La forza delle donne contro la violenza

Donne
Un momento al Colosseo della manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne "Non una di Meno", Roma, 26 novembre 2016. ANSA/ ANGELO CARCONI

“Non una di meno”: un imponente corteo ha sfilato a Roma. Da tutta Italia la rete dei centri antiviolenza. Rabbia, ironia, slogan contro gli obiettori

Una rete enorme e diffusa in tutta Italia si è unita, materializzata e resa visibile in un enorme serpentone colorato nel centro di Roma, per dire basta alla violenza sulle donne. Una manifestazione come non se ne vedevano da molto tempo, allegra, musicale, arrabbiata e ironica.

Donne giovani e non, ragazzine, nonne e nipoti, femministe storiche e uomini consapevoli, 200mila persone secondo le organizzatrici, ma sembrano anche di più, venute da Nord a Sud e anche dalla Sicilia e dalla Sardegna. Non c’è stata alcune strumentalizzazione politica, il referendum è fuori dal percorso da piazza della Repubblica a San Giovanni. Un carattere della giornata che è stato evitato con cura dalle associazioni che l’hanno indetta, le giovani di “Io decido”, la rete Dire dei centri antiviolenza e la storica Udi.

Il solo “no” che risuona nei cartelli e negli slogan è quello al femminicidio ma anche alle barriere poste dagli obiettori antiabortisti, alla chiusura dei centri antiviolenza, con tanti slogan perché ci sia un welfare ancora assente e delle condizioni di lavoro paritarie. «Sono qui a manifestare perché non voglio che queste cose succedano più, perché delle mamme come me non debbano soffrire», dice con calma decisa Maria Grazia Di Bari, striscia rossa sulla testa, dietro allo striscione che chiede giustizia per la sua Nicole, uccisa a 23 anni un anno fa, il 16 novembre, da suo marito cubano «perché lei non voleva stare più con lui». Stava facendo le pratiche per divorziare, Nicole Lelli, ma è stata fermata uscendo da una discoteca a Testaccio a Roma, l’ha fatta entrare in macchina e le ha sparato alla testa. Maria Grazia aspetta il processo che inizia il 1 dicembre: «È stato lui a chiamare la polizia: “ho ucciso mia moglie”, ha detto. E aveva il porto d’armi abusivo», racconta con rabbia controllata mentre cammina.

Dolore, la rabbia, suoni e colori nel corteo romano, donne «erranti, erotiche, eretiche», anche con slogan femministi che reggono sempre, purtroppo: «Il violento non è malato, è figlio sano del patriarcato», le “streghe son tornate” in piazza, salutate con le mani a simbolo femminista da due signore anziane affacciate alla finestra. A Roma «la metro era piena di ragazze», una tredicenne con due segni rossi e neri sulle guance sfila con la mamma la nonna e la zia. Ci sono anche uomini (che si guardano un p o’ intorno), esclusi dalla testa del corteo ma diffusi dappertutto, anche giovani papà col passeggino, ragazzini che «non ce lo siamo proprio posto il problema» del separatismo, «siamo qui perché è giusto».

Da tutta Italia gli striscioni dei Centri antiviolenza che a fatica accolgono donne che subiscono soprusi, stupri o percosse, circa l’80 per cento da ex o da mariti o conviventi. Da Brescia come da Brindisi, da Bari in cinquanta, le giovanissime milanesi di Rebel Rebel attorno al camion da cui parte la musica in stile no global. Il tam tam ha funzionato ovunque e dimostra una grande rete di associazioni che si dà da fare sul territorio, una comunità non silenziosa, ma che fatica a trovare voce (e finanziamenti, per i centri). «Era facile prevedere che ci fosse molta voglia di reagire, di riprendere la parola in questa condizione in cui crescono forme di violenza e accanimento contro le donne», commenta Susanna Camusso, in corteo con la Cigl. Così ci sono tutte, anche le «Sex workers alleate con le femministe», che lottano per difendere e non criminalizzare le prostitute. C’è voglia di aggregazione perché «la mia rivoluzione è la libertà», è uno slogan, ma tu «non dire una parola che non sia amore». Con una chat si ritrovano le mamme di una elementare romana, figlie in spalla con le collane di fiori. Da ogni città una presenza, corposo il drappello toscano, almeno dieci pullman, quasi un centinaio di donne e pure uomini; lì i centri funzionano bene «la Regione Toscana ci aiuta un po’».

Nel Lazio Zingaretti annuncia 5 milioni di euro per 11 centri antiviolenza. Nel corteo ci sono Vasco Errani, Stefano Fassina, volti noti come Serena Dandini, la storica femminista Lea Melandri. Dietro uno striscione oltre una decina venute da Olbia e Oristano, dove Prospettiva Donna aiuta «circa 250-300 donne l’anno. Il centro è fondamentale perché tante sono in pericolo di vita, le accogliamo nelle case rifugio, case segrete dove possono cominciare un percorso di libertà», spiega Patrizia. In testa al corteo lo striscione “Non una di meno”, una lista di foto e nomi delle donne uccise. Sfila per quasi tre ore e chiude con testimonianze di donne molestate. Delle ragazze brasiliane improvvisano una capoeira, ondeggiano le voci del Coro della casa della donna di Terni nella canzone sulla dea Oxun, vestita d’oro. Donne immigrate, somale, turche con cartelli contro la repressione, alcune con il velo, altre lanciano grida berbere o battono tamburi, sfilano anche le badanti russe e ucraine con il gonfalone di Donesk, città distrutta nei recenti bombardamenti. Il questore di Roma, Nicolò D’Angelo ringrazia le promotrici e considera la manifestazione «un grande successo, sia per l’imponente partecipazione che per l’ottima organizzazione». La sindaca Virgina Raggi non c’è, è poco più in là sul palco 5 Stelle per il No al referendum. Pochi, ma bastano perché i media minimizzino la forza delle donne.

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