La “giustizia” grillina: uno non vale uno

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L’atteggiamento ondivago del movimento accusato da più parti di doppiopesismo si può spiegare col metro della fedeltà al capo

Il Movimento Cinquestelle è come un’esercito pronto per la guerra. Non esistono le mezze misure e i soldati sono divisi tra fedelissimi e disertori. Ai primi si può perdonare qualsiasi errore: al massimo si cerca di contenere i danni. Per i secondi invece c’è il plotone di esecuzione. E’ solo questa la spiegazione che si riesce a dare osservando come il M5S abbia trattato i diversi casi balzati agli onori della cronaca. Espulsioni, epurazioni, fatwa lanciate dal blog si mescolano a provvedimenti mai commiati e procedure non attivate. Senza motivazioni di merito. La domanda è sottile e contiene il senso del redde rationem finale nel Movimento. La linea di demarcazione è solo quella della linea del capo? O ci sono altri ragionamenti che possono spiegare l’atteggiamento ondivago del Movimento accusato da più parti di doppiopesismo.

Andiamo con ordine. E partiamo dall’ultimo caso. Tre deputati e un’attivista sospesi dal Movimento per l’affaire delle firme false a Palermo. L’accelerazione sulla vicenda siciliana che più preoccupa il Movimento che già aveva a stento digerito una tregua forzata sulla spaccatura dei parlamentari rispetto alle vicende capitoline. Luigi Di Maio ha provato a stemperare gli animi: “Quello che abbiamo fatto noi è una cosa che non fanno gli altri. Negli altri partiti gli indagati o i condannati per le firme false fanno carriera”.

Ma il gruppo parlamentare è in fermento e sulle chat interne volano stracci. Il rifiuto di Riccardo Nuti, Claudia Mannino, Giulia Di Vita e Samantha Busalacchi di farsi interrogare dai magistrati è stata infatti la goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo: una sfida a Beppe Grillo e a tutto il Movimento che non poteva che avere un esito scontato. Ed, evidentemente, premeditato. La sospensione cautelare irrogata dai probiviri ai 4 pentastellati è stata quindi una scelta quasi obbligata ma non indolore. Non tutti i parlamentari, infatti, sono convinti che fosse questa la strada da seguire ed avrebbero preferito attendere l’esito delle indagini.

Eppure in principio c’era la rete. E nel web il M5S voleva trovare il proprio nocciolo democratico quello dell’uno-vale-uno. In alcuni casi il web è stato attivato. Come dimenticare il sondaggio-epurazione sulla senatrice Serenella Fucksia. La motivazione ufficiale era quella della mancata restituzione delle eccedenze degli stipendi di aprile. Fuckia come tanti altri “traditori” dei valori grillini sono stati fatti fuori. In tre anni di attività alla Camera e al Senato il gruppo parlamentare del Movimento 5 Stelle ha perso per fuoriuscite volontarie o espulsioni 18 deputati e 19 senatori.

Il sindaco di Gela fu cacciato perchè aveva parlato con Eni, il sindaco di Parma Pizzarotti rimase al suo posto nonostante la promessa elettorale non mantenuta di spegnere l’inceneritore. Salvo poi essere messo in standby per mesi.  La motivazione? Non aver comunicato un avviso di garanzia per abuso d’ufficio per il quale, peraltro, il giudice ha poi deciso di non procedere. Pizzarotti decise alla fine di dare l’addio al movimento che aveva tradito i propri ideali. Non ha invece ricevuto alcun ammonimento il primo cittadino di Pomezia, Fabio Fucci, che ha confessato di essere stato iscritto nel registro degli indagati nel 2013, informando del fatto l’opinione pubblica solo al momento dell’archiviazione dell’indagine.

Rosa Capuozzo fu raggiunta da un provvedimento di espulsione dal MoVimento 5 Stelle per grave violazione dei suoi principi. “Perché siamo il MoVimento 5 Stelle e non un Pd qualsiasi”. Eppure nel caso Muraro il silenzio della sindaca Virginia Raggi che era a conoscenza del coinvolgimento dell’assessore nelle indagini della Procura non è stato punito. L’assessore ha negato per giorni e giorni alla stampa di sapere qualcosa. E la bugia ha coinvolto anche il sindaco Virginia Raggi. E non finisce lì. L’omertà ha coinvolto anche i vertici pentastellati: Luigi Di Maio, informato da una mail inviata da Paola Taverna non ha detto nulla.

Insomma: alcuni espulsi, altri sospesi, altri salvati. Una regola chiara non c’è. Uno non vale uno.

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