La riforma va in aula. Il pallottoliere del governo dice che i numeri ci sono

Riforme
Il ministro delle riforme e rapporti col parlamento Maria Elena Boschi con Luca Lotti alla Camera durante la discussione di voto sulla legge elettorale Italicum, Roma, 4 maggio 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

Ecco i calcoli di palazzo Chigi sui senatori favorevoli alla riforma. Si assottiglia la fronda dei dissidenti nella maggioranza

La conferenza dei capigruppo è rimasta riunita a lungo per decidere se la riforma costituzionale potesse andare direttamente in aula, come richiesto dai gruppi che sostengono il governo, dem in testa. Alla fine, la decisione è stata assunta a maggioranza, tra le proteste delle opposizioni: il ddl Boschi da domani arriverà direttamente nell’assemblea di palazzo Madama senza un relatore.

Le opposizioni, a cominciare dalla Lega, hanno provato a frenare l’accelerazione imposta soprattutto dal Pd, comunicando la loro disponibilità a non fare ostruzionismo, ritirando cioè le centinaia di migliaia di emendamenti presentati e mantenendo solo quelli di merito. Una mossa rivolta a sostenere la richiesta di istituire un comitato ristretto, nel quale riaprire un confronto bipartisan sul testo. Ma non c’è stato niente da fare.

Il governo lavora intanto per allargare il più possibile il consenso attorno al testo della riforma e ai due punti fermi che Matteo Renzi vuole mantenere: approvare il più rapidamente possibile il testo e, connesso a questo, mantenere il principio della ‘doppia conforme’, cioè la non riapertura dell’esame degli articoli già approvati nella medesima versione da Camera e Senato (come l’articolo 2, oggetto del contendere dell’attuale riforma).

Mentre da una parte incassa il sì della conferenza dei capigruppo, il governo continua a lavorare per allargare il più possibile il consenso in aula sul ddl Boschi. Il pallottoliere di palazzo Chigi è sempre in mano a Luca Lotti, che lo aggiorna costantemente sulla base dei segnali che provengono dall’interno del Pd e della maggioranza, ma anche dalle opposizioni ‘dialoganti’. L’inner circle renziano, sulla base delle assenze previste a palazzo Madama al momento del voto, fissa a quota 150 l’asticella da superare per portare a casa la riforma: “Tranquilli, i numeri ci sono”.

Ecco il dettaglio. Il Partito democratico può contare su 113 senatori, che diventano 112 se si considera che il presidente Pietro Grasso per prassi non vota. Di questi, potrebbero non votare Sì poco più di venti, rispetto alla trentina di dissidenti inizialmente conteggiati. La stima al ribasso conta 90 favorevoli, in attesa della direzione del partito convocata per lunedì prossimo. Anche la pattuglia fuori-linea dentro Ncd si è molto assottigliata: se si fa eccezione per Augello, Azzollini, Colucci, Formigoni e Giovanardi, gli altri 30 componenti del gruppo di Alleanza popolare hanno assicurato il loro voto con la maggioranza.

A questi si aggiungono circa 15 Sì che dovrebbero arrivare dal gruppo delle Autonomie e altrettanti dalle minoranze, a cominciare dai verdiniani di Ala. Un’altra decina sono conteggiati in arrivo dal gruppo misto e da alcune componenti minori dell’assemblea. In totale, insomma, tra 155 e 165 voti sono considerati certi.

Il dato di non avere una maggioranza assoluta dell’aula in questa fase non preoccupa più di tanto il presidente del Consiglio. Ad avere valore politico, nell’idea di Renzi, sarà l’ultimo passaggio in aula della riforma, dopo che anche la Camera avrà approvato il testo che uscirà nelle prossime settimane da palazzo Madama.

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