La Magna Grecia di De Mita e Di Maio

Strane coppie del No
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L’eterno dc che fatica a farsi comprendere dai giornalisti e l’eterno studente che fatica a comprendere le email

Ciriaco De Mita

«E di De Mita cosa pensa?», domanda Giovanni Minoli. La risposta di Gianni Agnelli è di quelle che si condensano subito in una definizione proverbiale, destinata ad appiccicarsi al bersaglio per tutta la vita: «Lo considero un tipico intellettuale del Mezzogiorno, di quella formazione filosofica, di quella tradizione di pensiero, tipica della Magna Grecia». Era il 1984. Da allora in poi, non c’è stato articolo di giornale che nominasse Ciriaco De Mita senza prestare omaggio all’insup erabile arguzia dell’avvocato Agnelli e alla sua sottilissima, brillantissima, spiritosissima definizione di «intellettuale della Magna Grecia».

Indro Montanelli, che lo detestava, ne ricavò anche una battuta che faceva ridere: «Dicono che De Mita sia un intellettuale della Magna Grecia. Io però non capisco cosa c’entri la Grecia». Tra tutti i grandi attori della Prima Repubblica, De Mita non è stato né il più potente né il più popolare, ma è stato certamente il più versatile: protagonista della battaglia per il ricambio generazionale nella Dc sin dai tempi di Fanfani, simbolo di un sistema clientelare e corrotto ai tempi del terremoto in Irpinia, campione del fronte del rinnovamento e della moralizzazione ai tempi dello scontro con Bettino Craxi. Modernizzatore e tradizionalista, riformista e conservatore, rottamatore e rottamato: De Mita, come la Dc, è stato tutto.

«L’onorevole De Mita – disse di lui una volta Aldo Moro –sembra avere l’idea fissa di emarginare l’onore – vole Fanfani e me. Per quanto mi riguarda potrei anche ringraziarlo, a nome della mia famiglia. Ma le persone valgono non per quello che hanno ma per quello che sono». Una quarantina di anni più tardi, alla notizia della sua esclusione dalle liste elettorali del Pd, sarebbe stato De Mita, invece, ad abbandonare il partito in protesta contro dirigenti con l’idea fissa di emarginarlo, dichiarandosi «vittima di criteri di selezione della classe dirigente fondati sull’età e non sull’intelligenza politica». Per un certo periodo ha goduto anche di buona stampa. «When De Mita presides, everybody sits up», scriveva l’Economist nel momento del suo splendore.

Eugenio Scalfari puntò tutto su di lui. L’Europeo e Panorama dedicarono la copertina alla strana alleanza tra il giornale della sinistra laica e il leader democristiano. Il fondatore di Repubblica ebbe persino l’onore di un invito a pranzo, a Nusco, accompagnato dall’ancora sconosciuto Clemente Mastella («un giovane deputato di Benevento che quando De Mita parla lo fissa con lo sguardo d’un innamorato»). Altri potranno vantare forse vittorie più importanti o successi più duraturi, nessuno potrà esibire una rassegna stampa paragonabile a quella del giovane democristiano che già nel 1956, al congresso di Trento, si faceva notare per avere polemizzato con Amintore Fanfani. La sua prima manovra di palazzo, datata 1969, fa fuori Flaminio Piccoli dalla segreteria della Dc, in asse con Arnaldo Forlani. La più importante, negli anni 80, porta alla caduta del governo Craxi. Arrivato a Palazzo Chigi nel 1988, De Mita perde prima la guida del partito e poi quella del governo, nel giro di un anno appena.

La manovra di corrente con Forlani, di sponda con Craxi, questa volta l’aveva fatta Giulio Andre o tti. Sarebbe forse ingiusto dire che si consideri un genio, di certo si sente incompreso. Il suo passeggiare per il Transatlantico, scriveva Stefano Di Michele, non era «semplice transumanza, ma quasi trionfale ingresso di galeone in un porto». E così proseguiva: «Il braccio ficcato con decisione dentro l’in – cavo di quello dell’interlo cutore, concettuosi arabeschi nell’aria, avanti e indietro, la bella convinzione di un suggestivo ragionamento e la triste consapevolezza della scarsità intellettuale dell’al – tro. Dai giornalisti, mica a torto, poco si aspettava: “Dimiche’, io provo a formulare un ragionamento politico, non so se tu sei in grado di comprenderlo…”». A Giampaolo Pansa, che gli chiedeva un’intervi – sta, rispondeva così: «Pansa, tu non mi capisci. Ma se non mi capisci, come puoi pretendere di farmi della domande?».

E forse questa è la principale differenza tra Prima e Seconda Repubblica: che lì erano i giornalisti a non capire le risposte dei politici, ora sono i politici a non capire le domande. Di sicuro, nemmeno al più fantasioso dei retroscenisti di oggi verrebbe mai in mente di descrivere Luigi Di Maio nell’atto di disegnare «concettuosi arabeschi nell’aria».

E dire che lo avevano definito il De Mita dei Cinquestelle. Sarebbe interessante vederli insieme in qualche tribuna referendaria, i poli opposti del fronte del No: De Mita e Di Maio, Alessandro Di Battista e Clemente Mastella, Paola Taverna e Paolo Cirino Pomicino. A dimostrazione che il nuovo può anche cambiare volto, ma in Italia il volto della tradizione sarà sempre quello di un democristiano, anche nel 2096. Non per niente, dopo che la crisi dello spread e l’avanzata dei cinquestelle hanno sepolto pure la Seconda Repubblica, come la crisi del ’92 e la Lega di Bossi avevano rovesciato la prima, De Mita è tornato là dove tutto è cominciato: Il 26 maggio 2014 si è fatto incoronare primo cittadino di Nusco.

A poca distanza da lì – dal giugno di quest’anno – il nuovo sindaco di Benevento si chiama Clemente Mastella. Le insegne dello scudocrociato tornano a sventolare al Sud, mentre a Roma, tra rottamati, pensionati e dispersi, una nuova grande slavina sembra avere sommerso anche i loro seppellitori di vent’anni fa. E così, come i principi delle Asturie, gli ultimi cavalieri della Democrazia cristiana sono tornati sulle loro montagne, da dove presto o tardi, ci si può scommettere, scenderanno a passo di carica, per lanciare la loro riconquista della Repubblica.

Luigi Di Maio 

L’ avventuroso e singolarissimo racconto di come il ventiseienne studente di Pomigliano d’Arco Luigi Di Maio divenne il più giovane vicepresidente della Camera nella storia repubblicana, a prima vista, potrebbe assomigliare a un classico romanzo di formazione. Sebbene, va detto subito, la formazione non sia il pezzo forte della storia. Certo, anche oggi, è difficile immaginarlo nella posa di un Aleksandr Herzen, fondatore del populismo russo, mentre affida le sue memorie a un’opera in più volumi dal titolo Il passato e i pensieri. Anche perché, almeno fin qui, il giovane Di Maio non sembra avere avuto tempo di accumulare in gran quantità né l’uno né gli altri.

In compenso, ha già avuto modo di sperimentare sulla sua pelle la mutevolezza della fortuna e del giudizio dei contemporanei. Nel giro di un anno appena, le stesse caratteristiche per cui era stato magnificato su giornali, blog e tv sono diventate altrettanti capi d’accusa: il talento politico è diventato doroteismo, lo stile istituzionale è diventato grigiore, l’abbigliamento sempre impeccabile un’aria da agente immobiliare.

E se i commenti di Grillo che prima uscivano sui giornali erano addirittura lusinghieri («Io imparo sempre da Di Maio, anche quando sta zitto»), ora sembrano rimpiangere semmai che non stia zitto un po’ più spesso («Mi rompe il cazzo, mi chiama tutti i minuti, non ne posso più»). Sia come sia, ogni romanzo di formazione che si rispetti deve cominciare con la descrizione dei natali e dei primi difficili passi compiuti nel mondo dal suo protagonista, affinché coloro che ereditarono nobili casati, come scriveva l’anonimo autore del Lazarillo de Tormes, considerino «quanto poco merito ne abbiano, giacché la Fortuna fu con loro parziale, e quanto più fecero coloro che, trovandosela avversa, remando con forza e destrezza, giunsero a buon porto».

È dunque doveroso ricordare che il futuro volto istituzionale dei Cinquestelle, tante volte accostato a Ciriaco De Mita, per un caso della vita è nato proprio ad Avellino, figlio di un dirigente del Msi, che certo qualche influenza deve averla avuta su quello che sarebbe diventato il campione del «populismo in doppiopetto», e di un’insegnante di italiano e latino, la cui influenza appare in compenso meno evidente. Quanto però alla sua capacità di raggiungere un porto coi fiocchi, oggi non può essere messa in discussione da nessuna persona in buona fede.

Specialmente se si considera l’avventuroso percorso del giovane studente (d’ingegneria prima e di giurisprudenza poi), ancor meno fortunato come candidato al consiglio comunale di Pomigliano (59 voti), capace meno di tre anni dopo di issarsi sullo scranno più alto di Montecitorio, forte di un mandato popolare di 189 preferenze (sul blog di Grillo, per giunta). Certo è che la sua carriera nel Movimento 5 Stelle è stata fulminante come la sua elezione. Forse anche perché il suo principale rivale era Alessandro Di Battista. O forse perché Di Maio è stato il primo a capire, dentro il movimento, un’antica legge della politica italiana: se vuoi fare carriera in un partito di sinistra, devi guardare a destra, e viceversa. Dunque, se vuoi fare carriera in un partito populista e antipolitico, nell’Italia di oggi, non ti resta altro da fare che diventare democristiano.

Sulla stampa, non a caso, lo hanno accostato a tutti i vecchi leoni della Dc, ora per stigmatizzarne il doroteismo postmoderno, ora per esaltarne l’abilità politica. «Forlani digitale» per Pietrangelo Buttafuoco, «reincarnazione di Andreotti» per Fulvio Abbate, «moderno allievo di Ciriaco De Mita» per Mattia Feltri. Qui però non si può non segnalare almeno una significativa discontinuità. E cioè che il suo primo posto alla Camera dei deputati, come abbiamo appena ricordato, Luigi Di Maio se l’è guadagnato con 189 preferenze. Luigi Ciriaco De Mita, nel 1963, con trentanovemilaquattro centotrentuno.

In tv, come tutti i grillini, Di Maio ha goduto di un vero e proprio trattamento di favore. Ne ha reso testimonianza Salvatore Merlo, riportando una surreale conversazione tra l’as – sistente di studio del programma di Luca Telese (ma sarebbe stato lo stesso in qualsiasi altro talk show) e gli attoniti giornalisti. «“Mo’ voi entrate in studio, fate due battute co’ Luca, poi però entra Di Maio e voi dovete uscire di corsa…”. Pausa d’imbarazzo. Come uscire, scusi, in che senso? “Dovete lascia’ lo studio”. Ce ne andiamo a casa. “No, no, dovete fa’ finta de non esserci proprio finché ce sta Di Maio”. Noi non ci siamo. “E niente domande”. Zitti e mosca.

“Però quanno se collega Salvini da Milano allora potete rientra’ in studio”. E Salvini invece se le fa fare le domande? “Sì, Salvini sì. Poi però dovete usci’ quanno entra Chiara Appendino che se collega da casa sua a Torino”». Anche per questo, quando alle prime difficoltà Di Maio ha ricominciato a dare la colpa all’assalto mediatico, obiettivamente, non è stato molto convincente. I veri guai, per lui, sono cominciati con il caso Quarto, con la sindaca dei Cinquestelle prima difesa e poi espulsa, con il movimento impigliato in una brutta storia di voti e ricatti mafiosi, e Di Maio, responsabile degli enti locali, sotto accusa per avere gestito la vicenda in modo poco chiaro. Nulla comunque in confronto alla replica in grande stile andata in scena qualche tempo dopo, con il caso dell’assessore Muraro a Roma.

Accusato di essere a conoscenza dell’indagine che la riguardava, Di Maio dapprima ha negato, e poi, quando è emersa una email che lo informava di tutto, ha spiegato di averla letta senza capirla. Linea difensiva che certo non autorizza grandi rimpianti per quella mancata laurea in giurisprudenza. Quindi ha tentato di spostare l’attenzione sul referendum, accusando Renzi di averlo trasformato in un voto su un «personaggio (Renzi medesimo, ndr) che ha occupato con arroganza la cosa pubblica, come ai tempi di Pinochet in Venezuela». Inutile domandarsi se ce l’avesse col Venezuela di Chávez o col Cile di Pinochet. Ormai, come scrivono tutti i grandi giornali, viviamo nell’era della politica post-fattuale. Se oggi Di Maio appare un po’ appannato, dunque, si può star certi che si rialzerà presto, perché ha tutte le caratteristiche di questo tempo, così terribilmente post-fattuale, post-ideologico, posticcio.

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