La May fa marcia indietro: non ci saranno le liste dei lavoratori stranieri

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epa05420880 Prime Minister in waiting Theresa May (C) is applauded as she delivers a statement outside parliament in London, Britain, 11 July 2016. May is expected to become Britain's second female Prime Minister on Wednesday, 13 July 2016. Others are not identified.  EPA/ANDY RAIN

Clima teso in una Gran Bretagna che si prepara alla Brexit: forti critiche nel mondo politico e la polemica non si chiude qui.

Il governo britannico fa marcia indietro sulla controversa proposta di imporre alle imprese di pubblicare liste con le quote di lavoratori stranieri. Intervistata da Itv, il ministro dell’Istruzione Justine Greening ha dichiarato che le compagnie non saranno costrette a pubblicare le liste, come aveva detto la sua collega dell’Interno Amber Rudd al congresso dei Conservatori.

La Greening ha detto che si tratterà di informazioni confidenziali e che il governo le utilizzerà per individuare quelle aree dove mancano lavoratori britannici qualificati. “Questi dati non verranno pubblicati”, ha affermato, escludendo il “name and shame” (nominare e svergognare) delle imprese che preferiscono lavoratori stranieri a quelli britannici ipotizzato dalla Rudd.

Anche il ministro della Difesa, Mike Fallon, intervistato dalla Bbc, ha “assolutamente escluso” che alle imprese venga chiesto di rendere noto quanti sono i loro dipendenti stranieri. Ci consulteremo con le imprese su “come fare per incoraggiarle ed incentivarle a rivolgersi prima al mercato del lavoro britannico”.

Le proposte della Rudd, nel clima della Gran Bretagna che si prepara alla Brexit, avevano sollevato forti critiche nel mondo politico ma la polemica non si chiude qui.

Restano le critiche a un atteggiamento da pugno di ferro sull’immigrazione condito con messaggi ai limiti dell’autarchia. E resta il dibattito, dentro e fuori il Partito Conservatore, sullo scivolamento verso una potenziale “hard Brexit”, un addio all’Ue esteso al mercato unico.

In parlamento due ex leader sconfitti alle elezioni del 2015, il laburista Ed Miliband e il libdem Nick Clegg, stanno cercando di dar vita a un’iniziativa bipartisan per provare a costringere il governo almeno a mettere ai voti il tipo d’uscita, se non a frenare l’avvio dell’iter di sganciamento già fissato dalla May entro marzo. “Il governo – coglie la palla al balzo il capo della litigiosa opposizione laburista, Jeremy Corbyn – “ha toccato il fondo soffiando sul fuoco della xenofobia”. Mentre Adam Marshall, della Camera di Commercio britannica, si chiede a nome di migliaia d’aziende se assumere stranieri nel regno non rischi di diventare “un marchio di vergogna” per i datori di lavoro.

Intanto la sterlina continua a rimanere debole, dopo il misterioso scivolone che venerdì scorso ha visto la valuta britannica piombare a nuovi minimi da 31 anni. A tarda mattina il British Pound si attesta poco sopra 1,24 dollari, quasi invariato rispetto alla chiusura precedente. Venerdì la sterlina era crollata in pochissimi minuti fin sotto 1,19 dollari, per poi ridurre parte dei ribassi. Il calo è stato attribuito a non meglio precisati meccanismi di contrattazioni automatici che avrebbero reagito, tramite algoritmi, al succedersi di notizie negative sulla possibilità di una procedura di Brexit aspra. La successiva risalita si è comunque fermata lontana dai valori che si registravano in precedenza, attorno a 1,27 dollari.

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