“La Germania è un freno. Basta con questa non Europa”

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L’economista francese Jean-Paul Fitoussi: il merito di Renzi è aver detto che l’austerità uccide la crescita. Tra Roma e Berlino scontro sul futuro della Ue

«Altro che “locomotiva” europea. Oggi la Germania rappresenta un freno a tutte quelle politiche di crescita delle quali l’Europa ha un bisogno vitale per poter riconquistare la fiducia dei cittadini. E nel vuoto politico, progettuale, lasciato da questa “non Europa” s’inseriscono vecchi e nuovi populismi». A sostenerlo è Jean-Paul Fitoussi, Professore emerito all`Institut d`Etudes Politiques di Parigi e alla Luiss di Roma. È attualmente direttore di ricerca all`Observatoire francois des conjonctures economiques, istituto di ricerca economica e previsione. «Il merito che va ascritto a Renzi – rimarca Fitoussi – è quello di aver affermato con chiarezza, e già da alcuni anni, che l’austerità uccide la crescita. Ma oggi lo scontro non riguarda un singolo provvedimento, una singola direttiva che le istituzioni comunitarie emanano o non. Lo scontro è sull’idea stessa di Europa, sulla riscrittura di una Costituzione europea che permetta finalmente di poter decidere. Oggi non è così. Ma così non si può più andare avanti».

Professor Fitoussi, molti analisti hanno letto il recente Consiglio europeo dei capi di Governo e di Stato, come uno scontro fra Italia e Germania. Ma se così è, qual è a suo avviso, il centro di questo scontro, la sua essenza di fondo? «È l’idea stessa di Europa. Vede, l’errore più grave che si continua a fare è quello di leggere ciò che accade in Europa, nei suoi vertici, in modo frammentato, isolando ogni singolo problema dal quadro generale: la crescita, la difesa, la questione dei migranti. L’amara verità è che oggi l’Europa manca su tutti i fronti. Manca sul fronte dell’occupazione, della lotta alla precarietà: manca sul fronte della lotta al terrorismo, manca sul piano militare. E l’elenco sarebbe interminabile. Il problema è che non può durare a lungo così. Non si tratta più di allargare i cordoni della spesa pubblica, di fare i conti fino in fondo sui disastri sociali determinati dall’iper austerità. Non possiamo, l’Europa non può durare ancora a lungo per come è messa, perché abbiamo, oggi, un grandissimo problema sociale e un altrettanto grandissimo problema geopolitico. L’Europa non rischia solo la frammentarietà, rischia la marginalità sullo scacchiere internazionale, nei mercati globali. Per provare ad esistere come attore protagonista in un mondo globalizzato, l’Europa deve mettersi in condizione di decidere. E questo significa un cambiamento radicale della Costituzione europea. Occorre prendere decisioni di rilevanza strategica, oserei dire epocale, ma l’attuale Costituzione europea lo impedisce. Essa è congegnata in modo tale da produrre paralisi decisionale, almeno sulle questioni davvero cruciali. E allora è tempo di alzare la voce e di dire: basta! Basta con questa “non Europa” che pensa di esistere solo perché emana direttive su direttive ma tutte su materie irrilevanti. E basta con la regola dell’unanimità spacciata per democrazia ma che è uno dei pilastri dell’immobilismo strategico».

Quanto pesa la Germania in tutto questo? «Dipende dal periodo storico-politico. Oggi pesa molto, ma dieci anni fa non era così. E, sempre sul piano storico-politico, le forze progressiste e di sinistra europee dovrebbero riflettere sull’occasione persa quando a guidare i Paesi trainanti l’Unione erano governi di sinistra o di centrosinistra. Allora si sarebbe dovuto cambiar verso all’Europa, rafforzandone le istituzioni sovranazionali. Non l’averlo fatto è un lascito pesante sul presente. Per tornare alla Germania, oggi sembra essere un freno a tutto le iniziative che si potrebbero e dovrebbero prendere per ridare senso e potere reale all’Europa comunitaria».

Su quale terreno questo freno tedesco è più forte? «Continuare a parlare di un singolo “terreno” vuol dire non cogliere appieno la portata dello scontro in atto che investe il futuro stesso dell’Europa, la scelta di modello sociale che vogliamo. Concordo con il premier italiano Matteo Renzi quando, e non da oggi, afferma che l’austerità uccide la crescita. Io credo che l’Europa debba pensare, ed agire, in termini “neo keynesiani”. Nel senso di non considerare un “delitto” l’intervento del pubblico nei settori strategici dello sviluppo economico e sociale. E questo vale a livello europeo ma anche dei singoli Stati. Oggi ci accorgiamo, sgomenti, che i servizi e i settori pubblici più importanti, quelli che hanno a che fare con la vita della gente, sono in uno stato di povertà assoluta. Pensiamo all’istruzione, alla sanità, ma anche alla sicurezza, all’esercito, alle forze dell’ordine, così come allo stato, spesso pietoso, delle infrastrutture. L’Europa non può dire: non ci sono i soldi. Questa giustificazione non regge più. Puntare, anche attraverso l’intervento pubblico, su questi settori strategici è investire sul futuro, e lo è anche se questo significa, nel presente, allargare i vincoli di bilancio. E cosa c’è di meglio per progettare il futuro dell’investire in istruzione e ricerca? Il futuro vuol dire creare una politica europea, vera, seria e condivisa, fatta di investimenti, di infrastrutture, di politica industriale. Una sorta di piano Marshall per una “nuova Europa”. Io trovo terribile che per non avere un aumento del debito pubblico di 10milia euro in Grecia si debba mettere in conto la morte di due persone, e questo perché la sanità non ha soldi per prestare le cure, predisporre i servizi necessari. Quando si afferma, a ragione, che il troppo rigore uccide, purtroppo non si usa una metafora. E questo, lo ripeto, è terribile».

Quanto pesa questa Europa col freno a mano nella crescita di movimenti e partiti che fanno del “populismo” la loro forza attrattiva, la loro cifra identitaria? «Questa “non Europa” pesa tantissimo nell’affermazione di forze politiche, penso in Francia al Front National, che fanno leva non sulla pervasività dell’Europa, ma sulla sua assenza, sulla incapacità di agire sulle grandi questioni – il lavoro, l’istruzione, la sicurezza, la sanità…- che ci angustiano. È questa assenza che ha prodotto il disamoramento verso l’Europa. Ma questo disamoramento dei cittadini investe anche gli Stati-nazione e le forze politiche “storiche”. La mancanza di fiducia è enorme. E per riconquistarla occorrerà coraggio politico e volontà riformatrice. A tutti i livelli».

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