Messori ci spiega perché la fusione Bpm-Banco Popolare rafforzerà il sistema bancario

Banche
Un ingresso della sede centrale della Banca Popolare di Milano 
MATTEO BAZZI / ANSA

Abbiamo commentato i cambiamenti del sistema creditizio italiano e la fusione tra Bpm e Banco Popolare con Marcello Messori, direttore della Luiss-Sep (School of european political economy)

L’aggregazione tra Banco Popolare e Bpm consentirà la nascita di un nuovo gruppo bancario che diventerà il terzo in Italia per dimensioni, dietro Unicredit e Intesa Sanpaolo. Avrà una capitalizzazione di 5,5 miliardi di euro, 2.500 sportelli e 4 milioni di clienti. “Le popolari cambiano: più grandi, più forti, più trasparenti” è stato il commento del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan.

D’altra parte, la bussola che sta orientando il governo nei recenti interventi va esattamente in questa direzione: incentivare le fusioni per rendere i nostri istituti più grandi, solidi e assorbire meglio le turbolenze finanziarie. Non a caso, proprio in queste ore, il Parlamento sta convertendo in legge un decreto che interviene proprio sul sistema bancario riformando l’universo delle banche di credito cooperativo. L’obiettivo di palazzo Chigi, più volte ribadito, è infatti permettere al sistema bancario di competere sui mercati internazionali, rafforzandolo e purificandolo dalla zavorra delle sofferenze bancarie.

Abbiamo commentato i cambiamenti del sistema creditizio italiano e la fusione tra le due popolari con Marcello Messori, direttore della Luiss-Sep (School of european political economy).

Professore, come giudica l’aggregazione tra Bpm e Banco Popolare?
Il processo di concentrazione del settore bancario italiano è essenziale e questa fusione è un primo passo per creare un terzo gruppo bancario efficiente, capace di adattarsi alle nuove esigenze e capace di trasformarsi rispetto al mercato italiano che si sta trasformando.

Quali saranno le conseguenze per gli istituti?
Il processo di aggregazione, che ha avuto un iter piuttosto complesso, consentirà di diminuire il peso delle sofferenze bancarie. Inoltre, andrà fatta una riorganizzazione che forse avrà costi in termini di personale, anche se non vedo grandi sovrapposizioni di organico tra le due banche. Di sicuro, però, c’è bisogno di una riqualificazione del personale, che dovrà essere in grado di offrire servizi diversi rispetto a prima, nell’ottica del nuovo modello bancario che si è venuto a creare a seguito della crisi.

Perché, come sta cambiando il sistema creditizio italiano?
Il modello bancario nel dopo crisi è mutato. Oggi non ci si può basare più sull’impostazione tradizionale, quella fondata soltanto sul credito a famiglie e imprese. C’è bisogno di un modello più complesso, le banche devono offrire più servizi per accompagnare le imprese verso altre forme di credito, come ad esempio l’emissione di corporate bond (le obbligazioni societarie). E tutto questo non può che avvenire in una dimensione europea. Ecco perché sono necessarie le aggregazioni tra gli istituti.

Se ragionassimo con gli occhi di 15 anni fa dovremmo giudicare questa aggregazione molto promettente perche le due parti hanno un radicamento territoriale nelle aree  più sviluppate del paese, Lombardia, Veneto e Piemonte. Ma il problema è che oggi il radicamento territoriale non è più sufficiente. Anche per questo è essenziale una concentrazione maggiore del settore bancario italiano. Ricordo che il nostro sistema rimane uno dei meno concentrati dell’area euro.

Secondo lei, quindi, questa aggregazione potrà aprire la strada a nuove aggregazioni? Il capo della Vigilanza della Bce, Danielle Nouy, commentando la fusione ha sottolineato come in Italia ci sia spazio per altre integrazioni.
Spero che questo non rimanga un caso isolato, ma non credo che altre aggregazioni verranno generate in automatico. Non è come nel ’97 quando la mossa di un istituto influenzava tutti gli altri. Ora rimane un gruppo di medie dimensioni, Ubi Banca. E soprattutto andrà trovata una soluzione per Monte dei Paschi di Siena. Insomma, auspico una continuazione delle aggregazioni ma non credo sia un fatto automatico.

Professore, se è vero che gli analisti sembrano soddisfatti, gli investitori, stando ai ribassi visti in Borsa, non sembra abbiano gradito molto il progetto di fusione.
Non mi soffermerei sulla valutazione di una sola giornata di contrattazioni, non si può giudicare la reazione degli investitori in così poco tempo. È più corretto aspettare qualche giorno in più.

Il governo sta mettendo in campo interventi normativi per incoraggiare le fusioni, come valuta l’impostazione di palazzo Chigi?
Se non ci fosse stata la riforma delle popolari l’aggregazione tra Bpm e Banco Popolare non ci sarebbe stata, per cui giudico molto positiva la riforma messa in campo dal governo per superare quel vecchio modello che combinava le caratteristiche negative della proprietà cooperativa con le caratteristiche negative di una società per azioni. Superare questo è stato un grandissimo merito.

E la riforma delle Bcc?
Vedremo come sarà l’impostazione finale. Anche in questo caso, comunque, reputo positiva l’aggregazione in cui c’è una holding (in questo caso sembra si vada verso la costituzione di più holding, comunque in misura ridotta) che da una parte sia in grado di offrire più servizi e dall’altra lasci agli istituti un forte legame con il territorio. Inoltre, l’aggregazione potrebbe consentire alle Bcc in difficoltà di risolvere i loro problemi più agevolmente. Bisogna comunque stare molto attenti nel mantenere le caratteristiche essenziali delle proprietà cooperativa: per fortuna in sede parlamentare è arrivata una modifica rispetto all’impostazione iniziale, ovvero si è mantenuta l’indivisibilità di alcune riserve di capitale. È in questo modo, infatti, che si mantiene la proprietà cooperativa e allo stesso tempo si razionalizza e si aggrega. La riforma è comunque un fatto apprezzabile che va verso una maggiore concentrazione del settore bancario italiano.

Vedi anche

Altri articoli