Movimento e sulle sue azioni rischia di abbattersi una nuova ondata di critiche da parte della base che già rumoreggia sui social.

«Illazioni infondate», taglia corto il diretto interessato Matteoli. «La mia rielezione è il frutto di un’autonoma scelta dei senatori», conclude. Ora Grillo e i suoi dovranno spiegare agli attivisti del Movimento per quale motivo un inquisito per corruzione si può anche votare per fare un dispetto al Pd. Sarà dura.

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