La minoranza non si accontenta della lettura minimal. Ma lo scontro è in standby

Pd
ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

L’invito è alla cautela prima dei ballottaggi, ma le punzecchiature non mancano. Se le cose andranno male, la prossima Direzione si trasformerà in un’arena pre-congressuale

Lo scontro interno al Pd, per il momento, rimane sotto traccia. La priorità è rivolta infatti ai ballottaggi del 19 giugno, anche se le prime punzecchiature da una parte e dall’altra non mancano. Roberto Speranza, leader della minoranza, parla della necessità di una “riflessione vera” a giochi fatti e Gianni Cuperlo ravvisa “un distacco preoccupante tra una parte ampia degli elettori della sinistra e il principale partito che vorrebbe e dovrebbe rappresentarli”.

 

 

I punti di critica rivolti a Renzi sono sempre gli stessi: l'”arroganza” di cui parla Gotor, certo, ma soprattutto il doppio incarico di premier e segretario che penalizza il partito, l’attenzione rivolta tutta sul referendum di ottobre che non ha aiutato i candidati sindaci, un Pd che non parla più a quello che dovrebbe essere il suo elettorato di riferimento (“c’è una grande preoccupazione che riguarda le periferie”, sottolinea Speranza con particolare riferimento a Roma, dove “siamo di fronte alla crisi di un partito e di una stagione”, ha aggiunto Cuperlo). E quindi, l’alleanza spuria in alcuni comuni con Ala, la rottura del centrosinistra e – come diretto corollario – la reiterata richiesta di modificare l’Italicum per introdurre il premio di coalizione, che costituirebbe un incentivo “al dialogo, alla collaborazione, all’unità tra forze indistinte ma accomunate da una visione condivisa delle scelte strategiche per il governo” (ancora Cuperlo).

A essere bocciata, insomma, è la lettura ‘minimalista’ del premier, secondo il quale l’esito del voto sarebbe legato esclusivamente o quasi a dinamiche locali. Per la minoranza dem si tratta di un segnale politico del quale tenere conto: l’avanzata del Movimento Cinquestelle e la possibilità di un ricompattamento del centrodestra (sulla scia di Milano) spaventano molti, sia nella prospettiva di un referendum che da queste parti appare molto meno semplice di quanto non sia per il segretario (ed è questo uno dei motivi per cui anche nella sinistra dem ancora non è emersa una posizione chiara), sia in vista delle politiche del 2018 (se non prima).

Alcune delle cose dette da Renzi in conferenza stampa sono state apprezzate anche dai suoi oppositori interni. La ‘sconfessione’ delle intese con Ala – a partire da Napoli – è apparsa però tardiva per certi versi e inopportuna per altri, visto che ancora si devono giocare i ballottaggi anche in alcuni dei comuni in cui resiste l’alleanza con il partito di Verdini. D’altronde, invece, resta l’ambiguità della lettura dei dati di Sinistra italiana: Roma e Torino hanno dimostrato il flop delle velleità solipsistiche dei vertici di quella lista, prontamente sottolineato dal premier; dall’altra parte, invece, Speranza e compagni rivendicano il successo al primo turno di Cagliari e il vantaggio di Sala a Milano come esempi di un centrosinistra unitario che funziona.

Qualche sospetto viene avanzato infine sulle parole di Renzi a proposito di Napoli e di altri territori in cui il Pd non si è dimostrato all’altezza: in che cosa consiste quel “segnale” che il segretario avrebbe già “molto chiaro in testa”? Il commissariamento già preannunciato per il partito partenopeo si estenderebbe anche ad altre realtà? Nico Stumpo mette le mani avanti: “Il Pd non può andare avanti con i ‘prefetti’. Già non sono pochi i luoghi in cui il partito è affidato a commissari. Non vorrei che Renzi volesse far passare l’idea che è il Pd in sé che non va. Allora piuttosto indica subito a Napoli o altrove un congresso staccato da quello nazionale, per scegliere la migliore classe dirigente per la città, sganciata dalle filiere nazionali. D’altronde lì sia il segretario regionale che quello provinciale fanno parte della sua maggioranza”.

Tutto lascia pensare, insomma, che se per il momento il giudizio rimane sospeso, in caso di un risultato non soddisfacente ai ballottaggi (Roma e Milano su tutti, ritenendo più alla portata Bologna e Torino) la riunione della Direzione preannunciata da Renzi si trasformerà in un’arena pre-congressuale, nella quale per la prima volta la minoranza potrebbe veder supportare i propri attacchi al segretario da dati numerici negativi. E il rischio di un liberi tutti in vista del referendum si farebbe più forte. Al contrario, ovviamente, sarebbe invece Renzi ad avere buon gioco nel rintuzzare gli attacchi.

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