La forza di ricordare del padre di Anna

Shoah
ANNA-FRANK

Otto Frank sopravvisse al lager: “Essere il padre del simbolo dello sterminio pesa, ma prevale l’ansia di agire perché non si dimentichi”

Questa intervista dello scrittore, giornalista e autore televisivo Vanni Ronsisvalle a Otto Frank risale all’11 giugno 1979. Il padre dell’autrice del “Diario” era nato nel 1889 a Francoforte sul Meno e morì a Basilea nel 1980. Sua figlia Anna era stata deportata nel lager di Bergen-Belsen, dove morì nel 1945

Arrivo tardi, più tardi di quanto non volessi in questa casa del quartiere di Lebenfeld, a Basilea, dove abita Otto Frank. Per di più piove e le mie scarpe lasciano lucide tracce d’acqua sul linoleum del vestibolo. In un salotto gremito di cose, ma tutte dall’aria recente, nulla che si collochi oltre i trent’anni, siedono sei Fritzi, più giovani di almeno vent’anni ed altre due coppie di vecchi ebrei. Sono il fratello e la sorella con i rispettivi coniugi, venuti per l’occasione (vedremo quale) dalla Francia e dall’Italia dove risiedono. La diaspora, dicono sorridendo, è un vento che non si posa. Tre finestrine, agghindate con tende gialle, si aprono sul giardino buio e crepitante di pioggia. Otto Frank è il padre di Anna Frank, quella del “Diario”; se Anna fosse sopravvissuta alle sevizie del lager di BergenBelen, il 12 giugno 1979 avrebbe compiuto cinquant’anni (…). Ad Amsterdam, nel tragico edificio della Prinsengracht, i Frank e i loro amici vissero inutilmente segregati per due anni (…). Nel retrocasa i Frank, i van Daan, il dentista Dussel – tra terrore e speranza – credettero di potersi nascondere alle SS; com’è noto il retrocasa si rivelò soltanto una trappola a tempo. Otto Frank è l’unico sopravvissuto; nella sua casa di Basilea, con il fratello e la sorella venuti per consigliarlo, si discute se il novantenne Otto Frank deve prendere parte alle cerimonie olandesi del giorno seguente (il 12 giugno 1979, ndr). Molte cose sono accadute infatti da quando vent’anni addietro il padre di Anna Frank decise di lasciare definitivamente Amsterdam, incapace di sottrarsi all’ossessione dei ricordi. Ma anche di tollerare le insinuazioni dei neo-nazisti. I suoi vorrebbero che andasse; il vecchio prende tempo e, per rimandare la decisione, accetta di dialogare con me. Questo è il registrato di quel colloquio.

Non le è pesato, in tutti questi anni, che la sua tragedia personale sia diventata il simbolo di un orrore collettivo, di una strage tanto immensa che la mente stenta a concepirla? Di essere il padre di colei che è divenuta il simbolo dello sterminio?

“Talvolta sì, in modo intollerabile. Ma dopo, a neutralizzare questo malessere, è sempre tornata l’ansia di fare, di agire perché nulla vada perduto di quanto si è fatto perché la gente non dimentichi. Ho dedicato la vita, tutti questi anni alla memoria di Anna e di tutti gli altri. Veda, il fatto che ad Amsterdam vi sia oggi una fondazione intitolata a mia figlia, che il n.263 della Prinsengracht sia diventato un punto di riferimento per chi crede giusto lottare contro l’antisemitismo, respingere ogni pregiudizio razziale è anche frutto di tutto questo. È come se i sentimenti si fossero congelati; a tutto quello che è accaduto prima, a quegli anni in cui i Frank erano una famiglia come le altre, non penso più. Passo ormai molto tempo in casa, in quella casa di Basilea; non mi chiedo come sarebbe oggi Anna, se fosse vissuta o l’altra mia figlia, Margot. Con questa seconda moglie, Fritzi, abbiamo una specie di patto; anche lei è stata ad Auschwitz, ha perso tutti ad Auschwitz, marito, figli. Non parliamo mai di come sarebbero state le nostre vite se gli altri fossero sopravvissuti; per ogni ebreo sopravvissuto a quei giorni, in qualunque parte del mondo si trovi, è lo stesso”.

Forse accade così in tutte le tragedie collettive, nelle pestilenze, nei terremoti; il privato si sottomette, si estingue. Lei ha veduto quel film televisivo “Olocausto”( serie tv americana del 1978, ndr), signor Frank? Cosa ne pensa?

“Lei mi chiede del film Olocausto… Ebbene le dirò che non ho voluto vederlo; pochi ebrei che sono usciti vivi da Auschwitz o da Bergen–Belsen, che hanno vissuto quei giorni, hanno voluto vederlo. Tanto, quel ricordo è indelebile come il tatuaggio che ad alcuni imprimevano sulla pelle. Mia moglie Fritzi, la mia seconda moglie, lo ha sul braccio sinistro, quel tatuaggio. No, non abbiamo voluto rivedere queste cose. E poi quel film ha uno stile, così mi hanno detto, più americano che europeo, lo spirito di quei giorni era diverso… Insomma per me avrebbe rappresentato solo una forte emozione, ma distaccata dalla realtà. Però ho avuto l’eco delle reazioni vicine che vi sono state in Germania, in Austria: so che ha impressionato molte persone”.

Non è strano che quella gente abbia dovuto aspettare “Olocausto” per farsi un’idea di come erano andate le cose? E tutti i libri, le ricostruzioni storiche , i film di questi anni, il diario di sua figlia … ?

“Per loro, in Germania, per i tedeschi forse devono ancora passare gli anni; certo, in ogni caso, per loro questo film è venuto al momento giusto. Il fatto è che gli uomini non si possono fare un’idea di un numero così grande di morti, sei milioni di morti, come lei diceva poco fa. Il destino di un solo uomo o di una famiglia impressiona di più. “Olocausto” è riuscito a dare questa misura, il destino di tanti che si rispecchia in quello di poche persone e, per quanto romanzato, per quanto mi dicono siano state tralasciate molte cose, ha suscitato emozione, sconvolto molte coscienze. Per questo è comunque una cosa positiva … Del resto è accaduto lo stesso con il “Diario” di Anne; anche lì si è trattato del destino di otto persone, la storia di otto creature che hanno vissuto due anni in segregazione, senza poi riuscire a salvarsi; tutto raccontato da una ragazzina. Questo ha impressionato il mondo”.

Diciamo che il “Diario” ha dalla sua quell’essere trascinati all’interno del “vissuto”, chi legge si trova con voi, nella quotidiana angoscia dell’Achterhuis. Molti ebrei hanno detto che invece in “Olocausto” circola un clima non autentico, artificioso.

“Può darsi. Comunque il film non è per gli ebrei; io ho un’idea in proposito: il film è per le generazioni nuove, e non soltanto tedesche, che non hanno vissuto quegli eventi e per i loro genitori che hanno voluto ignorarli. Per questo è una cosa positiva”.

Ancora sul Diario, se vi erano dubbi sulla sua autenticità, accade che si leggano anche momenti non traversati dall’angoscia, benchè i motivi rimangano quotidiani…

“Non sono schiarite ma è come qualcosa che accade in parallelo… Come è la vita”.

Un letterato potrebbe invidiare la prosa di sua figlia, l’aprire parentesi di piccole gioie quotidiane, come indossare un foulard che nella fuga era stato messo frettolosamente in valigia…

“La felicità di sentirsi di nuovo in salute dopo un raffreddore, cose così…”.

Persino quel tanto di felicità che può dare ad una fanciulla un sentimento appagato…Anche soltanto in sogno…

“Ha ragione, amico mio; è stato il fulcro della mia difesa, se avessi fabbricato un falso sarei caduto nell’errore di ripetere di giorni tutti a fosche tinte; pennellatine di felicità come ci si distraesse da quella angoscia”.

Ancora una cosa, signor Frank, proprio a proposito delle insinuazioni da parte di qualcuno che il “Diario” sia un falso. So che vi è stato un processo a Lubecca …

“Non vorrei parlare oltre di questa cosa. Ma soltanto per il fatto che faremmo involontariamente pubblicità ai nazisti. Non mi piace parlarne; comunque in quel processo di Lubecca fu chiamato un grafologo che esaminò il testo originale e disse che non vi erano dubbi. Ed il giudice dichiarò assurda l’accusa di falso”.

È stato detto, da parte dei suoi avversari in quel processo, che tutta la faccenda è stata insabbiata in tempo; se il sistema di prove e controprove si fosse protratto avrebbero finito per prevalere. Dov’è quel manoscritto, l’originale del “Diario” adesso?

“In una banca qui a Basilea, al sicuro”.

È mai stato in Israele, signor Frank?

“No, non vi sono stato”.

Qualcuno ha detto che il destino dei palestinesi rinchiusi nei campi di concentramento dagli israeliani non è diverso da ciò che accadeva agli ebrei in Germania quarant’anni addietro.

“Ciò che accadde agli ebrei allora è irripetibile; e se quella gente laggiù dovesse soffrire qualcosa di simile, i responsabili sono da condannare fermamente”.

Lei è nato in Germania, è un tedesco anche se ha la nazionalità olandese. È stato ufficiale, ha combattuto per una patria tedesca nella prima guerra mondiale. In che rapporto si sente con la Germania, la sua cultura e le sue tradizione?

“È passato molto tempo: la Germania è idealmente lì, oltre quella fila d’alberi che vede dalla mia finestra. Quando erano vivi i miei genitori ed i miei nonni ci sentivamo parte di quella cultura, di quelle tradizioni; ora qualcosa si è spezzato, se è questo che intende”.

Da anni vive a Basilea, in Svizzera; è il posto più vicino alla Germania senza esserlo: spiega qualcosa questo?

“È molto difficile rispondere a questa domanda. Non vivo più ad Amsterdam perché non resisto ai ricordi. Lì il filtro, la volontà di assopirli non funziona; non andrei mai più in Germania, non so … Se penso ad un paese, un paese dove tornare, penso all’Olanda dove tanti amici ci hanno aiutato, e dopo mi hanno aiutato a tornare uomo, a non rimanere come una bestia impazzita dal dolore… Vede, io ero stato educato in modo molto aperto, una buona educazione laica e liberale. Ma dopo le persecuzioni, come molti altri compagni di dolore, sono tornato all’ebraismo; lì ho rifuso patria, cultura, tutto”.

Lei parla yiddish, signor Frank? Credo che nessuno scrittore ebreo dia un’idea di quali siano realmente la cultura e le tradizioni ebraiche come Singer, che scrive direttamente in quella lingua. Lo ha letto, ha letto i suoi romanzi in lingua originale?

“No; ho ricevuto un’istruzione europea. La mia lingua è il tedesco, non conosco l’yiddish né l’ebraico. Né l’ho desiderato. Non credo sia necessario per sentirsi di appartenere alla grande nazione ebraica sparsa per il mondo”.

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