La lotta all’Isis a colpi di tweet

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Crocifissioni per strada, nessun diritto, bambini in armi, donne costrette al velo nero integrale. Il gruppo “Raqqa Is Being Slaughtered Silently” svela via web l’inferno della città siriana

«Siamo intrappolati tra due forze v iolente e brutali. La prima è un regime criminale, ossessionato dal potere, che sostiene di combattere il terrorismo, uccidendo bambini. La seconda diffonde crudeltà e ingiustizia, dipingendo di nero il nostro paese. Entrambe ci considerano criminali perché riveliamo al mondo ciò che fanno». Queste le parole di Abdelaziz Alhamza, membro dal giorno della sua creazione nell’aprile 2014 del gruppo “Raqqa Is Being Slaughtered Silently” (Raqqa è massacrata in silenzio) che ha la missione di raccontare al mondo la vita in quella che è stata proclamata capitale dello Stato islamico. Il gruppo ha creato una pagina Facebook, un account Twitter e un blog per far uscire da Raqqa, dove i giornalisti non hanno accesso, le immagini degli abusi commessi dai nuovi padroni della città. Un lavoro pericoloso, perché fare informazione a Raqqa significa rischiare ogni giorno la propria vita, per documentare i crimini del gruppo jihadista. Due membri del gruppo sono stati giustiziati, il primo nell’aprile 2014, il secondo in Turchia nell’ottobre 2015; la rappresaglia feroce dell’Isis si è scagliata anche contro il padre e il fratello di un attivista, mentre sulla testa di tutti i membri del gruppo pende una taglia 50.000 dollari. Il gruppo è sostenuto da altri attivisti, di cui non si conosce il numero, che si trovano ormai tutti fuori dalla Siria. Il loro obiettivo è uno solo: che il mondo sappia come si vive a Raqqa, e come si muore.

Un “paradiso” infernale
La propaganda dell’Isis racconta lo Stato Islamico come una specie di paradiso terrestre, ma a cosa assomiglia la quotidianità nella capitale questo sedicente “paradiso”? All’inferno. Il gruppo di giovani siriani, attraverso la pubblicazione di foto, video e testimonianze, racconta al mondo cosa significa vivere sotto l’occupazione dell’Isis. I beni alimentari sono diventati più cari, il prezzo del pane per esempio è triplicato così come quello delle medicine. Per quanto riguarda gli ospedali, quelli privati sono riservati ai soldati dell’Isis e in situazioni di crisi anche quelli pubblici vengono riservati solo ai jihadisti. Lo stato islamico impone le proprie regole, senza dibattito né giustificazioni. Non solo l’alcool, ma anche le sigarette sono proibite, e trasgredire la regola può costare fino a 30 colpi di frusta. L’Is annuncia i suoi “editti” nella moschea oppure attraverso dei miliziani che circolano nelle strade con dei megafoni. Gli uomini non possono più portare pantaloni ma una tunica afghana mentre le donne indossano il niqab, il velo nero che copre l’intero corpo della donna, compreso il volto; per uscire devono essere in gruppo di tre persone e accompagnate da un uomo perché «questa è la volontà del califfo». Anche trovarsi in strada durante la preghiera può voler dire incorrere in una sanzione che può essere la prigione o i colpi di frusta.

A volte, la sanzione è più pesante. Irreversibile. Lapidazioni, decapitazioni, crocifissioni. In pubblico. E basta un sospetto: per le donne di adulterio, per gli uomini di omosessualità, per tutti di complotti contro l’Is, o di simpatie per i cristiani. Gli editti proclamati dall’Is non sono “leggi”, almeno non nel senso in cui noi le intendiamo. Sono regole minuziose che impongono uno stile di vita, e perciò richiedono un controllo capillare che non lasci alcuno spazio di libertà privata, nemmeno nei momenti più intimi. Per realizzarlo è stata creata una polizia e un tribunale religioso, ma i diritti alla difesa e la procedura sono stati completamente aboliti, e perciò avvocati e giudici sono finiti a fare i tassisti o i venditori di frutta.

Anche i bambini non sfuggono alla propaganda dell’Is. I jihadisti tentano di convincerli a combattere e nel momento in cui accettano, niente e nessuno, a cominciare dai genitori, può impedirglielo. Lasciano la loro casa, per un mese vengono sottoposti ad un duro addestramento e poi mandati a combattere. Del resto non hanno più la possibilità di proseguire i loro studi, perché le scuole della città, così come le università, sono chiuse. A Raqqa anche i bambini devono assistere alle esecuzioni: la morte fa ormai parte della loro routine, possono anche arrivare ad accusare i propri genitori di essere degli apostati. Anche per chi deve lavorare la situazione è spaventosa. Le opportunità di lavoro vengono offerte solo a chi promette fedeltà al gruppo davanti a un emiro e segue un addestramento militare e una formazione religiosa per due settimane, altrimenti niente. Senza lavoro, in una città ostaggio di jihadisti estremisti, dove le esecuzioni sono diventate una routine, questi ragazzi di poco più di vent’anni hanno deciso di resistere «perché la loro vita non ha più valore di quella dei loro amici uccisi» e per proteggersi hanno seguito una formazione sulla crittografia dei dati, su come compiere indagini segrete e quali comportamenti adottare per non farsi notare. Hanno obbligato Daesh a una guerra elettronica a colpi di pagine di Facebook, e per questo, a Raqqa, soltanto nominarli è diventato un crimine punibile con la morte.

Documenti dal massacro
Il 25 novembre 2015 a New York, i ragazzi di “Raqqa is Being Slaughtered Silently” (RBSS), hanno ricevuto il premio International Press Freedom per il lavoro svolto in questi anni. Per essere riusciti a raccontare la storia di uno dei luoghi più censurati al mondo, per avere documentato il massacro che stava avvenendo nella loro città, per aver testimoniato come una città normale, dove le donne erano medici, avvocati, insegnanti e non indossavano neanche il velo, sia diventata una prigione in cui vengono calpestati ogni giorno i diritti umani di uomini, donne e bambini.

Dal 2013 a oggi sono stati assassinati più giornalisti in Siria che in qualsiasi altra parte del mondo, un rischio diventato insostenibile per le grandi agenzie giornalistiche che hanno ritirato i loro reporter dal paese, lasciando un grande vuoto informativo in queste zone. In questo contesto di isolamento internazionale, la rete è stata una grande occasione di partecipazione e condivisione e anche se le rivoluzioni non si fanno a colpi di tweet è innegabile il ruolo sempre più significativo di internet nei processi democratici. È questa la sfida, la tensione, culturale e democratica. Una sfida raccolta dal premio Ischia Internazionale 2016, che quest’anno andrà proprio a loro. Perché pur essendo solo “citizen journalist”, sono in questo momento i giornalisti più importanti del mondo. Le loro testimonianze sulle violenze commesse contro la popolazione civile dal regime di Assad, la loro contropropaganda contro l’Isis vengono considerate un punto di riferimento per tutti. Informare anche a costo di rischiare la propria vita è la vera missione del giornalismo. E dunque mai come in questo caso, un premio è stato più meritato.

L’account Twitter del gruppo è @Raqqa_SL

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