La leggenda dell’acqua privatizzata

Ambiente
acqua pubblica

Come e perché il bene comune universale è stato universalmente rimosso, il pubblico è diventato privato, e siamo tra i più ricchi di acqua ma tra i più poveri di infrastrutture in Europa

Era l’11 giugno del 2011, 26 milioni di italiani votarono sì al referendun con il quale si stabiliva che l’acqua deve essere pubblica. Oggi si cerca di cancellare quel risultato approvando norme che sostanzialmente consegnano ai privati la gestione dei servizi idrici», scriveva ieri su la Repubblica Stefano Rodotà, interrogandosi intorno al senso della democrazia, se essa è “plebiscitaria”, “autoritaria”, “dispotica” o “di appropriazione” anziché “della fiducia”. Ma davvero di questo si tratta? Possibile che un articolo di legge bocciato diventi quel famoso battito di ali di farfalla a Occidente che produce uragani ad Oriente? Intorno a l tema dell’acqua filosofeggiano da secoli. Dai tempi di Talete (l’acqua Arché, principio ordinatore del mondo) ed Eraclito (simbolo del perenne fluire delle cose e principio e fine), l’acqua è circondata da miti, riti e leggende. Ma noi abbiamo l’obbligo oggi di porci almeno un paio di domande molto più terra terra. La prima. Per quale motivo l’acqua bene comune universale è stata così universalmente rimossa nella sua concretezza di reti, impianti e depuratori da tanti nostri amministratori pubblici e nostri parlamentari negli ultimi quarant’anni della storia repubblicana e soprattutto al Sud? La seconda. Perché il Paese che ha inventato tremila anni fa acquedotti e fognature, tremila anni dopo si trova in coda all’Europa nella gestione e nel trattamento delle acque reflue urbane con problemi di acqua al rubinetto specie al Sud? L’acqua, insomma, può essere una questione separata da tubi e impianti funzionali? Il Referendum, che ha visto Rodotà tra i grandi ispiratori e sostenitori, è stato una case history italiana dell’ultimo decennio. Va rispettato, ma possiamo dire che partiva da un equivoco colossale e dalla grande rimozione collettiva di una cruda verità? Che l’acqua pubblica era già pubblica e pubblica resterà per legge? E che quello idrico nel nostro Paese è un sistema completamente in mano pubblica, cioè nelle mani dei sindaci e dei consigli comunali e del presidente della Puglia per l’unico acquedotto di proprietà di una Regione? Sono loro, gli eletti dal popolo diventati immaginari “privati”, che decidono tariffe, board e strategie di multiutility come Acea o A2A o Hera e Iren e Aqp che sono imprese pubbliche di eccellenza europea. E sempre loro decidono cosa fare degli utili che in gran parte tornano ai cittadini sotto forma di risorse nei bilanci comunali. I sindaci, dunque, sono legittimi proprietari e azionisti soci delle nostre aziende idriche, e a lungo hanno avuto il doppio ruolo di controllori-controllati, e in parte continuano ad averlo. È poi sempre pubblica e indipendente la regolazione, oggi definita dall’Autorità idrica nazionale guidata da Guido Bortoni. E infine, è solo con le bollette, come in tutto il mondo avanzato, fin dalla legge Galli del 1994 (ma non ancora applicata nelle Regioni con servizi allo sfascio come Sicilia, Calabria o Campania) che si fanno quadrare i conti. E per i costi della tariffa noi restiamo pur sempre al fondo classifica tra i paesi europei: 160 euro l’anno per una famiglia italiana media che consuma 110 metri cubi di acqua, tre volte più basse sulla media Ue, un terzo di quelle francesi, un quarto di quelle tedesche, un quinto dei Paesi del Nord e più basse della Grecia. Detto questo, ai comitati e a quanti andarono in battaglia con l’anima e il cuore va la mia sincera ammirazione e solidarietà. Molto meno per quanti, già un minuto dopo il voto, li hanno allontanati come virus e lasciati soli: politici e partiti, sindacalisti e sindacati, amministratori locali, parlamentari, grandi associazioni, editorialisti e tante personalità che li avevano illusi, cavalcando il tema per convenienze legittime ma di altra natura.

Remunerazione o rapina?

Ora che la “remunerazione del capitale investito” è stata eliminata dalla tariffa decisa dall’Autority (dopo un lungo dibattito pubblico) che copre giustamente gli oneri finanziari, possiamo affermare che solo in Italia è passata nella vulgata referendaria come “rapina” quando invece era banalmente la voce in bolletta che consente alle aziende pubbliche di tutto il mondo di poter andare in banca e accedere a prestiti strutturati, pagando gli interessi e formando gli utili senza i quali un’azienda porta i libri in tribunale e manda i lavoratori a spasso. Oggi però, siamo alla fine degli alibi e bisognerebbe tutti tracciare un rigo. Non ha più senso la demagogia del bene comune che non fa i conti con la realtà concreta di una Italia che da questo 2016 inizia a pagare le prime quote delle sanzioni europee per circa 480 milioni l’anno perché “maglia nera” della Ue con licenza di inquinare in 2500 Comuni fuorilegge per scarichi di reflui non collegati a depuratori o fognature e che ammorbano fiumi, torrenti, laghi o mare. Abbiamo una rete che ha in media 40 anni di vita e perde il 37% di risorsa (500 milioni l’anno di costi energetici sprecati per spingerla in rete) ma l’efficienza è sempre direttamente proporzionale al livello dello stato delle infrastrutture, delle manutenzioni e degli investimenti nei territori. E c’è bisogno di uno scatto, di mettere in cantiere nuove opere strategiche e inter-generazionali per uno dei Paesi più ricchi di acqua del Pianeta e più povero di impianti e tubi. Alessandro Marangoni ha valutato da rottamare o ristrutturare qualcosa come 170.000 km di tubazioni (125.000 per acquedotti) e da posare 51.000 km di nuove reti: 30.000 per l’acqua e 21.000 per le fognature. Lasciamoci dunque alle spalle l’approccio simbolico o metaforico o filosofico, perché non ha più molto senso continuare a confondere acqua con tubi, risorsa con gestioni, pubblico con privato, tariffa e investimenti col bieco profitto, gestioni messe a gara ad evidenza europea con privatizzazioni senza scrupoli, e vedere nemici là dove non ci sono. Le risorse che occorrono per colmare gravi deficit infrastrutturali sono enormi. Attualmente si investono nel servizio idrico 34 euro ad abitante/anno, per complessivi 1,6 miliardi di cui solo 0,3 da fondi pubblici. Abbiamo punte minime nel Sud di 18 euro e una media di 10 euro l’anno pro capite nelle gestioni comunali in house, quasi tutte decotte come hanno dimostrato i 20 giorni senz’acqua di Messina per la rottura di un tubo della vecchia rete colabrodo, unico caso nel mondo avanzato. Il fabbisogno nazionale sarebbe di 5 miliardi all’anno, 70 euro per abitante/anno (in Danimarca se ne investono 129, nel Regno Unito 102, in Francia e Germania 88). Solo in un Paese che a volte ama parlar di altro, e con questo sistema tutto pubblico e pieno di buchi, all’inizio del 2010 divenne una leggenda la privatizzazione dell’acqua, complice la pasticciata norma del governo Berlusconi. Venne il giorno in cui la nostra posta elettronica e i nostri telefonini furono raggiunti da email e sms allarmanti: «L’acqua è un bene comune e un diritto umano universale. Appartiene a tutti. Nessuno può appropriarsene per farci profitti. Deve essere gratuita. L’hanno consegnata ai privati e alle grandi multinazionali. Ma noi tutti possiamo impedirlo. Mettendo oggi la nostra firma sulla richiesta di referendum e votando “Sì” quando saremo chiamati a decidere. È una battaglia di civiltà. Nessuno si senta escluso. Si scrive acqua, si legge democrazia». Il messaggio, come tanti lanciato dal comitato dal sito www.acquabenecomune.org faceva leva sull’immaginario e sui meccanismi psicologici più profondi. Poi se ne aggiunsero altri, ancora più vivaci e in grado di produrre nuove reazioni emotive: «Venderesti tua madre? No. Nemmeno l’acqua si vende, perché l’acqua è madre e non può essere merce per profitti»; «Vogliamo l’acqua pubblica senza se e senza Spa»; «Chi controlla l’acqua controlla la vita»; «L’acqua non si paga», «No ai pirati rapaci privatizzatori dell’acqua», «L’acqua è nelle grinfie di cinici privati che decidono le tariffe, delle multinazionali o degli oligopoli che pensano solo ai profitti». Tante bacheche elettroniche mettevano in guardia contro «…gli ultimi dieci anni di privatizzazioni del capitalismo selvaggio, delle matrioske finanziarie, con il ciclo idrico gestito dagli affari delle aziende con fusioni, accorpamenti, acquisizioni e dalla gestione sempre di più nelle mani della Borsa, di banche e fondazioni, fondi e manager che sfugge al controllo di comuni e cittadini e dà loro mano libera sulle tariffe».

Buoni contro cattivi

I messaggi dilagarono, e si moltiplicavano siti, link e banner di una miriade di associazioni sullo stile delle avanguardie digitalizzate del Move On americano. Nella latitanza degli interlocutori istituzionali, iniziò la silenziosa mobilitazione dei buoni contro i cattivi. Schieramento netto, senza terre di mezzo. L’attivismo dei comitati idrici incrociava i partiti all’opposizione del governo Berlusconi e le mobilitazioni degli studenti, le proteste dei No-Berlusconi day, i Meet Up di Grillo, le iniziative dei gruppi antimafia e dei comitati contro l’alta velocità e contro il precariato nelle università e contro quasi tutto. Si agganciarono il Popolo Viola, le Agende Rosse, gli Indignati, il Popolo delle Carriole all’Aquila del post-terremoto, le vertenze della Fiom, la Fabbrica di Nichi (Vendola), i Comitati per l’emergenza democratica, i Giuristi democratici, la Carovana per la Costituzione, Laboratori per la democrazia. Tutti a raccogliere firme con banchetti ovunque: dalla marcia per la pace PerugiaAssisi al Giro d’Italia, mercati e supermercati, piazze e scuole. Lo share of voice “acqua pubblica” diventò uno dei brand più identitari e più cliccati. I due termini «acqua» e «privatizzazione» erano sempre accostati, indivisibili. Fu un’onda mediatica travolgente. E in tanti facevano surf. Antonio Di Pietro, per dire, che il 1° agosto del 1996 da ministro dei Lavori Pubblici aveva firmato il decreto con il metodo normalizzato per la determinazione della tariffa idrica «perché l’acqua è un diritto che può essere garantito solo attraverso un servizio adeguato come in tutti i Paesi avanzati», da ex ministro prese la testa della campagna per l’abrogazione del suo decreto definendolo: «Una presa per i fondelli!». E i suoi fan aggiungevano tanti «metodo criminale e mafioso», «riconducibile agli obiettivi della P2», «metodo da vampiri che succhiano il sangue e l’acqua pubblica!». Un delirio. Volava parecchio la fantasia e l’acqua era sempre e solo nuvole e pioggia, metafora e filosofia. Non aveva altra fisicità. Spariti i collassi idrici nel Mezzogiorno specchio dello sfascio dei servizi e del malgoverno del bene comune. Scomparsi il lavoro e i lavoratori, per non dire delle fognature e della depurazione vera emergenza nazionale e a pieno titolo della gestione integrata del servizio. Però, chi mai avrebbe potuto fondare il Forum mondiale per le fogne? Aprire il sito www.fognabenecomune.org, invitare a firmare un quesito referendario per la ripubblicazione delle fogne e appelli per Sorella Fogna? Quando si parla di acqua meglio non sporcare la narrazione con i volgari sciacquoni. La connessione sentimentale con l’elettorato produsse la valanga con il 96% di “Sì” ma le reazioni dei grandi supporter dei comitati si soffermavano solo sul significato politico della sberla a Berlusconi, sorvolando sul merito. Nichi Vendola fu tra i primi a mettere in sicurezza l’Acquedotto Pugliese «per non cadere nel burrone della demagogia». Non toccò nulla, subì il fuoco amico dei comitati e va a suo merito il risanamento storico dell’Aqp.

Tre verità

Converrebbe allora ripartire da tre verità. Prima verità: tutta l’acqua superficiale e sotterranea, tutti gli impianti e le reti sono beni pubblici inalienabili per legge. Seconda verità: le aziende idriche italiane compresi i colossi quotati in borsa sono pubblici e nelle mani di Sindaci azionisti veri e unici “padroni” dell’acqua. Terza verità: abbiamo l’obbligo di non lasciare in eredità ai nostri figli un patrimonio di problemi irrisolti. Gli investimenti vanno fatti e ci sono leggi e regole di buon senso ed europee da rispettare. Se il buon Dio ci ha donato questa risorsa, ha infatti dimenticato acquedotti, reti e depuratori. Ci dobbiamo pensare noi ed è illusorio credere di poter tornare al passato quando tutto finiva nel pozzo della fiscalità generale o cittadina senza fondo, e tutto pesava sui conti pubblici e quindi sulle nostre tasche sotto forma di tasse o tributi. Tutto si misura con logiche d’impresa, capacità di gestire servizi evoluti e business plan, efficienza e capacità di saper generare risorse per gli investimenti attraverso l’autofinanziamento (le bollette) e il ricorso al mercato finanziario e bancario anche internazionale per accedere ai prestiti strutturati. Se è un errore demonizzare la gestione pubblica o farne una caricatura facendo di tutta l’erba un fascio, l’esaltazione acritica e a prescindere del modello municipale è il suo doppio.

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