La morte di Tiziana Cantone, tra sessismo, gogna mediatica e capri espiatori

Donne
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Dietro al suicidio della ragazza si nascondono temi spinosi quali il sessimo dilagante, il rapporto problematico del nostro paese con il sesso, il meccanismo della creazione di un capro espiatorio

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Tiziana Cantone

La vicenda di Tiziana Cantone, la ragazza campana di 31 anni che si è tolta la vita in seguito alla diffusione in rete di alcuni suoi video hard divenuti virali, solleva molti temi problematici.

Stando alle ultime notizie, il gesto estremo della donna, che per sottrarsi alla gogna mediatica era ricorsa al giudice dal quale aveva ottenuto la rimozione di filmati e relativi commenti, è avvenuto anche a causa della condanna a pagare 20 mila euro come rimborso delle spese legali di 5 siti contro i quali aveva sporto denuncia; come a dire: oltre al danno la beffa.

Ma prima di tutto, a precipitare Tiziana in un inferno costringendola a cambiare identità e a scappare dal luogo in cui viveva era stato il linciaggio di cui continuava ed essere vittima in rete: commenti violenti, a sfondo sessista; cartina di tornasole non solo della mentalità fondamentalmente maschilista di una consistente fetta di utenti dei social network, ma anche della sedimentazione, nella nostra società, di un retaggio culturale arcaico e deteriore, di stampo patriarcale.

È difficile non scorgere, radicato in questi atteggiamenti, il rapporto problematico che il nostro paese ha con il sesso: spesso approcciato, se non come un tabù, in modo eccessivamente puritano, oppure con un velo di malafede, secondo la regola del “tutto è lecito purché resti confinato nel privato”.

Parte dell’opinione pubblica, chiudendo gli occhi di fronte alla realtà culturale in cui versiamo, ha demonizzato il mezzo di comunicazione: “la colpa è della rete”, è il mantra reiterato che spesso accompagna fatti di cronaca che coinvolgono, più o meno direttamente, il web; e, come sempre, queste letture non riescono a dar conto del fatto che la rete stessa sia il prodotto del libero arbitrio degli esseri umani, con buona pace di chi vede annidarsi il male nella tecnica (forse, inconsciamente, per deresponsabilizzare l’uomo e quindi se stesso).

Un meccanismo insito all’essere umano è inoltre quello della creazione sistematica di capri espiatori: e in questa vicenda ne emerge una variante che coinvolge, in questo caso sì in maniera centrale, la rete.

Da sempre processo attraverso il quale cementare una comunità in contrapposizione a un nemico, nonché escamotage di controllo sociale e politico, la creazione del capro espiatorio diventa, nella variante sessista e digitale dei nostri giorni, il montare di un’onda denigratoria che investe il web: un insieme di utenti che attaccano, da un pulpito virtuale, un unico essere umano, con insulti che riverberano nella sua vita reale, rendendogli insopportabile la sua stessa identità.

E anche quando Tiziana decide di farla finita, la produzione del capro espiatorio non cessa di esistere: questa volta a essere perseguitati saranno coloro che hanno denigrato la vittima, come dimostrano i post di alcuni personaggi dello spettacolo, che invitano più o meno apertamente a reagire contro i colpevoli di diffamazione. Riproponendo, in questo modo, il circolo vizioso nel quale sembra essersi impantanata l’opinione pubblica e la nostra coscienza privata: quello che ci fa credere di poterci accanire, con volontà punitiva, contro qualcuno in base alle nostre, più o meno condivise, inclinazioni culturali, idee, credenze; ma di fatto, in nome di una mal riposta rivendicazione della nostra libertà di espressione, non facciamo altro che legittimare una giustizia privata a furor di popolo.

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